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Bush e gli anziani del futuro

di

Anna Luisa Ferro Mäder
I sondaggi sono così tirati, che a pochi giorni dalle elezioni è impossibile dire se il prossimo presidente degli Stati Uniti sarà il repubblicano George Bush o il democratico John Kerry. I sindacati americani sostengono Kerry. Anche perché temono che Bush possa avviare una radicale riforma della Social Security, l’Avs americana. In sintesi la vuole privatizzare. Il due di novembre, con lo spoglio delle schede finirà una campagna molto difficile che ha profondamente diviso il paese. Bush ha giocato soprattutto la carta della paura e ha cercato di mettere in dubbio le capacità e la credibilità del suo avversario. Lo ha accusato di essere un indeciso, di avere la mani bucate, di essere molto a sinistra e di non avere la statura per proteggere il paese contro la minaccia del terrorismo. Molti americani comunque dubitano anche delle capacità di Bush, soprattutto dopo che hanno visto come ha condotto la guerra in Iraq e come ha rotto le alleanze internazionali. Anche i suoi piani economici si sono rivelati finora meno promettenti e il deficit pubblico sta salendo alle stelle, come pure il prezzo del petrolio e della benzina, ma di questo si parla relativamente poco in questa campagna elettorale. Molti americani sono poco consapevoli di cosa li attende se Bush sarà rieletto. Durante la campagna il presidente è stato piuttosto vago su cosa vuole fare nei prossimi quattro anni. È chiaro però che ha intenzione di cambiare molte cose. Se rieletto, il presidente farà per esempio uscire dai cassetti i suoi progetti di privatizzare l’Avs. Se invece vince Kerry, non se ne parlerà proprio. Il futuro della Social Security sta a cuore agli anziani, che rappresentano una importante fetta di votanti. «Sono contro la privatizzazione della Social Security», ci precisava recentemente Inge Angst, un’americana di origine svizzera che vive negli Stati Uniti ormai da oltre 50 anni. Parla per esperienza. Suo nonno, in passato, aveva investito il suo capitale in borsa e lo ha perso tutto. La privatizzazione della Social Security è un’operazione molto complessa e sicuramente rischiosa. Bush da tempo accarezza questa idea. Nel 2001, appena giunto alla Casa Bianca aveva incaricato un gruppo di esperti di fare delle proposte. Avevano presentato tre modelli, ma in seguito il presidente ha preferito attendere tempi migliori. In America 45 milioni di persone godono della Social Security che rappresenta circa il 38 per cento dei redditi degli anziani americani. Si calcola che se non ci fosse questa rendita, circa il 50 per cento degli anziani vivrebbe in povertà, mentre attualmente i poveri sono poco più del 10 per cento. Quello che preoccupa le autorità è il fatto che nei prossimi anni cominceranno ad andare in pensione le persone nate nel baby boom e diminuirà ulteriormente il numero di persone attive rispetto a quelle in pensione. Comunque solo a partire dal 2018 le uscite supereranno le entrate e il sistema rimarrà in attivo sino al 2042. I democratici hanno assicurato agli elettori che non peggioreranno la Social Security. Non vogliono aumentare le aliquote, non toccheranno l’età di pensionamento, non ridurranno l’importo delle rendite e non privatizzeranno hanno detto Kerry ed John Edwards, candidato alla vice-presidenza. Anche Bush ha cercato di tranquillizzare gli anziani. «Voglio che ogni anziano che mi ascolta capisca che anche se parlo di riformare la Social Security loro continueranno a ricevere il loro assegno. Invece per i nostri figli e nipoti abbiamo bisogno di una strategia diversa», ha affermato il presidente durante l’ultimo dibattito televisivo con Kerry. L’idea è di permettere ai giovani di gestire liberalmente parte dei loro contributi. In questo modo si ridurranno però le entrate necessarie per pagare le rendite di vecchiaia e questo genererà un grosso deficit che sarà di 1,5 biliardi di dollari nell’arco di 10 anni. Per questo gli anziani si rendono conto che una riforma potrebbe avere un effetto anche sulle loro entrate. A lungo termine poi le prestazioni potrebbero ridursi del 45 per cento. Sono dati calcolati da esperti e naturalmente spaventano l’americano medio. Dove trovare tanti soldi proprio adesso che i conti dello stato segnano rosso profondo? si chiedono in molti. Bush poi vuole rendere permanenti i tagli fiscali per sostenere l’economia nella speranza che crei occupazione e redditi. C’è poi il problema dei fondi delle casse pensioni, vale a dire il secondo pilastro. Molte prestazioni traballano a causa del declino della borsa, della crisi economica e di imprenditori poco previdenti. Società americane importanti come la Ford o la Gm fanno fatica a far fronte ai loro impegni. Lo stesso potrebbe succedere nei prossimi decenni ad altre importanti imprese americane. Negli Stati Uniti alcuni dipendenti possono già disporre di una parte dei fondi del secondo pilastro e investirli in proprio, ma il caso della Enron e le forti perdite subite dai suoi dipendenti hanno dimostrato quanto fragile sia questo tipo di operazione. I sindacati sostengono Kerry perché ha promesso di difendere le pensioni dei lavoratori americani rafforzando le disposizioni di salvaguardia contro imprenditori privi di scrupoli e investimenti troppo rischiosi. Il candidato democratico non vuole che si ripetano nuovi casi Enron e per questo ha promesso che se sarà eletto nominerà una persona per proteggere le pensioni dei lavoratori. Bush invece non farà molto per cambiare la situazione. Kerry vuole ridurre le imposte per le famiglie medie americane e tassare di più i ricchi. Secondo il candidato democratico, i soldi risparmiati devono servire alle famiglie per coprire i costi del college, che da quando Bush è andato al potere sono aumentati in media del 28 per cento, e i costi sanitari, che negli ultimi 4 anni sono aumentati di quasi del 50 per cento. Tra le cose che dovrà fare il nuovo presidente ci sarà sicuramente anche la nomina di uno o più giudici della corte suprema americana. Proprio in questi giorni il presidente della massima corte americana ha annunciato di avere un cancro alla tiroide. Bush è contro l’aborto e i matrimoni gay, mentre Kerry no. I due presidenti quindi sceglieranno sicuramente personalità molto diverse. Adesso tocca agli americani decidere. Il verdetto è atteso per martedì.

Pubblicato

Venerdì 29 Ottobre 2004

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