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Bush bianco, maschio e rurale

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Col risultato delle elezioni, la calma è ritornata negli Stati Uniti. È però una calma che sembra precedere una “tempesta” di riforme e di cambiamenti che il presidente George Bush ha in serbo da tempo (vedi area n. 44/45). La destra economica, politica e religiosa si aspetta molto da lui nei prossimi quattro anni. I democratici invece si interrogano sulle ragioni della sconfitta e su come parare i colpi che il presidente intende sferrare. John Kerry è sparito ormai dalla scena pubblica, ma è uscito con l’onore delle armi, perché ha saputo far tremare il presidente sino all’ultimo momento. Ha dimostrato al mondo che anche una larga fetta di americani non sostiene Bush. Queste elezioni entreranno nella storia per essere riuscite a mobilitare più americani del solito e per aver fatto riscoprire a molti l’interesse per la politica e per i dibattiti. Il candidato democratico ha raccolto quasi 56 milioni di suffragi, sei milioni in più di quanti ne aveva ottenuti quattro anni fa George Bush nella sfida con Al Gore. Bush e il suo vice Dick Cheney hanno conquistato oltre 59 milioni di voti (9 milioni in più di quattro anni fa), che rappresentano il 51 per cento dei suffragi. Difficile immaginare un’America più divisa. Kerry ha ottenuto voti dagli elettori che sono contro la guerra in Iraq, che sono preoccupati per la situazione economica e la sicurezza del posto di lavoro, che non hanno fiducia nelle riforme sociali e sanitarie del presidente e nei suoi programmi per la scuola. Hanno votato per Kerry più donne che uomini, la stragrande maggioranza dei neri e oltre un hispanic su due e la gente che vive in città. Invece Bush ha conquistato i voti di chi ha paura del terrorismo, vuole pagare meno tasse e va regolarmente in chiesa. Il voto di Bush è soprattutto un voto bianco, maschile e rurale. I valori morali sono diventati un fattore importante di questa elezione presidenziale. Per molti osservatori politici questa è stata le vera sorpresa del voto del 2 di novembre. Non sono stati i maltrattamenti di Abu Ghraib, le condizioni di detenzione a Guantanamo, il mancato rispetto della convenzione di Ginevra e dei diritti dell’uomo o i centomila morti che avrebbe già provocato la guerra in Iraq a preoccupare la coscienza di una parte di elettori di Bush, quanto piuttosto il fatto che in America c’è il diritto all’aborto, che i gay possono sposarsi e che c’è chi spinge per la ricerca sulle staminali. Non c’è quindi molto da sorprendersi se adesso che le elezioni sono finite, le catene televisive danno di nuovo moltissimo spazio al processo di Scott Peterson, un giovane californiano accusato di aver ucciso la moglie che aspettava un bimbo. Se sarà riconosciuto colpevole, Peterson rischia la pena capitale per aver commesso un doppio omicidio. I movimenti religiosi, soprattutto quelli più radicali, vogliono far tesoro di questo momento favorevole. Il movimento pro-life (pro-vita), per voce della sua presidente Judie Brown, ha già bussato alla porta del presidente. Vuole che Bush dichiari apertamente il suo sostegno alla vita dal momento del concepimento e sino alla morte naturale in occasione del 32simo anniversario della sentenza della corte suprema in favore dell’aborto. «Signor presidente, lei ha ricevuto dagli americani che hanno votato per lei un mandato di porre fine all’aborto nel nostro paese. Per favore, quando arriverà il momento nomini alla corte suprema persone che pongano fine a questo flagello» afferma a sua volta un altro leader degli anti abortisti Troy Newman. Il loro obiettivo è di invertire la sentenza della corte suprema e Bush potrebbe dare loro una mano. Sembra infatti sempre più probabile che il presidente americano debba nominare da uno a tre giudici federali. Il caso è diventato d’attualità in queste settimane, quando si è appreso che il presidente della corte suprema ha un cancro alla tiroide. Il movimento pro-live si prepara a questa scadenza e come prima mossa ha puntato il dito contro il senatore della Pennsylvania Arlen Specter, che sembra destinato a presiedere il comitato del senato che dovrà esaminare le nomine per la corte suprema decise da Bush. «È un oltraggio che un senatore così pro-aborto come Arlen Spercter sia seriamente preso in considerazione per presiedere il gruppo di legislatori che giocano il ruolo più importante nel decidere chi siederà nella corte suprema», afferma Judie Brown. Durante i prossimi quattro anni anche il movimento gay difficilmente potrà fare passi avanti. Il due di novembre in 11 stati dell’unione si è votato per limitare il diritto al matrimonio solo a persone di sesso diverso. Adesso molti democratici si chiedono se le decisioni del sindaco di San Francisco e del giudice di Boston di autorizzare le unioni tra gay sono state una buona idea o se non hanno piuttosto aiutato Bush, che non nasconde di essere un uomo religioso che prega ogni giorno. Un atteggiamento il suo che suona strano in un paese che, in nome della tolleranza, ha difeso la divisione tra stato e chiesa. Questa divisione si fa con Bush sempre più debole e questo non può che incutere forti timori.

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Venerdì 12 Novembre 2004

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