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Lavoro e salute

Burnout, il male misconosciuto

di

Veronica Galster

«Un rapporto negativo tra carichi e risorse sul posto di lavoro può compromettere la salute e la motivazione dei lavoratori, un rischio cui è esposto il 27,1 per cento della popolazione attiva in Svizzera». A dirlo è Promozione Salute Svizzera, una fondazione che, su incarico della Confederazione, avvia, coordina e valuta le misure volte a promuovere la salute e che, attraverso il Job Stress Index, dal 2014 si occupa anche di rilevare il numero di lavoratori colpiti dallo stress lavorativo, in continuo aumento.

 

Chi lavora più di 40 ore a settimana ha un rischio sei volte maggiore di soffrire della sindrome da burnout, e in Svizzera la settimana lavorativa media per un tempo pieno è di 41 ore e 10 minuti. Non c’è quindi da stupirsi che questa malattia sia in continuo aumento. Nonostante ciò, il burnout non è considerato dalla legge una malattia professionale, ma un disturbo lavoro-correlato, cioè dovuto a più cause, anche extraprofessionali, che vengono accentuate da specifiche condizioni di lavoro, come la pressione concorrenziale, i ritmi incalzanti, il sovraccarico o il clima di lavoro malsano.
Di altro parere Mathias Reynard, consigliere nazionale socialista, che un anno fa ha depositato un’iniziativa parlamentare per chiedere di considerare la sindrome da esaurimento professionale (burnout) come malattia professionale ai sensi della Legge sull’assicurazione contro gli infortuni e le malattie professionali (Lainf) e delle relative ordinanze. Reynard ha spiegato che «diversi studi della Seco, dell’Ufficio federale della Salute pubblica e di Promozione Salute Svizzera hanno dimostrato che vi è stato un aumento dello stress percepito dai lavoratori e un impatto di questo stress sulla loro salute. Aumento e aggravamento registrati anche per i casi di burnout, che causano costi economici importanti oltre che danni sociali». Inoltre, ricorda Reynard, tutte le professioni ne sono a rischio.


Attualmente c’è una lacuna anche a livello assicurativo, visto che il burnout è preso a carico dalla cassa malati solo in caso di depressione, anche se non è l’unico decorso possibile e le altre problematiche che può causare non sono meno gravi. Quindi, un riconoscimento della malattia come professionale consentirebbe, secondo l’iniziativista, una migliore presa a carico dei pazienti e faciliterebbe il reinserimento professionale contribuendo ad ammettere socialmente questa sindrome e a prevenirne più efficacemente l’insorgere.


Il 15 febbraio però la maggioranza della Commissione della sicurezza sociale e della sanità del Consiglio nazionale ha respinto l’iniziativa, ritenendo difficile dimostrare un nesso causale fra attività professionale e burnout, e quindi determinare in che misura la causa della malattia sia imputabile al lavoro.


Diversa la costatazione di Promozione Salute Svizzera, la quale, pur ammettendo che non siano solo le condizioni di lavoro sfavorevoli a contribuire allo stress, è giunta alla conclusione che: «Le condizioni di lavoro rientrano tuttavia tra i più importanti fattori di influenza», da qui la necessità di una particolare attenzione a queste cause per un lavoro di prevenzione, anche a favore delle aziende.

 

I dati sul burnout in Svizzera
Dal 2014 Promozione Salute Svizzera rileva periodicamente tre indicatori relativi al livello dello stress lavorativo e dei suoi effetti sulla salute e produttività dei lavoratori: Job Stress Index (rapporto tra carico di lavoro e risorse lavorative), percentuale di persone spossate e potenziale economico (esprime il possibile aumento della produttività nel caso in cui i lavoratori giungessero a un equilibrio tra carichi e risorse). Per stress s’intende uno squilibrio tra i carichi cui una persona deve far fronte e gli strumenti di gestione disponibili (risorse).


Dalle analisi dei risultati emerge che un aumento del Job Stress Index (più carichi e meno risorse) per un lavoratore fa aumentare anche la perdita di produttività dovuta allo stato di salute e di conseguenza anche il potenziale economico che può essere nuovamente sfruttato attraverso la riduzione dell’assenteismo e del presentismo (per presentismo s’intende quando i lavoratori sono presenti, ma limitati nelle loro prestazioni lavorative).
Per il 2018 il 46,4 per cento dei lavoratori in Svizzera aveva un rapporto equilibrato tra carichi e risorse (in giallo nei grafici, zona sensibile), ma la quota di persone attive professionalmente sottoposta a più carichi che risorse è aumentata passando dal 25,4 per cento del 2016 al 27,1 per cento (in rosso, zona critica). Un aumento è registrato anche per le persone emotivamente spossate, che passano dal 25 per cento a quasi il 30 per cento. Mentre le perdite di produttività accusate dalle aziende a causa di assenteismo o presentismo non sono cambiate significativamente rispetto a quando sono iniziate le rilevazioni. Mediamente, l’assenteismo ammonta al 3,3 per cento e il presentismo all’11,3 delle ore dovute.


Il potenziale economico che avrebbero tratto le aziende nel 2018 dalla riduzione delle perdite di produttività dovute allo stato di salute dei dipendenti è stimato complessivamente a circa 6,5 miliardi di franchi (il valore più alto registrato dal 2014). Cifra che corrisponde all’1 per cento del prodotto interno lordo della Svizzera e al 13,8 per cento di tutte le perdite di produttività dovute allo stato di salute.


Inoltre, Promozione Salute Svizzera rileva che i valori elevati del Job Stress Index sono associati a una minore fidelizzazione emozionale all’azienda: cioè, più un lavoratore si sente bene sul posto di lavoro, più il suo attaccamento all’azienda è forte, più l’attaccamento è forte, più si impegnerà per il suo buon andamento.


Focalizzandosi sul rapporto fra età e stress, i ricercatori hanno constatato che i giovani lavoratori presentano spesso un indice più sfavorevole e che le perdite di produttività dovute allo stato di salute diminuiscono con l’avanzare dell’età. I lavoratori più anziani, cioè quelli nella fascia compresa tra i 40 e i 65 anni, riferiscono condizioni di lavoro più vantaggiose, un atteggiamento positivo rispetto al lavoro e una minore spossatezza emotiva. Per contro, i lavoratori tra i 25 e i 39 anni si sentono particolarmente messi sotto pressione da elevati carichi professionali e privati. Questi risultati tuttavia potrebbero essere distorti dal fatto che molte persone con un peggiore stato di salute si siano già ritirate (anticipatamente) dall’attività lavorativa e che quindi restino attivi quasi solo coloro che godono di buona salute. A favore dei lavoratori più anziani gioca anche una maggiore esperienza e quindi una migliore gestione dei fattori di carico. Dal punto di vista di eventuali differenze di genere, non esistono grandi discrepanze, con una media del 15,5 per cento per le donne e del 13,8 per cento per gli uomini.


La formazione sembra invece giocare un ruolo: dall’analisi emerge infatti che un titolo di studio universitario o di un istituto superiore è tendenzialmente associato a minori carichi e maggiori risorse, queste ultime dovute soprattutto a un più ampio margine di manovra. Si osserva inoltre che le perdite di produttività dovute allo stato di salute tendono a diminuire più è alto il livello di istruzione.
Visti i risultati, è chiaro che la riduzione dello stress è anche nell’interesse delle aziende perché consente di sfruttare un elevato potenziale economico, spetta quindi ai dirigenti creare le condizioni quadro favorevoli alla salute dei collaboratori, in attesa che si decida se il burnout sia o meno da considerarsi una malattia professionale.

Pubblicato

Mercoledì 3 Aprile 2019

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