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Bugie di guerra

di

Gaddo Melani
Il primo falso visivo di cui si abbia notizia nasce con il cinema. I fratelli Lumière avevano appena cominciato a girare, nel 1895, quando nelle sale londinesi si poté assistere a un documentario in cui si vedeva una tenda della Croce rossa presa d’assalto dai boeri (parliamo della guerra anglo-boera, combattuta allora in Sud Africa), mentre medici e infermieri cercavano di soccorrere un ferito. La pellicola era stata girata da attori professionisti in un sobborgo di Londra.1) Episodi recenti In tempi più recenti ci si affida a ditte altamente specializzate. Nell’agosto del 1990 Amnesty International diffonde una notizia agghiacciante: la morte a Kuweit City di 300 neonati prematuri strappati dai soldati iracheni dalle incubatrici, poi rubate. Amnesty cita la testimonianza di un medico kuweitiano, che dice di avere personalmente sepolto 60 corpicini e quella di una giovane infermiera, sempre kuweitiana, che assicura d’essere stata testimone della morte di 15 piccoli. Ebbene, tre mesi dopo la cessazione delle ostilità, Amnesty riconobbe che la storia dell’infanticidio era stata inventata, che la sedicente infermiera in lacrime era in realtà la figlia dell’ambasciatore del Kuweit a Washington e che tutta la vicenda era stata costruita da un’agenzia americana di relazioni pubbliche. In un volume – «Le verità jugoslave non sono tutte belle da dire», edito da Albin Michel, Parigi, 1994, del giornalista Jacques Merlino 2) – il responsabile della «Ruder Finn Global, Public Affairs» parlando della propaganda svolta contro la parte serba ebbe a dichiarare: «Il nostro lavoro non è di verificare l’informazione…acceleriamo la circolazione di notizie che ci sono favorevoli... Noi non siamo pagati per fare della morale…». Eppure, per tornare alla vicenda dei neonati uccisi, qualche dubbio sulla veridicità della notizia sarebbe dovuto sorgere subito. Com’era infatti credibile che il reparto pediatrico di un ospedale kuweitiano possedesse ben 300 incubatrici, per di più tutte occupate, quando i grandi ospedali delle nostre città ne hanno al massimo qualche decina? 3) Il cormorano nel petrolio Di gran lunga meno drammatica, ma di ugual impatto propagandistico fu l’immagine del cormorano, ricoperto di petrolio, che agonizzava sulle rive del Golfo Persico. La foto, sullo sfondo della marea nera, restò per giorni al centro dei notiziari televisivi di mezzo mondo. Secondo indagini giornalistiche condotte dopo la guerra, e in particolare da Antoine Reille, dell’ «Evenement du jeudi»4), in quella stagione – si era di gennaio – i baby cormorani non soggiornano su quelle coste; un reporter televisivo, dice sempre Reille, gli confessò in un’intervista di aver girato scene con petrolio di cormorani prelevati dallo zoo. Secondo Reille, le foto Reuter diffuse in tutto il mondo furono scattate in primavera e risalgono alla guerra Iran-Iraq, quando nel 1983 ci fu una grave fuoriuscita di greggio in mare. Per restare alla guerra del Golfo, quella contro Saddam Hussein, protagonista di drammatiche testimonianze sulle atrocità del dittatore iracheno fu il «capitano Karim», intervistato dapprima dal Nouvel Observateur e quindi da TF1. Alcune perle del «capitano Karim», presentato come un’ex-guardia del corpo del rais iracheno: un giorno – racconta – il convoglio di Saddam Hussein incrocia per strada tre vecchi. «Avete freddo? Chiede Saddam. Alla risposta affermativa, li fece cospargere di benzina e incendiare». Ancora: ogni mattina un elicottero gli porta per colazione latte di cammella fresco. Gli animali destinati a dissetarlo sono cento e tutti bianchi. Va da sé che «amava tre donne per notte, quindi le faceva uccidere perché non lo dicessero in giro».5) Solo a guerra terminata il controspionaggio francese rese noto che si trattava di un impostore che non aveva mai conosciuto Saddam Hussein. Falsi storici La cronaca degli ultimi anni è ricca di falsi storici. Basti pensare alla «strage di Timisoara», quattromila vittime civili massacrate dalla «securitate» di Ceausescu, quando in realtà quelli che furono mostrati erano i cadaveri di tredici barboni seppelliti alla bell’e meglio; e molto dubbio resta il «massacro di Racak», (villaggio del Kosovo, feudo dell’Uck) avvenuto il 16 gennaio del 1999, che diede il via alla guerra contro la Jugoslavia. La patologa finlandese Helen Ranta che esaminò i corpi trovati a Racak, non esclude che si sia trattato di una messa in scena, una tesi avvalorata da un’inchiesta giornalistica condotta dalla Berliner Zeitung . Di informazioni false, racconti inventati di sana pianta e quindi veicolati ad agenzie e giornalisti, più o meno compiacenti, ma anche in totale buona fede parla nel libro «In Search of Enemies», l’ex agente della Cia John Stockweel 6). Degna di rilievo la favola, a puntate, inventata da un agente a Lusaka, e diffusa in tutto il mondo. Dapprima vi si parla di soldati cubani che hanno stuprato donne angolane, quindi di una battaglia che ha permesso di catturare i violentatori. Una terza puntata è dedicata alle donne violentate che riconoscono gli aggressori. Infine si giunge al processo e all’esecuzione dei cubani da parte delle stesse vittime, con tanto di foto. Questa storia, diffusa il 12 marzo del 1976 dalle agenzie Upi e Ap, venne ripresa dai giornali più prestigiosi, a partire dal New York Times. Cinque mesi prima le stesse agenzie avevano riferito della cattura in Angola di venti consiglieri sovietici. Non era vero, ma la notizia venne pubblicata come un fatto certo; il Washington Post le affiancò la smentita della Tass. La pubblicazione della smentita non può essere l’alibi per la diffusione di notizie non verificate, in quanto la verità dei fatti (contenuta nella smentita) viene posta sullo stesso piano del falso e perde quindi di credibilità. Certo, i giornalisti non possono venir meno al loro dovere di cronaca e sono tenuti a riportare anche quegli avvenimenti creati di proposito, ma che vengono loro presentati come dati reali. Informazioni fuorvianti Un esempio per tutti la famosa crisi libica del 1986. Non era vero, come scrissero tutti i giornali, che Gheddafi stesse preparando atti terroristici; che gli Usa si preparassero a bombardare Tripoli; che l’opposizione libica era sul punto di rovesciare il regime del colonnello. Tutte queste informazioni erano state passate alla stampa dai soliti «alti funzionari», dalle solite «fonti sicure», tutti rigorosamente anonimi. In realtà gli «alti funzionari», le «fonti sicure» si erano fatti protagonisti di un’operazione di disinformazione pianificata alla Casa Bianca, allo scopo di tenere Gheddafi sotto pressione e incoraggiare un tentativo di rovesciarlo. La verità venne rivelata un anno dopo grazie a un’inchiesta del Washington Post, che pure era stato vittima delle false informazioni. A riprova di quanto possa risultare fuorviante un’informazione di per sé giusta, ma (necessariamente?) incompleta, ecco infine un caso portato ad esempio nel numero di «Le Monde diplomatique» di ottobre. L’11 settembre scorso le televisioni di tutto il mondo mostrarono palestinesi in festa per gli attentati a New York e Washington. Difensori d’ufficio della causa palestinese misero in dubbio l’autenticità del servizio asserendo che si trattava di immagini risalenti alla guerra del Golfo. Un’indagine ha invece dimostrato che furono effettivamente girate l’11 settembre. I palestinesi dunque erano con Bin Laden? Nessuno, però, in quelle ore era al consolato americano a Gerusalemme a filmare le migliaia di fax e lettere di condoglianze che giungevano da parte di organizzazioni e privati cittadini palestinesi. «Anche le immagini vere – annota il giornale – possono mentire». E, allora, che dire ancora sull’informazione e la guerra? Mutano gli scenari, le parole e le immagini si ripetono, si rincorrono; sullo sfondo, l’orrore di sempre. Fra poteri politici legittimatisi, nel nome del supremo interesse nazionale, al ricorso alla menzogna, e comandi militari da cui non è lecito aspettarsi trasparenza, al giornalista si può, si deve, chiedere unicamente di non rinunciare alla funzione che gli è propria, quella della critica. 1) Rossella Savarese, «Guerre intelligenti», Franco Angeli editore. 2) Citato al convegno dell’Unesco a Trieste su «Media e conflitto nei Balcani» del giugno ’94, nella relazione della scrittrice Janie Toschi Visconti. 3) Michel Collon, Attention Medias! Editions Epo, Bruxelles. 4) Citato da Claudio Fracassi in «L’inganno del Golfo», edizione Avvenimenti. 5) Vedi Michel Collon e Claudio Fracass. 6) Vedi Michel Collon.

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Venerdì 16 Novembre 2001

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