«Costituiamo una sola razza meticcia che dal Messico fino allo stretto di Magellano presenta notevoli similitudini etniche. Per questo, cercando di spogliarmi da qualsiasi vacuo provincialismo, brindo al Perù e all’America Unita«. Ernesto Che Guevara, Latinoamericana, 1951

 

Con un bicchiere alzato al cielo il giorno del suo ventitreesimo compleanno, un giovane studente in medicina che per la prima volta visitava il Perù, brindava al concetto dell’alleanza fra i popoli, in nome dell’unità panamericana. Meno di dieci anni più tardi, dopo essere stato comandante di guerrilla, quello stesso studente avrebbe assunto il ruolo di dirigente nazionale cubano per la riforma agraria e di presidente della banca nazionale. Indipendentemente dalle cariche pubbliche occupate, Guevara non smesse mai di essere fedele a quel brindisi innocente, pronunciato da un giovane uomo in un lebbrosario sperduto di San Pablo: al di là di ogni vacuo provincialismo, l’avvenire comune di un continente deve passare dall’emancipazione collettiva dei popoli che lo abitano.
Lo aveva capito bene il nemico, che non poteva permettersi un altro esempio cubano nel suo emisfero. Fra il marzo del 1962 e il giugno del 1966, saranno ben nove (in altrettanti paesi) i governi latinoamericani rovesciati con colpi di stato preventivi perché sospettati di potenziali derive progressiste.
Sono passati più di 60 anni, ma le dinamiche degli interessi predatori capitalistici sul sud del mondo non sono cambiati nella sostanza. Forse non saranno più i militari a destituire militarmente i presidenti eletti, ma le conseguenze tangibili dei vari golpe giuridici eterodiretti continuano a ferire i corpi dei popoli meticci.
Il 7 dicembre scorso Pedro Castillo, presidente peruviano democraticamente eletto, era arrestato in seguito a una procedura di impeachment. 24 ore prima, una sorte simile era toccata alla presidente Argentina Cristina Kirchner. Da quel 7 dicembre, al grido di “Que se vayan todos” il paese andino è teatro di mobilitazioni massicce, nonché di un enorme sciopero generale che si è scontrato con una brutalità repressiva che non si osservava da tempo, e della quale si parlerebbe molto di più se non ci fossimo ormai assuefatti a distinguere le vittime in morti di serie A e di serie B. In Perù, per ora, sono una sessantina, caduti sotto i proiettili della polizia. I feriti ovviamente si calcolano a migliaia.
Sarebbe riduttivo ascrivere la battaglia in corso a un meccanismo di elezioni rubate. Due modelli di società sono in un confronto diretto. Quella dell’estrattivismo capitalista e quella del popolo.
La prima calpesta i diritti dei popoli e massacra l’ambiente. La seconda fa parte di questa grande umanità che ha detto basta!
Pretendere che, in fondo, la questione non ci concerne, non sarebbe altro che un pericoloso mix di malafede e ignoranza: la Svizzera importa all’incirca un quarto di tutto l’oro peruviano e la svizzerissima Glencore è stata costretta a sospendere le operazioni di estrazione del rame (il Perù ne è il secondo produttore mondiale) a causa dei “vandali”(sic) che manifestavano. Cerchiamo per questo di spogliarci dei nostri vacui provincialismi. Brindiamo al Perù, all’America Latina, e a tutti i suoi popoli in lotta.

Pubblicato il 

02.02.23
 
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