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Borse depresse tra false e vere incertezze

di

Paolo Riva
Potrà sembrare strano, ma a scrivere di borsa e mercati finanziari, di questi tempi, ci si interroga sempre più sulla credibilità del proprio lavoro. Masochismo? Autolesionismo? Forse, ma intanto sarà meglio spiegare il perché di tali dubbi. Del fatto che siamo ormai entrati nel terzo anno di recessione borsistica, nel frattempo ce ne siamo accorti tutti, anche i più distratti. Meno evidente è come questa recessione pluriennale è stata spiegata al grande pubblico. Ma occupiamoci solo dell’ultimo grande evento di questo periodo infausto: la guerra in Iraq. Prima ci sono state le minacce e i tentativi di risoluzione diplomatici, ed ecco che il calo degli indici è stato spiegato come legato indissolubilmente alle grandi incognite che una guerra pur sempre rappresenta. E man mano che i tentativi pacifici di ricomporre il conflitto fallivano, gli analisti si accanivano sul fattore incertezza per giustificare il comportamento dei mercati. Poi, un brutto giorno, qualcuno ha deciso di passare dalle parole ai fatti, ed è scoppiato il conflitto. Quel giorno, e si badi bene, solo quel giorno, le borse hanno rialzato la testa, fornendo ai commentatori la conferma che avevano, visto giusto, e che ora l’incertezza era stata spazzata via e che si sarebbe potuto tornare a fare i conti con dei mercati trasparenti, ottimisti e prevedibili.Ingiustificati sia il tono (visto il particolare momento) sia la previsione, che ha ahinoi perso di attualità meno di ventiquattr’ore dopo. Ma come? Abbiamo appena finito di dirvi che ora i mercati si rimetteranno al bello, e gli indici già ricominciano a scendere? È triste a dirsi ma è stato proprio così. E allora via a spiegare che di colpo gli investitori hanno perso la loro scommessa su una guerra breve, e che una nuova incertezza si è impadronita dei mercati, rigettandoli nel panico. Manco a dirlo si tratterebbe dell’incognita circa la lunghezza della guerra. E se a fine guerra gli indici continuassero a scendere? Di quale incertezza parleremmo allora? Di quale incertezza parleremmo tutti? Ecco quello che mi sembra il problema, tutti i commentatori parlano delle stesse cose, quasi a seguire una corrente principale alimentata non so da chi, ma che promette verità facili e prefabbricate. E proprio come una vera corrente, alimenta il pubblico con una serie ininterrotta di perché, non necessariamente veri, ma credibili in quanto puntuali e distribuiti a tutti. Varrebbe invece forse la pena di cercare i perché fuori da questa corrente, magari rischiando brutte figure, ma tentando nel contempo un esercizio di originalità senz’altro degno di nota. Per esempio: perché non cercare di spiegare l’attuale momento no delle borse con l’altra grande incertezza che opprime ognuno di noi? Parlo dell’incertezza circa la propria situazione personale, il lavoro, le finanze. Temi di grande attualità e che da soli bastano per capire perché l’economia è depressa. Altro che massimi sistemi, il centro è, ora come sempre, l’individuo. Nel caso specifico, negli Stati Uniti si dice «se qualcuno perde il posto è una recessione, se io perdo il posto è una depressione». Serve altro per spostare l’attenzione degli analisti? Spero di no.

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Venerdì 4 Aprile 2003

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