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Bombe sul dialogo

di

Martino Dotta
Nelle ultime settimane, politici e politologi, giornalisti e opinionisti, sociologi, etnologi, psicologi e persino la gente comune, si stanno affannando nel tentativo di spiegare radici e implicazioni del fondamentalismo musulmano, ritenuto all’origine degli attentati terroristici di matrice islamica dell’11 settembre a New York e Washington. È lampante il bisogno d’esorcizzare le minacce latenti di un conflitto annunciato, che sembra allargarsi a macchia d’olio. Ma gli attacchi militari anglo-americani contro i talebani si riveleranno sbagliati: giuridicamente illegali, culturalmente inopportuni e politicamente dannosi. Tanto più che il fondamentalismo religioso islamico non si cura con la violenza, bensì con le modifiche strutturali dei rapporti internazionali e locali. L’illusione della «chirurgia» militare Chiunque avrebbe scommesso che il governo di George W. Bush avrebbe lanciato la sua macchina da guerra contro il preteso nemico principale degli Stati Uniti: Osama Ben Laden e la sua rete terroristica. L’intervento militare è stato abilmente sostenuto sin dall’inizio dall’idea che, per ristabilire la giustizia internazionale e assicurare una pace duratura al pianeta, fosse ineluttabile un’azione forte e decisa contro il terrorismo. Bush ha parlato di «crociata contro il Male» e di «caccia ai Diavoli», invocando la protezione divina sui suoi progetti bellicosi, come se fosse necessario scomodare Dio per giustificare un’ennesima operazione di «chirurgia militare»! E il lancio parallelo di missili e aiuti umanitari non fa che dimostrare l’ipocrisia della propaganda antiterroristica. La «risposta americana» è un fatto inquietante. Anche se ha ottenuto il sostegno formale dell’Onu, dell’Unione europea, della Nato e di molti Stati arabi, non poggia su alcuna base legale. Le procedure fissate dal diritto internazionale in casi simili non sono state rispettate e, in realtà, le Nazioni Unite sono state messe fuori gioco dalla determinazione di Usa e Inghilterra a reagire rapidamente. Con il pretesto di neutralizzare Ben Laden, gli americani stanno colpendo il regime afghano, ma è in fondo l’intera popolazione civile a farne le spese. D’altronde, agli americani preme assicurarsi il controllo su un’area al centro di importanti interessi strategici ed economici. Altro che giustizia e pace durature! A rendere ancora più pericolosa a lungo termine l’opzione militare è la sua probabile inefficacia: non è escluso che i terroristi non verranno catturati. E si finirà per aumentare la frustrazione della comunità musulmana, fornendo maggiori argomenti antioccidentali ai fondamentalisti, come hanno mostrato le violente manifestazioni popolari in Pakistan. Inoltre, la mancanza di legittimità dell’intervento armato costituisce un ulteriore indebolimento del diritto internazionale. Ancor più, le bombe su Kabul sono inopportune in un tempo in cui il dialogo interculturale e il consenso politico sono irrinunciabili, affinché il confronto tra le civiltà occidentali e quelle islamiche non diventi uno scontro dai contorni drammatici. Valori democratici in discussione In realtà, la cultura occidentale sta correndo dei gravi pericoli, ma risulta impreparata ad affrontarli con la dovuta lucidità e serenità. I suoi valori democratici, liberali e pluralisti – conquistati dopo secoli di lotte spesso cruente – sono messi in discussione anche in Occidente. Alla mancanza di punti di riferimento solidi viene opposto un nuovo ordine mondiale ispirato dagli insegnamenti coranici. Tuttavia, identificare musulmani e terroristi è un errore, come il ritenere tutti i fondamentalisti islamici dei potenziali terroristi. Va però riconosciuto che il fondamentalismo religioso è un fenomeno da prendere sul serio, pur senza allarmismi. Anche perché, come afferma il siriano Bassam Tibi (musulmano liberale e professore di relazioni internazionali all’Università di Gottinga), i fondamentalisti usano la religione a fini politici. Perciò i numerosi movimenti attivi sulla scena planetaria minacciano le radici della democrazia, il rispetto dell’individualità, i diritti umani fondamentali e il pluralismo di pensiero. D’altra parte, senza volerle né giustificare, né esaltare, le contestazioni violente possono essere lette come indici di gravi problemi sociali, politici, culturali ed economici da risolvere senza tardare. A ben vedere, nell’attuale situazione di tensioni globali, noi occidentali abbiamo bisogno di nuove certezze, ma probabilmente le stiamo cercando nella direzione sbagliata: mantenimento del nostro dominio economico e politico, impiego della forza militare e pretesa di avere una superiorità culturale (vedi le recenti, abberranti esternazioni di Silvio Berlusconi). Invece, l’uscita dal vicolo cieco in cui rischiamo d’incunearci dovrebbe cominciare con una vera integrazione degli immigrati musulmani in Europa e nell’America del Nord. Panico, sospetti e paura sono pessimi consiglieri, in qualunque situazione; possono diventare temibili strumenti di manipolazione populista. La forza del rispetto In sostanza, più che dare fiato a chi tende a demonizzare l’Islam (come hanno fatto di recente, ad esempio, Oriana Fallaci o mons. Sandro Maggiolini), si tratta di sostenere gli sforzi atti a rendere possibile il dialogo interculturale e interreligioso tra le società occidentali e il variegato mondo musulmano. Tale dialogo va promosso su basi di reciproco rispetto, di comprensione e sincerità, se vogliamo uscire dal circolo vizioso dell'instabilità. Sul piano locale, l’ideologia politica e i pregiudizi interreligiosi devono lasciare il posto alla promozione consensuale della dignità umana e della libertà di culto, al rafforzamento della coesione sociale, alla valorizzazione della struttura familiare e alla difesa dello stato di diritto. Per contro, sul piano planetario, l’uso della potenza militare, l’arroganza economica e la discriminazione culturale sono chiamati a cedere il passo alla concordia politica, alla solidarietà disinteressata e alla giustizia internazionale. La strada da percorrere insieme è pertanto quella della distinzione tra potere temporale e potere spirituale. È l’unico mezzo per disinnescare la bomba a orologeria costituita dai movimenti fondamentalisti islamici (e no). Per una lettura riconciliata della storia Alla tentazione di confondere religione e politica va contrapposta una lettura riconciliata della storia propria ad ognuna delle due parti, nonché a quella comune tra Occidente e Islam: linguaggio e memoria vanno purificati da malintesi e sospetti vicendevoli. Un’ironia della storia degli scorsi giorni fa paradossalmente sperare nell’esistenza di reali alternative politiche e culturali al vicolo cieco nel quale rischiamo di sprofondare, anche a causa dei bombardamenti contro l’Afghanistan. È il premio Nobel per la pace, assegnato all’Onu e al suo Segretario generale, proprio mentre gli Stati Uniti cercano di tenerla in scacco, tramite il ricatto finanziario e l’impiego arbitrario della sua supremazia militare. * frate cappuccino, responsabile del Convento dei Cappuccini di Lugano

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Venerdì 19 Ottobre 2001

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