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Bolkestein, l'inizio della battaglia

di

Tommaso Pedicini
Doveva essere la mossa vincente nella liberalizzazione del mercato del lavoro a livello europeo, ma i suoi promotori hanno dovuto fare i conti con una resistenza inaspettata. Contro la Bolkestein, la direttiva sui servizi all’interno della Ue, si sono mobilitati, infatti, i sindacati di mezzo continente. Da Roma, a Berlino e da Bruxelles a Strasburgo nelle settimane scorse centinaia di migliaia di persone hanno riempito le piazze per gridare il proprio no al “più pericoloso tentativo di smantellare lo stato sociale europeo”. La normativa, che prende il nome dall’ex commissario europeo al mercato interno, il liberale olandese Frits Bolkestein, è stata concepita con l’obiettivo di abbattere le barriere burocratiche che tuttora limitano i liberi professionisti e le imprese di un paese membro dell’Unione che vogliano operare negli altri Stati europei. Per effetto della Bolkestein, solo per fare qualche esempio, un avvocato spagnolo potrà avviare un’attività in Italia senza dover far riconoscere i propri titoli professionali dalle autorità locali e un’impresa di pulizie polacca potrà concorrere, senza ostacoli burocratici, a gare d’appalto in Germania e al tempo stesso non sarà obbligata a adottare i livelli previdenziali e salariali tedeschi. Proprio da quest’ultimo aspetto derivano le paure di dumping da parte dei sindacati che da mesi protestano contro la Bolkestein. Il timore è che, per effetto della concorrenza, salari e prestazioni sociali si abbassino ovunque al livello di quelli dei paesi dell’Europa orientale. La mobilitazione dei sindacati europei ha impedito l’approvazione della bozza originale della direttiva Bolkestein. Popolari e socialisti, i due principali schieramenti in seno al Parlamento europeo, hanno optato per una soluzione di compromesso che ha smussato gli aspetti più radicali della legge. La “Bolkestein-light”, come è stata battezzata la nuova versione della direttiva, è stata approvata nei giorni scorsi a larghissima maggioranza dal Parlamento di Strasburgo. Aspetti come la sicurezza e la salute sul posto di lavoro sono stati sottratti al principio del paese d’origine. Le imprese straniere che vorranno lavorare in un altro paese Ue dovranno, infatti, adeguarsi agli standard locali vigenti nei diversi settori. Inoltre, ambiti come la cultura, la scuola e la sanità sono stati esplicitamente esclusi dagli effetti della Bolkestein. Gli aspetti preoccupanti rimangono però ancora molti. Ad esempio, tra i “servizi economici di interesse generale” che potranno essere liberalizzati figura l’acqua, intesa quindi come merce e non più come bene comune. E poi l’ambiguità in materia di salari: la nuova bozza della Bolkestein parla, infatti, dell’obbligo delle imprese straniere di rispettare i minimi contrattuali degli Stati dove si opera. Un bel problema per paesi come la Germania che, a parte il settore edilizio, non hanno mai fissato dei minimi salariali. Non per niente il giorno successivo all’approvazione della “Bolkestein-light” al Bundestag di Berlino si è accesa una discussione parlamentare sull’ipotesi di introdurre minimi salariali per tutti i settori. Il dibattito ha spaccato la stessa coalizione di governo. Se, infatti, la Spd, come del resto anche i Verdi e la Linke, sono per introdurre dei minimi per tutte le categorie professionali ed evitare così la guerra al ribasso del costo del lavoro quando la Bolkestein entrerà in vigore, Cdu e liberali sono dell’avviso che debba essere “il mercato (del lavoro) a regolarsi da solo”. La battaglia sulla direttiva Bolkestein è appena all’inizio. Un mostro giuridico Per Josef Falbisoner, dirigente del sindacato del terziario Verdi in Baviera, questi sono giorni di impegno su più fronti. Da una parte c’è da coordinare il più grande sciopero nel settore pubblico degli ultimi 15 anni in Germania, dall’altra c’è da battersi contro quello che Falbisoner definisce un «mostro giuridico», una legge che apre porte e finestre al dumping sociale e salariale. Secondo il sindacalista la direttiva Bolkestein rischia, infatti, di livellare verso il basso i sistemi sociali dei 25 membri dell’Unione europea. Gli aspetti più problematici della Bolkestein sono stati mitigati dal voto del Parlamento europeo, cosa non la convince ancora? Ammetto che il compromesso tra socialisti e popolari europei ha ridotto la portata dei danni che sarebbero derivati al nostro sistema sociale dalla versione originale della direttiva. Ciò nonostante ci sono ancora diversi aspetti pericolosi che, nell’euforia del momento, molti, anche a sinistra, sembrano dimenticare. Mi riferisco al fatto che la Bolkestein lascia senza risposta una serie di domande. Ad esempio: a quale tipo di legislazione faranno riferimento i lavoratori interinali di una ditta di un altro paese europeo che opera sul territorio federale? Oppure: anche le imprese straniere che operano in Germania sono obbligate a rispettare le nostre regole sulla formazione professionale? Anche in tema salariale non sembrano esservi grandi certezze. Sì, questo è forse l’aspetto più pericoloso della nuova direttiva. Il testo dice che le imprese europee che lavorano in un altro paese dell’Unione devono rispettare i minimi salariali di quel paese. Ora vorrei sapere quale mai possa essere il criterio di riferimento qui in Germania, visto che, con l’unica eccezione del settore edilizio, i nostri politici non hanno mai voluto fissare dei minimi salariali. La direttiva ormai è passata al vaglio del Parlamento di Strasburgo, come pensate di poterla modificare ulteriormente? Ancora non è detta l’ultima parola. Per entrare in vigore la Bolkestein deve passare ancora il voto della Commissione e del Consiglio europei. Ci vorranno almeno un paio d’anni prima della sua applicazione. Se riusciamo a mantenere alto il livello di mobilitazione contro la direttiva e se nella lotta, oltre ai sindacati dell’Europa occidentale, saremo in grado di coinvolgere anche i colleghi dell’Est, allora sono convinto che potremo strappare qualcosa di meglio dell’attuale compromesso.

Pubblicato

Venerdì 24 Febbraio 2006

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