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Bolivia, s’infiamma la piazza

di

Maurizio Matteuzzi
Il gas ha fatto scoppiare la Bolivia, il paese più povero del Cono sud dell’America latina. Da cinque settimane uno sciopero generale a oltranza è andato irresistibilmente aumentando di intensità fino a sfociare, a partire da domenica 12 ottobre, in un grande incendio. Quel giorno il presidente neo-liberista e filo-americano Gonzalo Sanchez de Lozada ha imposto la legge marziale e l’esercito ha sparato sui manifestanti a El Alto, il sobborgo industriale di La Paz, la capitale, sull’altipiano. Il bilancio: 26 morti di cui 25 civili. Lunedì la stessa scena si è ripetuta nel centro di La Paz dove le colonne dei manifestanti sono scese cercando di dare l’assalto a palazzo Murillo, la sede della presidenza. Altri 15 morti almeno. In un mese i morti sono già più di 50. Tutto il paese è paralizzato: scioperi, blocchi stradali, comunicazioni interrotte. Cochabamba, che nell’aprile del 2000 vide “la guerra dell’acqua” (vinta) contro i progetti di privatizzazione voluta dalla multinazionale Bechtel (quella del vicepresidente americano Dick Cheney, in prima linea anche nella “ricostruzione” dell’Iraq), Santa Cruz, Oruro, Potosì: ovunque l’incendio è appiccato. I sindacati, partiti e gruppi dell’opposizione politica e degli indigeni quechua e aymarà – che costituiscono la stragrande maggioranza di quel 60-70 per cento degli 8,3 milioni di boliviani costretti a sopravvivere con meno di 2 dollari al giorno (stime Onu) –, i trasportatori, i maestri sono scesi in strada prima per la “guerra del gas” poi, mano a mano che la situazione si radicalizzava e il governo neo-liberista di Sanchez de Lozada rispondeva con la militarizzazione e la repressione, per esigere le dimissioni del presidente, un miliardario non a caso soprannominato “el Gringo”. Anche la Chiesa cattolica, pur tentando di mediare fra le due parti in lotta, puntava il dito contro l’ottusità e la brutalità della risposta governativa. I vescovi esigevano da Sanchez de Lozada una «soluzione non autoritaria alla crisi» e proponevano un’assemblea costituente per andare al più presto a nuove elezioni. Il governo perdeva pezzi. Il vicepresidente, Carlos Mesa, si dissociava da Sanchez; il ministro per lo sviluppo economico, Jorge Torres, si dimetteva per “insanabili” divergenze. Il Nfr, il partito populista di destra “Nueva fuerza repubblicana”, ritirava i suoi ministri. Perfino dentro il partito di Sanchez, il Movimento nacionalista revolucionario (si fa per dire), si aprivano crepe. Solo il Mir, i soi-disent “socialdemocratici” dell’ex-guerrigliero ed ex-presidente Jaime Paz Zamora, gli confermava il suo appoggio. Per fortuna del Gringo – almeno per il momento – alla sera di lunedì 13 le forze armate diffondevano un documento in cui ribadivano il loro appoggio. Dall’estero correvano in soccorso anche il Dipartimento di Stato americano e Condoleezza Rice, il consigliere per la sicurezza nazionale, che garantiva e chiedeva «il totale appoggio alle istanze costituzionali». Sanchez è un uomo degli americani e del libero mercato (leggi Fmi) in servizio permanente effettivo. È perfino uno pochissimi leader dell’America latina incondizionatamente favorevole dell’Alca, l’Accordo di libero commercio delle Americhe. La scintilla che ha fatto scoppiare la rivolta è stato il gas. L’unica risorsa che resta al poverissimo paese andino dopo che le miniere d’argento – in cui morirono milioni di indios ai tempi della colonia spagnola – si sono esaurite; dopo che i prezzi internazionali dello stagno sono andati cadendo nel corso degli anni; dopo che gli Stati uniti, negli anni ’90, hanno decretato la “guerra alla droga” (la Bolivia era il primo o secondo produttore di foglie di coca) e il presidente Hugo Banzer, un ex-dittatore degli anni ’70, per rifarsi una verginità con Washington impose a sua volta il Plan Dignidad con l’obiettivo di estirpare con la violenza (e l’attiva partecipazione delle truppe speciali Usa) le coltivazioni di coca. L’apertura economica neo-liberista imposta anche alla Bolivia in questi ultimi 21 anni di democrazia – un record nel paese che conta quasi 200 colpi di stato nel corso della sua storia – ha portato alla scoperta e sfruttamento delle immense risorse di gas naturale, di cui ha le maggiori riserve accertate del continente. Finora lo ha venduto quasi solo al Brasile con cui ha un accordo trentennale. Ma Sanchez lo vuole vendere anche al Cile, al Messico e alla California del fiammante governatore Schwarzenegger e dei disastrosi black-out dell’anno passato. Facendolo partire “da un porto cileno”. Ciò che ha riattizzato le mai sopite frustrazioni boliviane che datano dalla “guerra del Pacifico” del 1979, quando la Bolivia perse il porto di Antofagasta e ogni sbocco al mare. Il piano di Sanchez de Lozada vengono da lontano. Eletto una prima volta presidente nel ’93, aspettò i due ultimi giorni prima della scadenza del suo mandato, nel ’97, per promulgare una Ley de Hidrocarburos che apriva la strada alla privatizzazione del gas, svendendo poi, attraverso il meccanismo fraudolento della “capitalizzazione”, la compagni nazionale di energia Ypf alle transnazionali: Shell, Enron, Sempra, Pacific LNG. I soliti nomi di sempre. L’anno scorso, al suo ritorno alla presidenza dopo aver vinto le elezioni con uno striminzito 22.5 per cento (contro Evo Morales, il leader del Mas “Movimento al socialismo”, e dei cocaleros, i piccoli produttori della foglia di coca), ha immediatamente ripreso quel progetto (sostenuto con entusiasmo della Banca mondiale). Risultato: un piede-cubo di gas boliviano (s)venduto a 70 centesimi contro 1.40 dollari del prezzo internazionale. Ora in Bolivia è scontro muro contro muro. I leader della ribellione – Evo Morales; Felipe Quispe, il leader del “Movimento indigenista pachakuti”; Jaime Solares, il segretario esecutivo della Cob, la “Central obrera boliviana”; Oscar Olivera, il leader della “guerra dell’acqua” di Cochabamba – dicono che non ci sono più margini di trattativa con Sanchez de Lozada: «se ne deve andare» e il gas deve servire innanzi tutto per il fabbisogno dei boliviani e deve essere lavorato in Bolivia prima di essere venduto all’estero. Lui, “el Gringo”, risponde che non se ne andrà prima del 2007 alla scadenza del suo mandato e accusa «interessi stranieri» di essere dietro il complotto non trovando di meglio che identificarli nel peruviano Sendero Luminoso, nelle Farc colombiane e in ong «con obiettivi sovversivi». In Bolivia, fra le voci e le accuse reciproche di imminente golpe, la rivolta continua.

Pubblicato

Venerdì 17 Ottobre 2003

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