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Boillat, la lunga lotta per la dignità operaia

di

Francesco Bonsaver
Un mese di sciopero, quasi tre mesi e mezzo di mediazione. È una battaglia sul lungo periodo quella che stanno sostenendo gli operai della Swissmetal Boillat di Reconvilier. Una lotta logorante per chi la vive in prima persona, che ha fatto anche delle vittime. Diversi operai sono infatti crollati psicologicamente. Una lotta di posizione, sfruttata abilmente dalla direzione di Swissmetal, che mira in primo luogo a minare l'unità dei lavoratori.
Poco dopo l'inizio della mediazione, quella che agli occhi delle maestranze sembrava l'unica possibilità d'uscita ragionevole, ossia la vendita degli stabilimenti di Reconvilier a terzi da parte del gruppo Swissmetal, è stata seccamente rifiutata dalla direzione. Un primo duro colpo alle speranze operaie. Seguita dalla conferma del licenziamento di un terzo degli operai, 112 su 340. Licenziamenti avvenuti senza la benché minima preoccupazione della situazione delle singole persone. Dopo qualche settimana, la direzione ha annunciato la riassunzione di 30 lavoratori. Lo ha fatto offrendo loro contratti a termine e a condizioni peggiori di quelle che avevano prima e che hanno coloro che non sono stati licenziati. Lavoratori quindi divisi in più categorie, una divisione che non favorisce l'unità tra gli operai. Fra di loro si è quindi affermato un clima di insicurezza e paura, alimentato dalle insistenti voci di preparativi per spostare la produzione della Boillat negli altri due stabilimenti della Swissmetal a Dornach e Lüdenscheid (Germania).
È in questo clima di paura, di diffidenza generalizzata e di crescente disillusione, che per lo scorso week end gli operai di Recovilier hanno lanciato l'appello per una grande manifestazione nazionale di solidarietà di sabato 10 giugno. Un clima che spiega almeno in parte la bassa partecipazione, circa 500 persone. Una manifestazione che comunque dimostra che la partita ancora non è chiusa.

Venerdì 24 febbraio la direzione di Swissmetal ha annunciato il divieto d'accesso agli stabilimenti della Boillat. Fino ad allora, durante il mese di sciopero, gli spazi della fabbrica erano in mano agli operai, alle loro famiglie e a chiunque voleva portare la propria solidarietà agli scioperanti. La fabbrica era ai loro occhi lo spazio collettivo naturale, nel quale loro vivevano ed avevano i rapporti sociali. Essa era il centro attorno al quale ruotava la loro vita. All'interno della fabbrica, durante lo sciopero, si mangiava, si dormiva, si discuteva e si scherzava. Il parroco del villaggio vi aveva anche celebrato una messa alla quale avevano assistito circa 150 persone. La negazione dell'uso degli spazi della fabbrica quale spazio di socialità nel quale condividere tutto questo non poteva non avere una risposta. L'esigenza di uno spazio sociale collettivo nel quale condividere i sentimenti, le preoccupazioni e le discussioni provocate dal conflitto con la direzione, era una necessità forte ed urgente, che non voleva essere persa.
La risposta non si è fatta attendere: il lunedì successivo è nata l'Uzine 3. La cifra tre corrisponde al fatto che la fabbrica Boillat è divisa in 2 grandi stabilimenti a Reconvilier, l'usine 1 posta all'entrata del paese e l'usine 2 che si trova alla fine del paese. Usine 3 dunque per sottolineare che è uno spazio che si vuole parte integrante della fabbrica, uno spazio di socialità che appartiene agli operai. La z al posto della s deriva invece da Zorro, il giustiziere mascherato, per sottolineare la voglia di giustizia. Il proprietario dello stabile, precedentemente inutilizzato, ha dato il suo consenso all'uso degli spazi. Il comune di Reconvilier, oltre a fare da garante, ha autorizzato la vendita di cibo e bevande. I lavori per rendere agibile gli spazi sono stati svolti da operai della Boillat e da sostenitori, mentre il mobilio necessario è tutto frutto della solidarietà. Il frigo arriva da Neuchatel, i tavoli da un proprietario di un bar della regione, i computer regalati da diversi donatori, il grande schermo per i mondiali da un vicino, e così via. Lo spazio si finanzia con la vendita di cibo e bevande, le decisioni vengono prese dal collettivo che se ne occupa, in autogestione.
L'apertura dell'Uzine 3 è garantita a turni. Oggi dietro il bancone del bar c'è un operaio spagnolo 50enne, Sindo, di cui 20 passati nella fonderia della Boillat. È stato licenziato dalla Swissmetal. Non deve essere stato facile per lui passare dalla fabbrica ad un centro sociale autogestito. Ma, vedendolo, ciò non sembra essere un gran problema. Accoglie calorosamente chiunque entri ed ha sempre pronta una battuta, un sorriso. In questa giornata di festa e di manifestazione, il suo turno sarà più lungo, ma non sembra pesargli. Lo fa con piacere. Seduto ad un tavolo, incontriamo un altro operaio della Boillat. Lui invece non è stato licenziato.        È uno svizzero di poco più di 50 anni. «Sono un giurassiano bernese, ma credo di aver preso la mentalità romanda, meno incline ad accettare i soprusi" specifica "In fabbrica mi hanno chiesto di lavorare sabato e domenica, di fare gli straordinari. Mi sono rifiutato. Gli ho risposto che invece di chiedermi di fare gli straordinari, non avrebbero dovuto licenziare tutte quelle persone. Di lavoro ce n'è per tutti».
Uzine 3 è un luogo dove avere le ultime informazioni sulla vicenda Boillat, dove poter bere e mangiare in compagnia, collegarsi ad internet gratuitamente. Vi è poi una sala più grande nella quale sono stati organizzati concerti, teatri, riunioni e conferenze.
Grazie a questo spazio e alla loro lotta, gli operai della Boillat e gli abitanti sono entrati in contatto con un mondo che fino a poco tempo fa era  a loro quasi sconosciuto. In questo paese di poco più di duemila abitanti dell'Arco giurassiano sono arrivati operai tedeschi della Aeg (ditta tedesca di apparecchi elettrici), sindacalisti della Cnt francese, operai della fabbrica Nestlé di Cabuyao, città nel nord delle Filippine, che da quattro anni sono in sciopero per le condizioni di lavoro.
Lo scambio di informazioni ed esperienze ha permesso ai lavoratori di comprendere meglio le dinamiche economiche mondiali, i conflitti sociali internazionali e di non sentirsi più soli nella lotta. 
Se inizialmente lo spazio è nato sotto l'impulso di sostenitori dei lavoratori in sciopero della Boillat e da qualche operaio per rispondere a dei bisogni generati dal conflitto, ben presto è diventato un luogo nel quale degli operai licenziati possono continuare a sentirsi utili. Attualmente il collettivo che si occupa della gestione dell'Uzine 3 è costituito praticamente da operai della Boillat.
«Sono stato contattato dal collettivo dell'Uzine 3 per ripristinare il riscaldamento, avendo fatto l'apprendista in quel campo. Da quel giorno, e sono passati quasi quattro mesi, sono entrato a far parte del collettivo che gestisce lo spazio» racconta ad area Cedric, operaio della Boillat. «Attualmente sono in malattia, perchè stavo per esplodere psicologicamente, tanto da essere sul punto di aggredire il direttore della fabbrica. Un mio carissimo amico e collega, sposato e padre di famiglia è stato licenziato. Io non sono né sposato né padre. Perchè hanno licenziato lui e non me?».
All'Uzine 3 si respira un'aria internazionale e familiare. Tra gli operai di Reconvilier, vi sono gli svizzeri che da generazioni lavorano per la Boillat, vi sono i figli d'immigrati, nati e cresciuti nella regione, e vi sono gli immigrati, molti dei quali spagnoli e portoghesi. Familiare perchè lo spazio è frequentato da tutti, dai bambini agli anziani.Un luogo d'incontro che ha permesso di migliorare le relazioni sociali fra gli abitanti della regione. «Da quando è iniziato lo sciopero, ma in particolare da quando esiste l'Uzine 3, ho conosciuto molte persone che abitano nel paese, con le quali prima non avevo mai scambiato una parola» ci dice Myrca, moglie di un operaio Boillat. L'Uzine 3 è aperta sette giorni su sette, ventiquattro ore su ventiquattro, proprio come gli stabilimenti della Swissmetal. Con la differenza che qui si produce solidarietà, calore umano e idee.

Raccolto oltre un milione per gli scioperanti

Ad oltre un milione di franchi ammontano i soldi raccolti dai due fondi di solidarietà per gli operai della Boillat, quasi equamente divisi tra il fondo organizzato dal sindacato Unia e quello dal Comune di Reconvilier. Questa cifra attesta la grande solidarietà ricevuta, fosse anche solo in termini economici. Normalmente queste cifre si raggiungono con slanci di solidarietà nei casi di catastrofi naturali, nelle raccolte organizzate dalla Catena della Solidarietà. In questo caso invece si tratta di solidarietà a degli operai in sciopero. A memoria, non ci si ricorda di un importo così importante per un caso simile. I soldi sono stati raccolti nelle forme più svariate. Ad esempio,     25 mila franchi sono stati raccolti dai docenti giurassiani, i quali hanno versato l'uno per cento del loro salario. La pasticceria del paese, la Hofmann, grazie alla vendita di una tavoletta di cioccolato creata appositamente (vedi area n. 8-9, del 24.2.2006), ha versato al fondo di solidarietà ben 22 mila franchi.     Altro esempio è la vendita all'asta di 80 quadri donati da artisti, che hanno fruttato quasi 60mila franchi.
Ma la solidarietà si è espressa in mille forme, non solo di tipo economico, sia a livello regionale che nazionale. Numerose sono state le prove di sostegno, impossibile riassumerle tutte. Un'altra cifra importante sono le oltre 13 mila firme raccolte dalla petizione a sostegno delle rivendicazioni delle maestranze della Boillat, accompagnate da una forte critica alla politica del direttore manageriale di Swissmetal Martin Hellweg.
Les Femmes en colère hanno dato un contributo essenziale alla raccolta di queste firme. Il gruppo è nato ad inizio aprile e vi fanno parte operaie della Boillat, mogli e compagne di operai e donne solidali con il movimento di lotta. Roubina, che fa parte del gruppo, spiega ad area quali sono state le loro attività e le loro ragioni: «abbiamo deciso di contribuire in modo attivo alla lotta perchè in quanto operaie, mogli e fidanzate, siamo coinvolte da quanto sta succedendo alla Boillat. Lo facciamo anche per i nostri figli. Nel mio caso, conclusi gli studi a Losanna, ho scelto di ritornare a vivere nella mia regione. Ho potuto farlo perché il mio compagno ha avuto l'opportunità di trovare un impiego da queste parti. Se chiudono la Boillat, sarà un colpo economico durissimo nella regione. In molti saranno costretti ad andarsene. I nostri figli non potranno più scegliere se vivere qui o no. Saranno obbligati a cercare lavoro da un'altra parte. Il conflitto della Boillat assume una dimensione più grande della sola questione relativa alla fabbrica. Si tratta di rispondere alla domanda di che tipo di società vogliamo».
Oltre alla raccolta firme, les Femmes en colère, hanno contribuito a mediatizzare la problematica, partecipando ad esempio al primo maggio a Zurigo, dove una loro rappresentante ha parlato dal palco ufficiale. Sono andate anche a trovare il consigliere federale Joseph Deiss, dopo che quest'ultimo aveva dichiarato che per la Boillat non poteva fare nulla. "Tu dici che non puoi fare niente, ma noi intanto continueremo a vivere qui e questa dovrebbe essere una tua preoccupazione", hanno replicato les Femmes en colère.

Pubblicato

Venerdì 16 Giugno 2006

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