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«Bisogna smetterla di criminalizzare il profitto»

di

Giuseppe Dunghi

Povero Sofocle. Nel regno delle ombre dove si trova adesso si metterebbe a piangere se venisse a sapere l’uso che viene fatto nel terzo millennio del celebre stasimo dell’Antigone. Il coro composto dagli anziani di Tebe ha appena terminato di cantare il sole che splende sulla città dalle sette porte per la vittoria del re sull’esercito degli assalitori, quando arriva una guardia ad annunciare che qualcuno ha sepolto Polinice, contravvenendo agli ordini dell’autorità.

 

Agli anziani il gesto dello sconosciuto sembra incredibile, tanto incredibile da far pensare a quel mistero inquietante che è l’essere umano: naviga sui mari in tempesta, apre con l’aratro la terra, tende reti agli uccelli, caccia con astuzia le belve, mette il giogo agli animali, cattura i pesci, possiede il genio delle arti, ha inventato il pensiero, la parola e le regole del vivere civile, costruisce case per proteggersi dal freddo e dalla pioggia, anche se non può nulla contro la morte ha scoperto rimedi contro le malattie, è libero di praticare tanto il bene quanto il male. È la scoperta della tragica grandezza della libertà umana, all’interno di un’opera che afferma per la prima volta la superiorità dell’agire secondo coscienza rispetto all’agire secondo le regole stabilite dal potere.


Oggi quel passaggio poetico viene interpretato al contrario, come fondamento della retorica dell’intraprendere e della sottomissione della società al potere dell’impresa. Parlando a nome del governo all’assemblea annuale della Confindustria, la ministra italiana dello sviluppo economico Federica Guidi ha dichiarato che bisogna smetterla di criminalizzare il profitto.

 

Come se oggi in Italia il profitto non fosse approvato, celebrato, glorificato e addirittura imposto come regola dell’attività economica. Come se oggi in Italia il perseguimento del profitto a tutti i costi non avesse assunto connotazioni criminali (ma anche le banche svizzere in America non scherzano). All’esponente di quel partito che ha rinnegato Marx per gettarsi nelle braccia di Berlusconi bisognerebbe suggerire, nelle pause dei suoi interventi pubblici, che il rapporto tra l’impresa e il lavoro non è quello della vulgata diffusa dalle pagine economiche dei giornali. L’impresa estrae profitto dal lavoro, il lavoro lo fanno i lavoratori, l’economia può funzionare senza l’impresa, come hanno dimostrato, senza andare lontano, le regìe federali del nostro paese: la Posta (prima che venisse privatizzata e ridotta a vendere orsetti e cioccolatini) e le Ffs. L’economia è la ricerca del benessere per tutti, non l’accumulazione di ricchezza.


A pensarci bene, chi sorride ogni volta che si nomina Marx perché pensa  che il pensiero del filosofo di Treviri abbia trovato posto felicemente in soffitta, in realtà è convinto di aver espunto dalla storia del pensiero tutta la filosofia tedesca, da Kant a Hegel a Feuerbach, che aveva pensato il mondo come creazione umana e non divina, e dunque aveva concepito l’uomo come responsabile del destino del mondo. I paladini del profitto hanno invece una concezione del mondo simile a quella che il bruco della carpocapsa ha della mela: lui non ha alcuna colpa, si limita a compiere il proprio ciclo vitale, ma intanto la mela marcisce.

Pubblicato

Mercoledì 18 Giugno 2014

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