La maggior parte dei media ha già dimenticato l’inizio della presidenza dell’Unione europea di Silvio Berlusconi. Val la pena di ritornare in argomento non tanto per ripetere le deprecazioni o le difese d’ufficio quanto per proporre alcune considerazioni più generali. Salta all’occhio innanzitutto la fragilità strutturale di una presidenza che dura solo sei mesi. Nonostante il fatto che in ogni nazione che una volta o l’altra prende la presidenza si affermi che essa darà impulsi particolari all’Unione europea, anzi che essa sarà decisiva per il suo ulteriore sviluppo, bisogna riconoscere che tali presidenze semestrali non possano andare al di là di una semplice conduzione degli affari correnti. Questa debolezza strutturale non va evidentemente confusa con l’episodio che Berlusconi si sia “esternato” nel modo che abbiamo potuto osservare, nè tantomeno lo scusa. Resta il fatto che gli “incidenti di percorso” e la debolezza strutturale della presidenza siano comunque percepiti come fenomeni connessi. Così anche l’Unione europea non ha sviluppato procedure per meglio gestire tali incidenti, poichè in ogni caso sei mesi dopo tutto cambia. Mancano inoltre procedure chiare per “mettere in riga” presidenti troppo zelanti nel confondere le loro opinioni personali con il compito di presidente dell’unione europea. Da noi in Svizzera non si discute molto di queste cose poiché comunque siamo ancora fuori dell’Unione. Chi osserva comunque la scena europea con una certa attenzione vedrà che ormai nulla si muove nel nostro paese senza riferimento diretto all’Europa che ci circonda. Couchepin è appena arrivato da Roma, dove ha incontrato il presidente-imprenditore e ciò è comunque un segnale che mette in evidenza l’importanza di questa istituzione presidenziale. Condividiamo inoltre con i paesi europei che ci circondano tutta una serie di problemi. Mi sono ritrovato anch’io, discutendo con miei parenti residenti in Italia, a parlare della crisi delle pensioni e non potevo certo consolarmi del fatto di essere svizzero. Siamo tutti sulla stessa barca anche se le modalità sono diverse, fatichiamo a rendercene conto e ancor meno siamo disposti a combattere insieme sui medesimi fronti. La sinistra svizzera è stata sempre filoeuropea, ma c’è ancora molto da fare alla base per guardare ai problemi in questa prospettiva. Se le esternazioni del cavaliere dovessero servire anche a svegliarci dal nostro torpore elvetico, ben vengano anche quelle….

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11.07.03

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