Personalmente trovo Berlusconi il campione degli insopportabili. Un sentimento che è condiviso da molte persone e che rappresenta il collante più importante del centro-sinistra, l’arma che dovrebbe fargli vincere le elezioni di aprile, ma che non sarà sufficiente per governare. Uomo con molte macchie ma senza paura, in queste settimane sta tentando di tutto per invertire le previsioni che lo vogliono perdente in aprile. Prima ha scatenato una guerra per bande sul caso Antonveneta/Unipol, poi si è dato da fare per apparire nel maggior numero possibile di trasmissioni televisive e radiofoniche, indipendentemente dal fatto che fossero politiche o di intrattenimento. Accusa gli avversari di tentare di delegittimarlo quando gli ricordano le sue molte disavventure giudiziarie, le leggi “ad personam” e il conflitto di interessi, ma in realtà è stato lui durante dieci anni a cercare di delegittimare gli avversari imputando loro la responsabilità di tutti gli orrori del “socialismo reale” e rispolverando quel pericolo bolscevico (i cavalli dei cosacchi che si abbeverano alle fontane del Vaticano) che aveva garantito il dominio della Democrazia Cristiana nel dopoguerra. Solo che non lo ha fatto negli anni quaranta-settanta del secolo scorso, quando la cosa poteva avere un senso, ma nel terzo millennio, quasi venti anni dopo la caduta del muro di Berlino e più di quarant’anni dopo la censura del Senato americano nei confronti del senatore McCarthy per comportamento contrario alle tradizioni di quel consesso. Quello che forse è meno noto è che l’uso dell’arma del comunismo per delegittimare gli avversari non è stata una trovata estemporanea, ma ha dietro una lunga preparazione che potremmo definire di tipo culturale. Alla fine degli anni novanta la casa editrice Mondadori ha stampato per “Silvio Berlusconi editore” una “Biblioteca dell’Utopia” che, dopo Erasmo da Rotterdam, Tommaso Moro, Niccolò Machiavelli, Bacone, Campanella ecc. ha pubblicato (1999) il Manifesto del Partito Comunista di Marx e Engels. L’interessante introduzione è del filosofo ex comunista e a quel tempo deputato di Forza Italia Lucio Colletti, morto nel 2001. Una persona la cui cultura, intelligenza e libertà di pensiero non può essere messa in dubbio, ma che era conosciuto anche per il gusto dissacrante della battuta, per essere “un uomo degli estremi” (Mario Tronti) come estrema è stata la scelta di unirsi al Berlusca (lo chiamava sempre così) vent’anni dopo la sua fragorosa uscita dal marxismo. Prima della introduzione tuttavia c’è una presentazione non firmata, quindi probabilmente dello stesso editore, che, attingendo in modo rozzo e parziale alla raffinata analisi di Colletti, afferma che «le pagine del Manifesto descrivono e spiegano quello che accade nel mondo di oggi dove… come allora, i poveri diventano sempre più poveri e i ricchi sempre più ricchi (sic)». Quindi, contrariamente a quanto sostengono molti libri di storia, «il comunismo non solo non è finito, ma non è ancora cominciato… Marx ritornerebbe perciò certamente alla carica su un punto che gli era caro: la società borghese va abbattuta». Solo che è cambiato il modo: affinché «i proletari arrivino al potere…si devono occupare lentamente le istituzioni, trasformare il sapere, l’informazione, persino i valori religiosi…si comincia a svuotare morale e valori della classe dominante…Svuotare e sostituire lentamente, questa è la via maestra». Sembra l’esclamazione del sindaco, maccartista ante litteram, della Chicago del 1929 in un vecchio film di Billy Wilder: «i comunisti sono dappertutto, escono come i topi dalle fogne, si arrampicano sulle aste delle bandiere per distruggere i nostri simboli…». Una caricatura grottesca della realtà, ma sempre attuale quando si ha paura di perdere i propri privilegi, di dover distribuire in modo un poco più equo la ricchezza prodotta e, anche, la libertà. Certo quello esposto è il punto di vista mio e, stando ai sondaggi, di molte altre persone. Ma molte altre ancora la pensano in modo diametralmente opposto. Come, ad esempio, quei milanesi, guidati da Giuliano Ferrara, che stanno preparando per Berlusconi una festa sul modello dei girotondi della sinistra. Con il motto, significativo, di “libertà e doppiopetto”.

Pubblicato il 

27.01.06

Edizione cartacea

 
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