< Ritorna

Stampa

 

Bellinzona ha radici operaie

di

Gabriele Rossi
Due destini inscindibili quelli della Casa del Popolo e dell’Unione sindacale Bellinzona (Usb) che, seppur trasformati nel tempo, resistono ancora. Oggi l’Usb inaugura il Palazzo del cinema occasione per celebrare anche gli 85 anni dell’Usb, fondata il 16 febbraio 1919 da un gruppo di ferrovieri che avevano partecipato l’anno precedente allo storico sciopero nazionale. Qui sotto, area ospita due scritti dello storico Gabriele Rossi che ripercorre la storia della Casa del Popolo e quella dell’Usb negli anni. Una ricorrenza, quella degli 85 anni dell’Usb, festeggiata con qualche ritardo. «Siamo un po’ fuori dai termini – ci dice Silvano De Bernardi, da otto anni presidente dell’Usb – ma abbiamo voluto attendere la fine dei lavori del cinema, che si sono protratti oltre il previsto per tutta una lunga serie di disguidi. Ma l’occasione è importante per ricordare un’organizzazione che a Bellinzona costituì un punto di riferimento per gli operai e per gli ambienti della sinistra. «A quel tempo – spiega De Bernardi -, parlo degli anni Venti, l’intento era quello di offrire un ritrovo in cui si potessero svolgere anche delle attività culturali e ricreative. Col passare del tempo l’Usb venne scavalcata dalle singole federazioni sindacali che si andavano potenziando, come la Flel (la Federazione svizzera dei lavoratori edili e del legno, poi diventata Sei, confluito ora in Unia, ndr) o la Flmo ma continuò ad avere il ruolo di trait d’union fra le diverse organizzazioni assumendosi il compito di curare i beni immobiliari, fra cui la Casa del Popolo, acquisiti dai diversi sindacati. Certo, lo spirito iniziale che animava un tempo tutte le case del popolo è andato affievolendosi nei decenni ma noi teniamo duro.» mapi Bellinzona ha vissuto diversi cambiamenti nel tempo. Due di essi riguardano gli ultimi decenni del diciannovesimo secolo e hanno avuto profonde conseguenze sul suo tessuto urbano: dal 1878 essa è la capitale stabile del Cantone e dal 1882 costituisce il principale nodo ferroviario del Ticino. Si passa così dai 4 mila abitanti del 1880 ai 10 mila 500 del 1910. Lo sviluppo della città porterà anche alla fusione con i comuni vicini nel 1905. Gran parte di questa nuova popolazione è costituita da lavoratori: impiegati cantonali, in misura ancora limitata poiché la struttura amministrativa del Ticino è poco più che embrionale, operai e impiegati delle Ferrovie (Gotthardbahn dapprima, Ferrovie federali poi) e dell’Officina. Stando così le cose non ci sorprende scoprire che a Bellinzona sorgono presto le prime forme di organizzazione operaia che affiancano le iniziative progressiste della metà del secolo (Circolo degli Operai) e la Cooperativa del 1867, opera degli ambienti più radicali del liberalismo bellinzonese. Nel gennaio di centoventi anni fa sorgeva l’organizzazione federale del personale del treno (Szov), per iniziativa della sezione di Bellinzona che era la più numerosa (40 soci) dopo quella zurighese. Nell’aprile dello stesso anno veniva fondato il Grütliverein della capitale. I ferrovieri costituirono quindi il fulcro del movimento operaio di Bellinzona. Essi non aderirono che molto tardi alla Camera del Lavoro nata a Lugano nel 1902; la loro storia sindacale fu quindi diversa da quella delle altre categorie. Lo si vide bene nel caso dello sciopero generale del novembre 1918: mentre la classe operaia ticinese restava distante e fredda, accettando la lettura borghese dei fatti che accusava i “bolscevichi” del Comitato di Olten di creare il caos e preparare la rivoluzione per aiutare l’imperatore di Germania ormai vicino alla resa militare, i ferrovieri parteciparono in massa allo sciopero, i loro dirigenti furono arrestati, si creò un fossato tra le organizzazioni operaie e la cittadinanza. La lotta, persa nell’immediato ma vincente nel medio periodo (si chiedeva, tra l’altro, la proporzionale, l’Avs, il voto alle donne) rafforzò la volontà d’azione del movimento che reagì alla sfida costituendo il “Fascio delle organizzazioni sindacali di Bellinzona e dintorni” nel febbraio 1919. Subito si presentò l’occasione di comperare uno stabile di pregio costruito nel 1908 in stile liberty e posto di fronte alla stazione; il movimento operaio ancorava la sua presenza nella pietra dell’ Hôtel Schweizerhof. Furono necessari 160 mila franchi (come a Friborgo e a Soletta) che si raccolsero attraverso l’emissione di quote sociali da 25 franchi l’una (un meccanico all’ Officina guadagnava allora 77 centesimi e un fabbro 92). Simbolicamente si rimosse il ritratto del generale Wille per sostituirlo con quello di uno dei condannati per lo sciopero, Giovanni Tamò, “reduce dalle patrie galere”. La Casa del Popolo divenne sede sindacale, ma anche di attività culturali (biblioteca e sala di lettura, Università popolare, scuola di musica, filodrammatica) e ricreativo-sportive (Utoe, Unione Ticinese Operai Escursionisti). Doveva diventare anche il cuore dell’informazione socialista, con il trasferimento a Bellinzona della redazione e della tipografia di “Libera Stampa” che avrebbe trovato posto, con “Il Ferroviere” nei locali costruiti su via Cancelliere Molo: l’idea, caldeggiata dalla sezione socialista locale, non ebbe però seguito. Si sviluppò subito, invece, il cinema che, nel 1930 si insediò nella nuova costruzione sorta a nord della Casa del Popolo; il Forum divenne punto di aggregazione cittadino anche grazie al suo Foyer, luogo di balli e di serate carnascialesche. Sul finire degli anni Settanta molte Case del Popolo chiusero i battenti o si trasformarono in altre strutture; anche quella di Bellinzona rischiò di seguirle, ma la fine fu evitata di un soffio e venne invece deciso un programma di ristrutturazione. Si iniziò nel 1978, eliminando le camere d’albergo e reinsediando nell’edificio alcuni segretariati sindacali; nel 1999, al posto della tipografia sorse un palazzo con appartamenti a pigione moderata. Ora l’Unione sindacale di Bellinzona ha rimesso a disposizione della cittadinanza ben due sale cinematografiche. La Casa del Popolo, come ha dimostrato la recente protesta contro la presenza di Blocher in quella di Bienne, tien vivo un ideale e resta un riferimento per il movimento operaio. In una recente intervista, un militante mi raccontava di infuocate riunioni. «Dove le tenevate?», chiesi. «Alla Casa del Popolo, nella sala rossa. Dove, sennò?» Ai suoi inizi, il movimento operaio venne perseguitato e si cercò di schiacciarlo in tutti i modi, in generale violenti. Malgrado ciò esso riuscì, a poco a poco, a farsi il portavoce delle richieste che provenivano dalla classe operaia, diventò la controparte nelle trattative con i padroni e si fece largo nell’arena politica. Fu allora evidente che bisognava rendere più visibili i suoi obiettivi politici ed economici, ma anche quelli sociali e dimostrare nei fatti che essi erano opposti a quelli del sistema capitalista. Nacquero perciò i giornali che diffusero le idee; nel contempo si radicò il movimento cooperativo, che diffuse i fatti. Ci voleva però un luogo che rappresentasse l’esistenza di questa alternativa, un segno nello spazio, come le chiese e i campanili che evidenziavano il fatto religioso: il popolo, insomma, cercava la sua casa. Il fenomeno delle Case del Popolo ha una sua epoca: dalla fine dell’Ottocento fino agli anni Quaranta del Novecento. Esso risponde ad un secondo bisogno popolare, quello di realizzare in comune le opere di progresso igienico e morale che non era pensabile ottenere con sforzi individuali, isolati. Il proletario d’allora non doveva infatti combattere una povertà, ma era in costante battaglia contro le diverse povertà che lo minacciavano: quella delle risorse, certo, visti i salari da fame; quella di tempo, con una giornata di lavoro che rubava ore anche al sonno; la povertà di spazio in case anguste e oscure, nelle camere da letto condivise con i numerosi figli; la carenza d’igiene, che portava con sè le malattie e la morte precoce; povertà di sicurezza, sia sul lavoro che di fronte ai casi della vita (niente cassa malattia, nessuna pensione, nessuna protezione contro la disoccupazione); povertà culturale con la presenza dell’analfabetismo. La Casa del Popolo fornì locali puliti, bagni, lavanderia; offrì pasti caldi, viveri a buon mercato; dispose di giornali e biblioteche accessibili a tutti e organizzò corsi d’istruzione come l’università popolare, ma anche teatri e cinema. La Casa del Popolo fu costruita direttamente dalle organizzazioni operaie, come a Claro, durante lo sciopero degli scalpellini; oppure venne comprata con gli sforzi di tutti e diventò proprietà cooperativa. Questa seconda variante fu preferita quando, di fronte alla reazione violenta contro le ragionevoli rivendicazioni che avevano portato la classe operaia, provata da quattro anni di privazioni dovute alla guerra, allo sciopero generale si rese necessaria una risposta rapida e incisiva. Si comprarono allora, nei primi mesi del 1919, alcuni tra i più lussuosi alberghi, posti lungo i viali centrali. Fu il caso dello Schweizerhof di Bellinzona, che il “Fascio delle organizzazioni operaie” trasformò nella Casa del Popolo. Fu poi lo Stato sociale, conquista del movimento operaio dopo la seconda guerra mondiale, a risolvere diversamente molti dei bisogni delle famiglie operaie; la Casa del Popolo perse parecchi dei suoi scopi originari. Mantiene però, almeno secondo l’opinione di chi scrive, quello di simbolo, che faceva dire ai militanti bellinzonesi del 1919: «Siam qui pur noi!»

Pubblicato

Venerdì 28 Gennaio 2005

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Mercoledì 23 Giugno 2021