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Bellinzona-Berna, via Damasco

di

Hanspeter Gschwend
Molto già si è scritto e si è detto sullo sciopero alle Officine Ffs di Bellinzona. Ma moltissimo, certamente, rimane ancora da raccontare. Ad esempio su cosa sia successo fra l'incontro di Agno del 27 marzo, quando le Ffs fecero agli scioperanti una proposta sul futuro delle Officine giudicata inaccettabile dalle maestranze, e il 5 aprile, quando le parti su invito di Moritz Leuenberger si ritrovarono a Berna e furono gettate le basi per la tavola rotonda, previo il ritiro delle misure di ristrutturazione annunciate un mese prima. In mezzo, un'escalation che rischiò di portare alla rottura definitiva, con le Ffs che imposero ultimatum e gli operai in sciopero che reagirono con una mobilitazione di massa senza precedenti per il Ticino. Uno sguardo dietro le quinte lo ha dato Hanspeter Gschwend, autore del libro "Streik in Bellinzona". Gschwend nel capitolo che qui pubblichiamo in anteprima italiana spiega chi e cosa ha convinto Leuenberger ad attivarsi in prima persona per risolvere la crisi. di Hanspeter Gschwend * La consigliera nazionale Jacqueline Fehr e Martina Buol, capa dello staff personale del consigliere federale Moritz Leuenberger, passeggiano fra le rovine della città di Palmyra, camminano lungo il sempre ancora imponente viale principale ornato di colonne e ammirano la facciata orientaleggiante dell'anfiteatro. Il cellulare suona. Dall'altra parte si sente una voce di donna, parla tedesco con accento italiano. È Marina Carobbio, collega nella frazione socialdemocratica al Consiglio nazionale di Jacqueline Fehr e amica delle due donne che, il lunedì di Pasqua, sono andate a Damasco per una settimana di vacanza. La voce nel cellulare è allarmata e implorante al contempo – un mondo fa irruzione nell'antica città costruita in un'oasi, un mondo che sembra così lontano e così irreale sotto il sole cocente del deserto. Ma quel che preoccupa Marina Carobbio aveva già portato nell'anno 273, anche se con altre proporzioni, alla distruzione della magnifica città commerciale: la rivolta contro un potere troppo forte. In Ticino non tutto è perduto, ma è allarme rosso. Le parti si sono arroccate sulle loro posizioni, Moritz Leuenberger è in collera. Jacqueline Fehr passa il cellulare alla compagna di viaggio Martina Buol affinché anche lei riceva informazioni di prima mano. Il quadro si fa ben presto chiaro: dei dettagli di cui lei è messa a conoscenza in Siria il suo capo non sa assolutamente nulla. Martina Buol cerca il suo cellulare e preme il tasto per la selezione rapida del numero del capo del Dipartimento. Non è questa l'unica volta che Marina Carobbio telefona in Siria. Al contrario: dozzine di Sms sfrecciano avanti e indietro nel triangolo Bellinzona-Damasco-Berna, i cellulari di Fehr e Buol squillano nel suq, in bus, sulla terrazza dell'albergo e in camera. «Eravamo informati meglio noi in Siria che quelli rimasti a Berna» ricorda Jacqueline Fehr, «ed è stata una buona cosa che fossimo così lontane. Così abbiamo potuto riflettere in tutta calma e al riparo dalle emozioni che si respiravano sul posto su che cosa si dovesse fare per permettere alla voce della ragione di imporsi». Marina Carobbio è l'ambasciatrice meglio informata che ci si possa immaginare. Attraverso il padre Werner, che ora partecipa a tutte le riunioni della direzione di sciopero, conosce tutti i dettagli delle discussioni al fronte. Con suo marito Marco Guscetti discute del clima che regna fra le maestranze, ma anche sulle prospettive a lungo termine delle Officine. Guscetti, ingegnere alle Officine, è stato a lungo all'estero, ha contatti con le grandi imprese del settore come Siemens, Bombardier o Mitsui. E sa che le Officine hanno un futuro soltanto in collaborazione con queste ditte di punta nella costruzione di locomotive e nella tecnologia ferroviaria. Mentre i suoi collaboratori montano la guardia e preparano i pasti, Marco Guscetti sviluppa il concetto per l'iniziativa popolare per un polo tecnologico ferroviario sul sedime delle Officine di Bellinzona. Il marito di Marina Carobbio è pure convinto che le Ffs debbano fare un passo avanti e la direzione di sciopero «un passettino indietro». Ma Marina Carobbio non è perfettamente informata sulla situazione soltanto grazie ai suoi uomini. Anche lei la si incontra spesso in pittureria, è perfettamente integrata nel mondo politico ticinese, e in quanto medico in uno studio a Roveredo che gestisce in comune con Renzo Rigotti, un collega molto impegnato sul piano politico e sociale, sa anche quali sono le preoccupazioni della gente che abita in Mesolcina. E infine ha sempre uno stretto contatto con le colleghe e i colleghi della deputazione ticinese alle Camere federali – del resto è stata proprio lei, come si è visto in questo libro, che per prima ne ha suggerito l'azione concertata al Consiglio nazionale. Il rapporto di amicizia fra Marina Carobbio e Jacqueline Fehr si rivela una circostanza particolarmente fortunata per la causa degli scioperanti. Anche altri intercedono presso Leuenberger a sostegno del Ticino, come ad esempio il copresidente di Unia Renzo Ambrosetti. Ma Jacqueline Fehr è quella che avrà l'influsso più importante in questa vicenda, sia in quanto personalità indipendente e impegnata al contempo, sia per le suoi funzioni in parlamento. Come membro della Commissione trasporti e telecomunicazioni del Consiglio nazionale e in quanto incaricata del dossier nel suo partito Fehr ha la necessaria competenza su questo tema. Come collega di partito di Moritz Leuenberger e attraverso la sua relazione personale con la più stretta collaboratrice del ministro dei trasporti ha una via di accesso privilegiata al capo del Dipartimento. E come politica esperta la sua è una voce di peso all'interno del partito. Sfrutta la sua influenza per impedire che il partito abusi del conflitto per profilarsi politicamente, cosa che sarebbe estremamente controproducente. In questo modo rimane una mediatrice credibile. Jacqueline Fehr cerca anche di mantenere un contatto improntato alla collaborazione con il direttore delle Ffs Andreas Meyer. Conosce il problema dal punto di vista delle ferrovie e sa dimostrare la necessaria comprensione. Ma soprattutto Jacqueline Fehr in collaborazione con Martina Buol funge da cerniera fra il Ticino e Berna appoggiando Moritz Leuenberger in modo che il ministro dei trasporti malgrado la giustificata arrabbiatura non perda di vista la dimensione politica complessiva del confronto attorno alle Officine, si assuma la sua responsabilità e ritorni alla sua intenzione di contribuire a realizzare l'idea della tavola rotonda, che già era stata evocata in precedenza. Formalmente non c'è nessuna lobby a sostegno dello sciopero, né se ne parla da nessuna parte. Nei fatti però s'è cristallizzato qualcosa che si può indicare con questo termine, e la famiglia Carobbio vi ha giocato un ruolo decisivo. In primo piano Marina. Sullo sfondo suo marito. In mezzo suo padre, l'ex sindacalista e consigliere nazionale Werner Carobbio. * traduzione a cura della redazione di area

Pubblicato

Venerdì 24 Ottobre 2008

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