The Divine Victory, "la vittoria divina": lo slogan, stampato su bande verticali di stoffa rossa dalla grafica sofisticata, quasi segnalassero una mostra d'arte contemporanea o la nuova collezione di uno stilista, fa da didascalia, nei quartieri sciiti della cintura meridionale di Beirut, a quello che resta – una distesa di macerie – di condomini di otto, dieci, dodici piani sbriciolati dalle bombe israeliane. È vero che anche Londra alla fine della seconda guerra mondiale era una città malridotta eppure vincitrice: ma ci vuole una bella convinzione sul consenso di cui si gode per non temere, nell'accostamento fra una perentoria rivendicazione di successo militare e desolanti cumuli di rovine, un effetto autogol. Altri messaggi di cui Hezbollah ha sparso la periferia sud della capitale, dove della sede di Al Manar, la televisione del "partito di dio", non resta più niente, polemizzano: "This is your democracy"; oppure, accanto al cratere che ha sostituito un palazzone di abitazioni popolari, commentano sarcasticamente: "extremely accurate targets, bersagli estremamente precisi". Accompagnato dall'immagine di un bambino ferito, extremely accurate targets è uno dei leitmotiv della massiccia campagna pubblicitaria di Hezbollah – tradizionalmente molto attenta agli aspetti mediatici – che con grandi cartelloni scandisce il viaggio di chi dalla capitale scende sull'autostrada verso sud. Volta a volta illustrato dall'immagine di un anziano furioso su uno sfondo di distruzione, di miliziani hezbollah che armeggiano con una batteria di tubi lanciarazzi, di un picchetto in mimetica che con due bandiere, libanese col cedro e gialla hezbollah, rende gli onori militari alla salma di un caduto, e così via, il concetto di divine victory, ripetuto in arabo, in inglese e più raramente in francese, si alterna col glamour di procaci modelle delle réclame di intimo.
Da altri cartelloni lo slogan di una bevanda con cui il "partito di dio" non è certo in sintonia, la vodka Absolute, proverbialmente abile nell'insinuarsi nelle situazioni concrete, potrebbe essere scambiato né più né meno che per un motto hezbollah sulla ricostruzione: "absolute determination", recita la scritta sotto ad alcuni mattoni, ad una cazzuola e alla sagoma della bottiglia spalmata a mo' di cemento.
Lungo l'autostrada, reparti della Legione Straniera stanno allestendo i ponti metallici in grado di reggere il peso dei mega-carriarmati portati dalle truppe di interposizione francesi. Più giù, quando lasciata l'autostrada ci si comincia ad inoltrare nella regione di confine, c'è chi dell'intervento dei genieri non ha avuto bisogno: «avete bombardato i nostri ponti, noi siamo passati sui cuori della gente», proclama uno striscione artigianale all'ingresso di un paese, vicino al fiume Litani.
I centri abitati si diradano e, superato un check point dell'esercito libanese, in un paesaggio che si è fatto brullo e roccioso, in alto sul profilo di una montagna appare quello che resta del castello di Beaufort, che dopo mille anni in cui ne ha viste di tutti i colori – bizantini, arabi, crociati, i soldati di Saladino, templari, ottomani, guerriglieri palestinesi, israeliani, hezbollah, esercito libanese – non ha ancora esaurito la sua funzione strategica – dalle sue mura si vedono sia  il mare che la Siria e la Galilea – e, dopo essere stato fatto in parte saltare dagli israeliani in ritirata nel 2000, dagli israeliani è stato bombardato nel corso del conflitto di quest'estate. Salendo a Khiam, a ridosso del confine, ed entrando nel centro abitato, i segni della guerra cominciano a rivelarsi in tutta la loro spaventosa realtà. In mezzo ad un paese sfigurato, da un camion si stanno scaricando materassi, coperte, suppellettili: qualcuno può cominciare a tornare a casa, ma Khiam ha 900 case distrutte. Ma per chi aveva visitato l'ex carcere di Khiam dopo la liberazione del sud del Libano nel 2000, il colpo più forte arriva una volta in cima al colle su cui si distende il paese: il carcere praticamente non c'è più. Ci sono ancora gli Hezbollah, invece: «Hanno fatto la guerra per eliminare Hezbollah, ma noi siamo ancora qui», dice Nabil Qaouk, il religioso che è il capo politico-militare del partito per il sud. Già responsabile del settore durante l'occupazione israeliana negli anni novanta, considerato un notevole stratega, Qaouk è certamente un obiettivo non di secondo piano per gli israeliani: ma seduto in una poltrona, con accanto le bandiere libanese ed hezbollah, in uno stanzone dell'ala a sinistra dell'ingresso che è quasi tutto quello che del carcere è rimasto intero, è tranquillo e sorridente come se fosse nel salotto di casa sua. Barba nera, turbante bianco, colletto bianco rigido, tunica marrone, risponde affabilmente, in un arabo in cui ricorre però spesso quella "determinazione" che punteggiava l'autostrada. «Finché le truppe delle Nazioni Unite che si stanno dispiegando nel sud rispettano il mandato noi le rispetteremo, e potranno continuare tranquillamente il loro lavoro. Ma le armi di Hezbollah non sono oggetto di discussione: nessuno le deve toccare. La nostra presenza qui è una presenza determinata: siamo riusciti a neutralizzare tutti gli obiettivi israeliani, e non permetteremo che la vittoria sia svuotata per vie politiche e diplomatiche». Dal colle di Khiam le fattorie di Shebaa, un lembo di territorio libanese ancora occupato dagli israeliani, un contenzioso ancora aperto a cui Hezbollah lega la legittimità della resistenza armata, si vedono senza nemmeno bisogno di un binocolo. «Ben vengano, per noi conta che siano liberate», risponde Qaouk a chi gli sottopone l'ipotesi di un controllo Onu delle fattorie, «non ci interessa combattere per combattere: non è che ci divertiamo. E – aggiunge ridendo - avremmo anche dell'altro da fare». Poi, come commiato: «Speriamo fra non molto di poterci rivedere lì».
Lungo le strade che costeggiano la frontiera per il momento i caschi blu dell'Onu sono ancora turbanti blu indiani: ai pali della luce, al posto delle locandine pubblicitarie, sono appesi i volti dei "martiri". Se si fa astrazione dai buchi da cui i muri ancora in piedi sono crivellati, perché i terremoti non riducono i muri come un emmental, Bent Jbeil sembra un paese colpito da una violenta scossa tellurica. Qui per un mese israeliani ed hezbollah si sono affrontati in furiosi scontri, qui, come negli altri centri del sud, assieme all'hard-core delle milizie hezbollah hanno combattuto, inquadrati militarmente, uomini della località, che, prima di difendere il Paese, hanno letteralmente difeso il loro paese con la "p" minuscola, casa per casa: uno dei segreti della resistenza opposta agli israeliani, che fra attacchi e contrattacchi non sono mai riusciti a penetrare nel cuore di Bent Jbeil.
Fra grandi nuvole di polvere che si alzano dalle macerie, per i bulldozer a Ben Jbeil il lavoro non manca, ma in questa come nelle altre cittadine della linea di confine in moto non ci sono solo i caterpillar, ma anche la macchina organizzativa e finanziaria hezbollah: 12 mila dollari promessi a chi ha perso la casa per reggere il primo anno in attesa dei fondi statali sono già arrivati, e non c'è molto da stupirsi che nella via principale di Ben Jbeil, in mezzo ad uno scenario di distruzione, una bancarella che vende radio, hi-fi, orologi, spari a tutto volume un esempio del vasto assortimento di discorsi di Nasrallah, il leader del partito, di cui dispone in cassetta o Cd. Dopo avere premesso di non essere di nessuna formazione politica, un abitante che sta facendo la spesa in un piccolo emporio che si è salvato non mostra dubbi: «Tutta la popolazione è con Hezbollah, loro sono persone per bene, oneste. Invece non abbiamo nessuna fiducia nel governo: quelli sono businessmen, se ne fregano di aiutarci».

Pubblicato il 

22.09.06

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