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Beata flessibilità del lavoro

di

Flavia Parodi
Se ne sono accorti tutti ormai. Devo proprio dire che il lavoro sta cambiando? Devo proprio dire che il lavoro è diventato più flessibile? “Precario”, bofonchiano i sindacati, nemici del nuovo che avanza. Bravissimi. Allora lasciamo che i nuovi mercati emergenti ci mettano definitivamente da parte. Il Sud-Est Asiatico ci dà la biada mentre noi siamo rimasti paralizzati nei mille laccioli garantiti da bituminosi contratti collettivi di lavoro. Carta moschicida per lavoratori stolti. Ecco cosa sono quei pezzi di carta, frutto di estenuanti quanto innaturali trattative. Perché la natura vuole che chi paga comandi, chi è pagato obbedisca. Tutto ciò è molto giusto. Tutto ciò è un incentivo ad arricchirci. Il lavoratore deve mantenersi dinamico, un fiore di disponibilità. Deve donarsi con gioia al proprio padrone. È certo che il padrone vuole il bene dell’azienda che coincide col proprio bene. Dunque il lavoratore può consegnarsi anima e corpo al suo padrone che mai e poi mai vorrà condurlo alla rovina. Sia ben chiaro. E quando un’impresa fallisce non è colpa del padrone ma del mercato che è crudele e giusto nel contempo e delle cui imperscrutabili leggi bisogna fidarsi ciecamente. Il lavoratore non può rovinare assieme alla ditta che fallisce, deve subito reinventarsi, riciclarsi, riforgiarsi. Dev’essere mobile, duttile, agile. Solo la canna flessuosa riesce a superare indenne qualsiasi bufera. Ricordiamoci che solo chi non vuole lavorare non lavora. Chiaro che se ci troviamo di fronte alle situazioni limite in cui un professore universitario arriccia il dotto nasino perché deve lavorare alle friggitrici di un hamburgerificio… addio progresso. È proprio esaltante quel senso di sfida. Siamo sicuri che ognuno ha cara una vita avventurosa. Quella libertà benedetta di non sapere oggi quel che si farà l’indomani. E nell’estrema indigenza, che non può che essere passeggera per chi è veramente operoso, è commovente stringersi con la propria famiglia attorno a un povero desco. Queste difficoltà tengono unite le famiglie. Così come le ore straordinarie di lavoro. Più uno lavora meno tempo ha a disposizione per gironzolare e combinare guai, ci siamo capiti? È senz’altro una società più ordinata quella completamente assorbita dal lavoro. E il lavoro straordinario va offerto spontaneamente, con gioia perché all’impiegato per gratificarsi deve bastare l’occhio benevolo del padrone che lo guarderà, non diciamo con riconoscenza, che è un moto dell’animo pavido nonché diseducativo, ma con la soddisfazione di aver ottenuto il giusto dal proprio sfiancato sottoposto. Schifiamo invece le vacanze perché sappiamo che sono il tempo dell’ozio, notoriamente padre di tutti i vizi. Le vacanze sono ingiuste. Poiché non si va in ferie tutti nel medesimo momento si creano delle perniciose invidie tra esseri umani che possono generare disordine. Se escludiamo la pazza possibilità di fermare il mondo per andare in vacanza tutti assieme ne consegue, giocoforza, che è meglio lavorare tutti e sempre. Una felicità globale e condivisa. Ebbene sì, un altro mondo è possibile.

Pubblicato

Venerdì 26 Marzo 2004

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