Il giorno importante è stato lunedì 25 quando il Tribunale per il riesame (che giudica sugli ordini di custodia) ha preso in esame l’incarcerazione o gli arresti domiciliari ai danni degli attivisti della “Rete del sud ribelle”, caduti nella rete giudiziaria il 15 novembre. Il passaggio è delicato. Il giorno prima della manifestazione di Cosenza contro gli arresti, il giudice per le indagini preliminari, la signora Plastina («La Plastina fa male, gettare dopo l’uso», diceva un cartello nel corteo di sabato scorso), ha pensato bene di alleggerire il compito del Tribunale del riesame, scarcerando diversi degli inquisiti: un tentativo di evitare smentite troppo nette e di concentrare il fuoco soprattutto su Francesco Caruso, il più noto, oltre che l’unico napoletano (gli altri sono tutti di Cosenza e di Taranto). Ma le motivazioni con le quali la giudice Plastina ha rilasciato, ad esempio, Claudio Diotallevi, insegnante e attivista sociale molto stimato (anche dal vescovo Agostino) a Cosenza hanno ulteriormente aumentato i dubbi sull’inchiesta. Diotallevi è stato rimesso in libertà, ha scritto la giudice, perché «ha abiurato al metodo della violenza». «Ridicolo», ha commentato lui stesso: «Come posso abiurare qualcosa che non ho mai condiviso?». E il Corriere della Sera si è chiesto: «Siamo nel Medioevo?». Gli addebiti contro Caruso sono tutti di questo tenore. La giudice gli rimprovera di volere una «guerriglia informativa» e di aver scritto un documento (in verità collettivo, preparato in occasione del Forum europeo a Firenze) trovato nel suo computer, in cui a un certo punto si dice: «Vogliamo i soldi». «Scritto da uno già condannato per rapina, commenta Plastina, indica intenzioni criminali». Solo che la frase successiva del documento chiarisce: «vogliamo i soldi», nel senso che finora le risorse per il sud sono andate alle imprese, ora devono andare a disoccupati, precari, cooperative, ecc. In sé, l’inchiesta che ha portato all’arresto dei venti della “Rete del sud ribelle”, "associazioni sovversiva" per i giudici, rete sociale fondata in una assemblea, a Cosenza, annunciata da manifesti affissi nelle strade, non sarebbe gran che preoccupante. Anzi, è decisamente ridicola, come quando ricorre al reato di “attentato all’ordinamento economico dello Stato”, un reperto archeologico del Codice penale scritto in epoca fascista e che intendeva punire gli scioperi. Infatti, l’evento straordinario che un’operazione giudiziaria così sgangherata ha provocato è il fatto che non solo il movimento reduce dal Forum di Firenze, non si è spaventato né ha reagito come forse ci si augurava che facesse, con qualche manifestazione violenta, ma anzi la solidarietà, attorno agli arrestati, ha oltrepassato gli argini che, fino a quel giorno, il movimento aveva raggiunto. Sabato 23, a Cosenza, si è vissuta una giornata memorabile. Una manifestazione nazionale, in una città meridionale, periferica (il solo precedente al 1972 a Reggio Calabria, contro la rivolta fascista dei «boia chi molla»), e migliaia di persone hanno preso treni e pullman diretti a sud. Ma, soprattutto, è accaduto, come mai prima, che l’intera città accogliesse i manifestanti, scendesse per le strade con loro, offrisse riparo e cibo. Cosenza è una sorta di laboratorio municipale di democrazia: la sindaca, Eva Catizone, 35 anni, erede del patriarca Giacomo Mancini (un ex segretario socialista, scomparso un anno fa), è indipendente dai partiti, e ha scelto di partecipare alla protesta. Il vescovo, Agostino, ha pronunciato un’omelia straordinaria, alla fine della quale ha abbracciato, in chiesa, Vittorio Agnoletto. Il rettore dell’Università della Calabria (40 mila persone, tra studenti e insegnanti) ha a sua volta difeso, con il ricercatore arrestato insieme agli altri, l’autonomia dell’ateneo. L’effetto è stata una manifestazione di più di 30 mila persone (60 mila per gli organizzatori), una grande festa popolare e dell’orgoglio meridionale. Ma la domanda che resta sospesa è: possibile che a combinare tutto questo siano stati gli ignoti giudici cosentini? Il procuratore capo, in interviste ai giornali, ha detto: «Avevamo avvertito i vertici delle polizie». Il movimento, al termine di una affollatissima assemblea all’università di Cosenza, ha puntato il dito sui Ros dei Carabinieri, un corpo speciale investigativo, e sul capo della polizia, Gianni De Gennaro, del quale pretende le dimissioni. E la faccia dell’uomo che gestì le piazze di Napoli (marzo 2001) e di Genova (luglio 2001), provocando i disastri noti, e che a Firenze è stato messo in minoranza dal prefetto della città Serra e dallo stesso ministro degli interni Pisanu (e tutto è andato bene), compariva sulla copertina di Carta settimanale della scorsa settimana. Come colui che capeggia una fazione, dentro la Polizia di Stato, interessata ad applicare una linea violenta nei confronti di un movimento che non cessa di allargarsi: un modo postumo per avere ragione su Napoli e Genova, che sono costate arresti e incriminazioni di molti poliziotti legati al capo della polizia. Nel numero di questa settimana, poi, pubblichiamo nuove rivelazioni: ad esempio, che ad operare gli arresti non furono i Ros dei Carabinieri, ma un gruppo speciale della polizia, denominato Gos, sotto il diretto controllo di De Gennaro. Morale: dopo aver corso il rischio, a Genova, di essere schiacciato da un atteggiamento “militare” dello Stato, il movimento è arrivato ora, pur subendo l’ondata d’arresti, a mettere in questione i vertici della polizia, riuscendo a pesare nella lotta intestina che, com’è tradizione italiana, si svolge dentro gli apparati dello Stato. Non è un risultato da poco.

Pubblicato il 

29.11.02

Edizione cartacea

 
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