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Barbarie

di

Giuseppe Dunghi

Brecciarola è una frazione del Comune di Chieti, in Abruzzo. 3000 abitanti, un’antica fontana, un palazzo settecentesco, una chiesa in stile moderno. Trovandosi sulla strada statale che collega Roma a Pescara, alla tradizionale attività agricola della popolazione si sono affiancate diverse imprese commerciali. Nell’estate del 2011 il paese si è mobilitato compatto per impedire la costruzione sul suo territorio di un impianto per la lavorazione industriale dei rifiuti.


Brecciarola non si è sempre chiamata così: fino al 1932 il suo nome era Villa Socceto. Il cambiamento di nome degli abitati non è un fenomeno raro, a partire dal 268 a. C. quando i romani, non comprendendo più l’etimologia di Maleventum, cambiarono il nome della città in Beneventum. Borgo San Donnino nel 1927 divenne Fidenza; Pendolasco, in Valtellina, nel 1929 diventò Poggiridenti; sempre nel 1929 a Calprino, alle porte di Lugano, fu imposto il nome di Paradiso, e così via. Il motivo è evidente: il vecchio nome diventa imbarazzante, ci si vergogna. Villa Socceto significava “paese dei socci” cioè di quei contadini che erano sottoposti al contratto agricolo chiamato sòccida, col quale il soccidante forniva il bestiame e il soccidario si impegnava a mantenerlo; l’utile dell’attività veniva poi ripartito fra i due, immaginiamoci come. Insomma erano i contadini senza terra né bestie, i cafoni di cui parla Ignazio Silone.

Il termine però ha una sua nobiltà: sòccida non è altro che la deformazione medievale del latino societas. Dall’astratto al concreto, come del resto è accaduto ad altre parole. Forse a causa del declino del mondo antico, forse in seguito alle invasioni barbariche (la mescolanza dei popoli non è un pranzo di gala), in un’epoca della storia europea si è perso il significato astratto delle parole.


“Società” è una parola che non piaceva a Margaret Thatcher: «C’era un periodo in cui la gente diceva “ho un problema, è compito del Governo affrontarlo!” oppure “ho un problema, tocca a qualcun altro risolverlo!” “sono senza casa, il Governo deve procurarmela!” e scaricavano i loro problemi sulla società; ma che cos’è la società? Non esiste una cosa come la società, ci sono solo individui, uomini e donne». Possiamo figurarcela nel suo tailleur severo e la borsetta posata sul tavolo: «...who is society? There is no such thing as society!»

 

Basta con le astrazioni: durante la Grande Depressione degli anni Trenta – racconta nelle sue memorie – gli affari nella nostra drogheria a Grantham andavano bene; dunque «le critiche astratte del capitalismo che udivo allora erano in contrasto con la realtà dei fatti della mia esperienza». La crisi non c’è mai stata, non vi è alcuna necessità di inventare qualcosa di meglio in economia, esistono solo i soldi nel cassetto del negozio: «Nessuno ricorderebbe il Buon Samaritano se avesse avuto solo buone intenzioni. Aveva anche i soldi».
In definitiva non esiste l’economia, cioè la discussione intorno al bene comune. Esiste solo l’arricchimento. Sfortunatamente tali idee sono diventate senso comune, condivise dalle stesse vittime della crisi in cui stiamo precipitando. Non ci viene dall’esterno, nasce fra noi la nuova barbarie.

Pubblicato

Giovedì 23 Maggio 2013

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