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Banco di prova alla francese

di

Anna Maria Merlo
Fino a che punto il rigetto che suscitano il presidente Jacques Chirac e il primo ministro Jean-Pierre Raffarin influenzerà, soprattutto tra gli elettori di sinistra, il voto al referendum sul trattato costituzionale europeo del 29 maggio? A pochi giorni dal voto, è questa la domanda che preoccupa il fronte del “sì”. Difatti, presidente e primo ministro stanno battendo dei record di impopolarità: il tasso di soddisfazione è in netto calo, al 39 per cento per Chirac e addirittura solo al 21 per cento per Raffarin. Il primo ministro paga i cattivi risultati sul fronte della disoccupazione – 10,2 per cento della popolazione attiva, quasi 2,5 milioni di persone senza lavoro – e la confusione governativa, di cui il disordine causato dall’obbligo di lavorare imposto per il lunedi’ di Pentecoste, il 16 maggio scorso, ne è l’illustrazione: il governo ha voluto imporre ai soli lavoratori dipendenti una giornata di lavoro gratuito, a titolo della “solidarietà” con le persone anziane e gli handicappati, ma la misura ha suscitato una forte opposizione e una rivolta disordinata – molte scuole e uffici pubblici chiusi, numerosi scioperi nel settore privato – perché è stata sentita come ingiusta e come un nuovo espediente per annullare le 35 ore conquistate all’epoca del governo Jospin, già ampiamente limitate da misure legislative. Il presidente Chirac paga le numerose promesse mai mantenute – a cominciare dalla lotta contro la “frattura sociale” – e il fatto di non aver tenuto conto, nel suo secondo mandato quinquennale in corso, del fatto di essere stato eletto nel 2002 a grande maggioranza (più dell’80 per cento dei suffragi) grazie ai voti degli elettori di sinistra che al ballottaggio avevano voluto fare barriera contro Jean Marie Le Pen del Fronte nazionale. Le questioni di politica interna rischiano quindi di interferire pesantemente sul risultato del referendum. Anche se gli elettori francesi si sono dimostrati molto interessati al dibattito sulla Costituzione, i numerosi libri di spiegazione sul contenuto della Costituzione usciti in questo periodo di campagna sono in testa alle vendite di libreria e la politica, che sembrava addormentata, ha ripreso vigore. Ma il primo insegnamento della campagna e dell’incertezza che regna sul risultato del referendum a pochi giorni dal voto è che le tradizionali divisioni destra-sinistra non funzionano più. L’Ump (il partito di Chirac) e la centrista Udf, a destra, fanno campagna per il “sì’”, accanto a una parte del Partito socialista, mentre alcuni dissidenti del Ps si sono uniti al Pcf e all’estrema sinistra, schierati per il “no”, a fianco dell’estrema destra. I sindacati sono spaccati al loro interno, la Cgt non ha preso posizione, la dirigenza Cfdt è a favore della Costituzione, ma gli iscritti non sono tutti convinti. L’istituto di sondaggi Louis Harris ha analizzato le risposte a un’inchiesta di opinione sulle intenzioni di voto, che è molto istruttiva sulla ricomposizione in corso del paesaggio politico-sociale francese. Ne risultano tre France diverse. La prima è in maggioranza a favore della Costituzione, ed è composta dagli imprenditori, dai quadri dirigenti, dalle professioni liberali e dagli intellettuali ben inseriti. Cioè si tratta di persone che non hanno nulla da temere dalla mondializzazione e dalla trasformazione economica in corso. Sempre a favore del sì ad ampia maggioranza sono le persone che hanno più di 65 anni, coloro cioè che hanno vissuto le tappe della costruzione europea con in mente le devastazioni della guerra e che apprezzano soprattutto l’alleanza franco-tedesca come garanzia di pace. Anche i giovanissimi, gli elettori di meno di 24 anni, sono in gran parte pro Costituzione, perché sono nati dentro l’Unione e non vedono altra prospettiva. Sul fronte opposto, in larga percentuale a favore del “no” si trovano gli operai e gli impiegati. Sono queste le categorie che hanno pagato più cari gli effetti della mondializzazione, che vedono chiudere le fabbriche dove lavorano che vanno ad insediarsi nei paesi a bassi salari, che subiscono le delocalizzazioni senza avere gli strumenti per rispondervi. «Le categorie modeste sono più sensibili agli argomenti sovranisti» commenta l’istituto di sondaggi. Vale a dire che anche in un elettorato di sinistra, c’è un fondo di “nazionalismo”, nel senso che lo stato – e quello francese è ancora particolarmente presente nella società – è visto come una ultima barriera difensiva per proteggere le conquiste sociali e il welfare, che rischia di venire travolto dall’ultraliberismo. Una terza Francia – più o meno un quarto dell’elettorato – resta indecisa sul voto. In questa posizione sono concentrate le classi medie, molti pubblici dipendenti, che non hanno per il momento ancora subito la disoccupazione ma che temono di esserne le prossime vittime. Sono queste categorie che nel 2002 avevano portato alla sconfitta del socialista Lionel Jospin, preferendogli al primo turno i candidati frammentati della sinistra più radicale. La “frattura” tra le élite e il popolo viene in primo piano e rischia di far esplodere la crisi, in caso di vittoria del “no”: difatti, se gli elettori francesi respingeranno la Costituzione, sarà molto difficile rinegoziare un trattato migliore di quello attuale (che è frutto di un difficile compromesso a 25), anche perché lo schieramento contrario non è per nulla omogeneo. Il rischio è che solo l’estrema destra, come già successe nel 2002 per Le Pen, ne tragga un vantaggio concreto. Ma anche in caso di vittoria del “sì”, il problema della frattura non potrà essere eluso: la Costituzione non porterà più occupazione e la delusione nei confronti della costruzione europea rischia di approfondirsi, soprattutto tenendo presente che la campagna del “sì” afferma che con il nuovo testo le “protezioni” dei cittadini e dei lavoratori verranno accresciute.

Pubblicato

Venerdì 27 Maggio 2005

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