Il voto di domenica scorsa sulla riforma della Banca dello Stato si presta ad alcune puntuali riflessioni: • Solo il 18 per cento dei cittadini è andato a votare. Considerare questo dato come un sostegno alla riforma da parte dell’82 per cento rimasto a casa, come ha fatto la direttrice del Dfe Marina Masoni, è quanto meno ardito. Semmai i ticinesi hanno fatto capire che della Banca dello Stato non gliene importa poi molto. V’è da credere che sentano più come “loro” la Raiffeisen di paese. C’è in questo dato più di un motivo di riflessione, soprattutto se, per mantenere le promesse, si vorrà prendere sul serio l’impegno a garantire il mandato pubblico della banca. • Il 42 per cento di no alla riforma della Banca dello Stato raccolto dal Movimento per il socialismo (Mps) è un risultato notevole. Poco importa che gli argomenti dei referendisti fossero pretestuosi: il voto di domenica ha dimostrato per l’ennesima volta che i ticinesi sono molto diffidenti verso le privatizzazioni e tutto ciò che potrebbe assomigliargli. Che Marina Masoni dica pubblicamente che gli avversari della riforma sarebbero solo il 7 e qualcosa per cento (il 42 per cento del 18 per cento) rivela da un lato l’arroganza della direttrice del Dfe (al limite del disprezzo per le regole democratiche) e, dall’altro, la sua incapacità di riconoscere le preoccupazioni dei ticinesi e la loro avversione ad una dimissione dello Stato dai suoi compiti fondamentali. Questo a maggior ragione se si considera che, contrariamente a quanto molti ancora dopo il voto hanno sostenuto, non è vero che domenica si sia mobilitato soprattutto il fronte del no: anche nei comuni dove c’è stata una massiccia partecipazione al voto (superiore al 50 per cento) l’esito complessivo è simile al dato cantonale (Arzo 45,2 per cento di no; Besazio 41,8; Ligornetto 51,6; Rancate 30,8; Tremona 39; Vira Gambarogno 38,6). • È bastato agitare lo spauracchio delle privatizzazioni per scatenare una importante crisi di rigetto nell’elettorato. È la favola a rovescio: dovendo gridare spesso al lupo, molti elettori (forse soprattutto di sinistra) hanno finito per vederlo anche quando per una volta in realtà non c’era. È la riprova di quanto sia necessaria una politica argomentata, che sappia differenziare: procedere per slogan è comodo ma alla lunga è controproducente. Anche in materia di privatizzazioni. Sarà bene ricordarsene nelle prossime battaglie su questo tema. • Con il suo referendum l’Mps, un movimento che in aprile non ha avuto la forza per entrare in Gran Consiglio, ha quasi fatto tremare l’intero apparato politico ticinese, schierato compatto per il sì. Forse è un segno della disaffezione dei cittadini per i partiti. Ma è soprattutto la dimostrazione che anche i ticinesi in politica vogliono (finalmente) ragionare da soli, senza seguire ordini di scuderia. Una buona notizia per la nostra democrazia. Che apre interessanti prospettive per chi quasi sempre è costretto di fatto all’opposizione.

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19.09.03

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