La storiella della “mano invisibile” (forse si capirà il doppiosenso del sovrattitolo di questa rubrica) l’ha inventata uno dei padri dell’economia, l’inglese Adam Smith. Racconta che ognuno si fa egoisticamente i propri affari ma che, grazie al mercato, in cui opera una sorta di “mano invisibile”, tutto si risistema nell’interesse di tutti.

“Bella trovata, ma quanto può interessare?”. Qui sta il punto: quella trovata si è imposta come una religione e da oltre trent’anni condiziona ogni aspetto della convivenza umana. Come? Se la cosa più importante è il mercato, dio onnipotente e giusto che va lasciato fare, è ovvio che cresca una forte opposizione a ogni intruso, come lo Stato che vorrebbe regolare, prelevare imposte per l’interesse comune. Oppure che si riduca ogni bene, come il lavoro dell’uomo, a mercato, merce e prezzo. Oppure che si proceda all’estromissione del sindacato che esigendo norme e contratti rovina tutto.

 

Insomma, per farla breve, con quella storiella della “mano invisibile”, alla solidarietà e all’eguaglianza si sono sostituiti l’individualismo proprietario, la concorrenza fine unico anche se distruttivo, la competizione omicida, la sfrenata voglia di far soldi con i soldi rendendo tutto mercato finanziario. Al pluralismo ideale e politico si è poi sostituito in ogni dove l’assolutismo di un pensiero unico perché… al mercato giudice supremo non si scappa e senza essere produttivi e competitivi si muore. Tutto questo, lo si ammetta o no, ci ha portato alla crisi che stiamo vivendo e che non è solo economica.


La scorsa settimana sono arrivate dalle due organizzazioni internazionali che hanno dettato negli ultimi trent’anni quella economia politica nel mondo intero, due “controstorie” che sono un’ammissione del fallimento della “mano invisibile” o di quel decalogo fondato sulla preminenza assoluta del mercato e sul disprezzo dello Stato intrigante o di qualsiasi idea che anteponga l’interesse collettivo a quello individuale.


La Banca mondiale nel suo Rapporto 2014 sullo sviluppo nel mondo elenca i danni in cui siamo finiti: la disoccupazione crescente dovuta ai contraccolpi del mercato mondializzato; le catastrofi dovute al surriscaldamento climatico; l’instabilità finanziaria e sociale dovute alla concorrenza sfrenata; la criminalità dovuta alla povertà. Quindi ci ammonisce: i poteri pubblici devono tornare a svolgere un ruolo fondamentale, devono  governare il rischio e promuovere la responsabilità collettiva, fornire sostegno diretto alle persone vulnerabili.  Quindi, non solo un ritorno allo Stato stratega ma anche allo Stato pompiere, assistente sociale, gendarme e ridistributore della ricchezza.


A questo punto si innesta l’altra organizzazione, il Fondo monetario internazionale. Che da inflessibile sostenitore della riduzione delle spese dello Stato e oppositore a ogni aumento delle entrate, questa volta si arrende e titola la sua analisi “Taxing  Times” (tempo dell’imposta). Sostiene che non si potrà fare a meno di tassare «più, meglio e più equamente». Precisa: «È possibile in molte economie avanzate ottenere prelevamenti supplementari sui redditi più elevati». Per una fiscalità più giusta e redistributiva, perché gli Stati  abbiano i mezzi per contenere l’esplosiva crescita delle ineguaglianze, nell’interesse della coesione sociale e della democrazia.


La diagnosi è fatalmente buona. La politica continua però a credere nella storiella della “mano invisibile”. Fa ancora comodo a troppi ignorare le cause della crisi.

Pubblicato il 

24.10.13

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