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Bachir e il non luogo a procedere

di

Stefano Guerra
«Io qua non ho nessuna forza, sono solo un richiedente l’asilo. Se ciò che mi è successo capitasse a uno svizzero le cose non andrebbero a finire così». Bachir Bangoura chiede giustizia. È convinto che sono stati i calci all’addome rifilatigli da un poliziotto nelle prime ore di domenica 13 giugno a farlo finire d’urgenza su un tavolo operatorio dell’ospedale Civico di Lugano. Ventidue anni, originario della Sierra Leone, Bachir ha sporto denuncia e ora non si rassegna di fronte al non luogo a procedere decretato dal procuratore pubblico Marco Villa. Poco gli importa della sua condizione di richiedente l’asilo “Nem”. Avrebbe dovuto lasciare la Svizzera un mese fa ma è rimasto nei paraggi: «voglio che si giunga alla verità: quella che ho subito è violenza», dice ad area. Da clandestino Bachir sta portando avanti la sua anonima (e, a quanto ci risulta, eccezionale in Ticino) battaglia legale contro la discriminazione di cui si sente vittima. Ha versato un acconto di mille franchi (raccolti «fra gli amici africani») all’avvocato Yasar Ravi, che in questi giorni completerà l’istanza di promozione dell’accusa inoltrata tre settimane fa dal giovane alla Camera dei ricorsi penali. Bachir – che nel frattempo ha illustrato il suo caso alla sezione ticinese di Amnesty International – spera in questo modo anche di attirare l’attenzione sullo zelo con il quale a suo avviso la polizia tratta spesso i richiedenti l’asilo di origine africana: «Qui la legge c’è – osserva – ma i poliziotti stanno picchiando molti neri: fanno ciò che vogliono con noi. Un controllo è un controllo: la legge non permette a una persona di picchiarne un’altra». Nella mattinata di domenica 13 giugno Bachir finisce al pronto soccorso dell’ospedale Civico di Lugano. Lamenta forti dolori addominali. I medici gli diagnosticano una peritonite. Viene operato d’urgenza. Sopporta bene l’intervento e resta undici giorni al Civico. Mentre si apprestano a dimetterlo, il primario di chirurgia Sebastiano Martinoli e il suo assistente segnalano al Ministero pubblico che «[Bachir Bangoura] è qui ricoverato da noi dal 13.06.2004 a causa di una perforazione intestinale, dapprima di origine non chiara. Dopo aver eruito un’anamnesi completa e ben dettagliata, si sospetta che il paziente sia stato aggredito e picchiato più volte a livello del ventre. Annunciamo pertanto questo fatto che preghiamo di indagare d’ufficio, trattandosi di una lesione grave ai sensi della legge». Bachir Ai medici curanti Bachir aveva spiegato a grandi linee ciò che lo avrebbe motivato, di lì a due settimane, a sporgere denuncia nei confronti di ignoti agenti della polizia. Il 5 luglio racconta al procuratore pubblico Marco Villa cosa gli è capitato nelle prime ore di domenica 13 giugno: la serata passata alla discoteca Titanic, il ritorno in taxi alla stazione Ffs di Lugano verso le 3 («con i soldi che avevo in tasca non volevo pagare una corsa più lunga fino al centro Crs in via Besso, altrimenti non mi sarebbe rimasto nulla per mangiare», ricorda), l’incontro sul piazzale della stazione con tre giovani ai quali chiede una sigaretta, il sottopassaggio, la pattuglia della polizia e la tentata fuga. «Ho iniziato a correre non perché avessi qualche cosa da nascondere ma solo perché noi asilanti di colore sappiamo che quando vediamo la polizia è meglio correre via perché se no ci prendono e ci picchiano», sta scritto a verbale. «Mi sono messo a correre perché diverse settimane prima, mentre passeggiavo tranquillamente in via Besso, mi avevano fermato, portato in polizia e picchiato con pugni e calci», dice ad area. Di fronte al procuratore Bachir sostiene che al termine della sua corsa frustrata è stato picchiato: «Il conducente (...) è uscito dalla macchina e nel mentre io mi trovavo contro la porta [dell’auto della polizia, ndr] mi ha dato un calcio all’altezza dell’addome. Io sono caduto per terra e da lì non mi ricordo più niente». «Io non ho fatto niente per giustificare questo calcio. Non ho attaccato verbalmente o fisicamente il poliziotto», aggiunge il giovane che a Marco Villa spiega anche come è rientrato al centro della Croce rossa di via Besso: con un taxi chiamato da una persona di colore che l’aveva aiutato a riprendersi dove sarebbe stato abbandonato dagli agenti, sulla strada davanti a un albergo che risulterà essere il Federale, appena sotto la stazione Ffs. I quattro agenti Gli ignoti poliziotti querelati da Bachir vengono identificati. Si tratta di quattro agenti della Polizia comunale di Lugano. Fra il 30 luglio e il 3 agosto rilasciano quattro rapporti separati praticamente identici o coincidenti, con una versione dell’accaduto radicalmente diversa da quella fornita dal giovane della Sierra Leone. Due di loro, di pattuglia assieme quella notte, notano Bachir verso le 5.15 sul piazzale della stazione Ffs. Sta parlando con dei giovani. Come vede l’auto della polizia se la dà a gambe. Un agente lo rincorre nel sottopassaggio che sbuca su via Basilea, oltre i binari, ma poi lo perde di vista. Comincia a cercarlo nei paraggi. Il suo collega, che nel frattempo lo aveva raggiunto con la vettura, lo chiama via radio e gli dice di aver intercettato Bachir in cima a una scalinata. «A corsa raggiungevo il collega, ed assieme aiutavamo l’uomo a rialzarsi; il cittadino di colore era caduto sugli scalini mentre tentava di fuggire nuovamente alla vista del collega con l’autovettura», spiega uno dei due agenti nel rapporto reso a Marco Villa. Bachir viene portato in seguito negli uffici della Polcomunale in Piazza Riforma: non gli trovano addosso nulla, il controllo alcolemico risulta positivo (1,18 per mille). Un’altra pattuglia viene incaricata di riaccompagnarlo al centro Crs di via Besso. I due agenti si dirigono verso Piazza Cioccaro, lì imboccano via Cattedrale e poi, all’altezza dell’albergo Federale, si fermano perché «il Bangoura lamentava un malessere e [diceva] che avrebbe dovuto vomitare». Gli agenti lo fanno scendere, chiedono al portiere dell’albergo un bicchiere d’acqua per farlo riprendere, poi lo invitano a salire in auto per andare al centro di via Besso. Bachir declina l’invito, e rifiuta persino di essere accompagnato a piedi («per farlo riprendere dalla sbronza», indicano i poliziotti nel rapporto). Il procuratore pubblico Il 9 agosto il procuratore pubblico Marco Villa emette un decreto di non luogo a procedere per «inesistenza degli elementi oggettivi e soggettivi» di tutti e quattro i prospettati reati (lesioni gravi, lesioni semplici, vie di fatto e abuso di autorità). Il pp esprime «una forte perplessità» in relazione al racconto di Bachir. Non solo in merito all’«erronea indicazione del colore della divisa degli agenti» e alla possibilità di pagarsi un secondo taxi quando non aveva «soldi sufficienti per farsi portare, dal primo, sino al Crs di via Besso», ma anche a fronte della «lineare, univoca e concorde versione» resa dai quattro agenti. Il giovane africano è ritenuto non credibile anche sulla base del complemento medico richiesto all’ospedale Civico, che secondo il pp Villa proverebbe «l’assenza di un qualsiasi rapporto di causalità, naturale e adeguato, tra la diagnosi operatoria del querelante (...) ed una qualsivoglia violenza da lui asserita per subita». Bachir e il suo avvocato Bachir non ci sta. «Confermo di essere stato picchiato dagli agenti della polizia. La decisione non è corretta e non rende giustizia», scrive il 23 agosto nell’istanza motivata di promozione dell’accusa contro il decreto di non luogo a procedere firmato dal pp Villa. Il giovane africano contatta l’avvocato Yasar Ravi di Lugano, che in questi giorni presenterà alla Camera dei ricorsi penali un complemento dell’istanza inoltrata da Bachir. Secondo Ravi l’inchiesta presenta più di una lacuna: non sono stati sentiti testimoni di peso (i due taxisti; il portiere dell’albergo Federale che avrebbe aiutato Bachir a riprendersi; la persona di colore che trovò Bachir per strada; il sorvegliante del centro Crs che portò il giovane al pronto soccorso); i quattro agenti non sono stati interrogati assieme, ma hanno reso rapporti separati – identici o coincidenti – e per di più a un mese e mezzo dai fatti in questione; non è stata approfondita la scelta dello strano percorso (Piazza Cioccaro, poi la stretta e ripida salita di via Cattedrale) che la seconda pattuglia avrebbe seguito per riaccompagnare Bachir al centro di via Besso; e soprattutto la cartella clinica di Bachir non fuga tutti i dubbi (al momento della diagnosi operatoria i medici non avevano riscontrato né ecchimosi, né ematomi e neppure contusioni sia all’interno che all’esterno dell’addome, ma che non ci sia nessun rapporto di causalità tra la diagnosi e una eventuale violenza da lui subita «è una valutazione del procuratore: io tale legame non posso escluderlo con sicurezza», precisa da noi interpellato il dottor Luca Giovannacci che ha firmato il complemento medico richiesto dalla procura). Una domanda Inchiesta lacunosa, archiviata frettolosamente? Può darsi. Ma ammettiamo che non sia così. Chi può aiutarci allora a rispondere a questa domanda: cosa spinge un ex richiedente l’asilo “Nem” lasciato sulla strada dalla Confederazione, clandestino, che forse non è neppure uno stinco di santo, a metter fuori la faccia sporgendo denuncia, a non cedere di fronte a un decreto d’abbandono e a pagare un acconto di mille (1’000) franchi a un avvocato per portare avanti una battaglia legale dall’esito prevedibile o quasi? Neri presi di mira? Niente prove Al momento non trovano conferma le segnalazioni giunte alla nostra redazione in merito a maltrattamenti nei confronti di richiedenti l’asilo di origine africana da parte di agenti della polizia. «Finora né io né i miei collaboratori abbiamo mai assistito a cose del genere nei centri della Croce rossa. Anzi, posso dire che numerosissimi interventi di polizia sono svolti in modo decisamente corretto. Durante le perquisizioni personali i poliziotti a volte sono obbligati ad agire con fermezza, ma non abbiamo mai visto spintoni, calci, pugni o altro», dice Fabrizio Comandini, responsabile della Croce rossa svizzera (Crs) del Luganese. Ogni tanto richiedenti l’asilo di origine africana raccontano agli operatori della Crs di essere stati percossi da agenti della polizia all’esterno dei centri di accoglienza. Ma le segnalazioni negli ultimi anni sono state «pochissime», e gli inviti a denunciare i fatti rivolti in questi casi ai richiedenti sono quasi sempre finiti «nel nulla». Spesso dietro al silenzio o alle segnalazioni spropositate si cela un interesse per l’anonimato: «ai collaboratori dei nostri centri capita di scorgere macchie di sangue oppure di incontrare ospiti con il viso tumefatto. A volte questi ultimi – se sono coinvolti in affari di droga ad esempio – non dicono nulla sull’origine di lividi o ferite, altre volte invece dicono che è stata la polizia. Poi magari veniamo a scoprire che si è trattato di una lite fra di loro», spiega Comandini che di recente si è di nuovo detto preoccupato per la violenza all’interno dei centri. Il responsabile della sezione luganese della Croce rossa non ha riscontri recenti su percosse ricevute da richiedenti l’asilo al di fuori delle strutture di accoglienza, ma riconosce che parecchi ospiti di origine africana «si lamentano di essere continuamente fermati dagli agenti». «Di pecore nere ce ne sono dappertutto, ma noi siamo molto sensibili a questa problematica», dice Roberto Torrente, vicecomandante della Polizia comunale di Lugano che assieme al nuovo dicastero integrazione della Città sta organizzando per i suoi agenti dei corsi sull’integrazione. «Ci sono personaggi difficili nel fermo di polizia – prosegue Torrente – che obbligano a volte gli agenti a ricorrere alla forza. Il problema è stabilire qual è il limite che separa le percosse da una risposta, anche energica, dei nostri uomini a un atteggiamento violento nei loro confronti. Abbiamo avuto problemi durante alcuni fermi (e non solo quelli riguardanti i richiedenti l’asilo), ma io non ho nessun riscontro di violenza gratuita». A causa dell’allontanamento dei richiedenti l’asilo “Nem” (“non entrata in materia”), nei centri della Crs in Ticino il numero di ospiti è calato fra il 1. aprile e la metà di settembre da 714 a 498. Pressoché stabile, in termini percentuali, gli ospiti di origine africana, passati nello stesso periodo da 329 a 211. Intanto, un primo bilancio provvisorio dell’Ufficio federale dei rifugiati (Ufr) indica che la maggior parte dei “nuovi Nem” (con decisione cresciuta in giudicato dopo il 1. aprile, data a partire dalla quale non beneficiano più delle prestazioni assistenziali) sono spariti nella clandestinità. Il rapporto segnala un aumento sia degli oneri amministrativi e finanziari per i cantoni che erogano gli aiuti d’urgenza, sia dell’insicurezza e dei problemi fisici e psichici dei richiedenti “Nem”.

Pubblicato

Venerdì 17 Settembre 2004

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