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Aziz, fra la disco ed Hezbollah

di

Johann Hanna Tutumlu
La moschea degli Omayyadi è il cuore pulsante della città vecchia di Damasco. Una lunga e tortuosa via di commerci, la Qaimarriyeh, conduce direttamente all'entrata ovest di questo gigantesco e maestoso edificio sacro. La strada è stretta e coperta di piante, il sole filtra a fatica e le meraviglie architettoniche si fanno cercare. Si respira aria di Medio Oriente, ma in questa via non si sente parlare solo arabo: il cuore della vecchia moschea pulsa anche per i numerosi studenti stranieri che in ogni periodo dell'anno popolano Damasco, dando alla città un respiro internazionale che ha poco da invidiare a Londra o Parigi. L'Oriental shop di Aziz – che durante i giorni di guerra inneggiava "per forza" Hezbollah come la maggior parte dei giovani – è proprio ai piedi della moschea, difficile non imbattersi in lui se si visita la capitale della Siria. Parla alla perfezione l'inglese, il dialetto siriano e l'arabo classico. Ha ventiquattro anni e una grande facilità a fare conversazione con i giovani occidentali alla ricerca del Palazzo Azem o del suq dell'argento.

Aziz è prima di tutto un commerciante. Un commerciante arabo. Vuole sapere che cosa andavi cercando al mercato dell'argento e farà in modo di trovare un prodotto simile nel suo negozio o in quello di suo zio. Solo dopo una serie di ostinati rifiuti getta la spugna e si dedica completamente alla conversazione. Si fa mandare due tazze di caffè forte, la polvere e l'acqua hanno bollito insieme e di zucchero neanche a parlarne. Strano modo di cominciare una giornata hanno gli arabi: una tazzina di una bevanda amarissima e nulla da mangiare.
È giugno. Damasco è la capitale più tranquilla e stabile del Medio Oriente, destinazione molto gettonata dagli studenti italiani e francesi. Se alloggi nella città vecchia ti sembra di vivere un sogno vecchio mille anni. Un mondo arabo evoluto e tollerante ti fa sentire il suono delle campane e il canto del muezzin. Dai terrazzi si possono osservare minareti e campanili, la sera i primi si illuminano di luce verde e i secondi al neon blu. Un sogno. Aziz è fiero del crogiuolo della sua Damasco. Con il suo inglese perfetto è fiero di annunciarmi, ciliegina sulla torta, che i suoi vicini di casa sono ebrei. «La chiesa, la moschea? La sinagoga? Tutte case di Dio», per Aziz. Tuttavia non mi chiede la mia confessione, mi lascia la mia libertà e il mio tempo. Aziz è sciita, come Hezbollah. Dopo il liceo ha frequentato la scuola per barman e ha lavorato due anni nella discoteca più alla moda di Damasco. Ma gli amici di famiglia cominciavano a chiacchierare: com'era possibile che un musulmano sciita lavorasse sempre a contatto con l'alcol impuro nel tempio della perdizione? Ha lasciato il lavoro e ha aperto un oriental shop con il fratello, Adi.  Il piccolo negozio apparentemente frutta bene.
Aziz e Alì abitano in una vecchia casa araba. Tutte le stanze danno sul cortile interno, dove ci sono la fontana e gli alberi. Loro occupano una camera, le altre quattro sono affittate a studenti stranieri, italiani e francesi. Si sentono liberi così e il loro inglese non può che migliorare, e forse è l'occasione per imparare anche un po' di italiano. Aziz e Adi sono sciiti ma il giovedì sera ti portano nelle migliori discoteche di Damasco dove per certo non bevi dell'acqua. Fa sorridere: il Medio Oriente non doveva essere il covo delle forze del male le più intransigenti? Macché, Damasco è una città che pullula di locali e si diverte all'europea. Però lo fa con coscienza. A Beirut – dicono i damasceni – la gente ha perso la propria identità araba per diventare occidentale, a Damasco la tradizione e l'orgoglio si mischiano con la modernità. Questo è un pensiero comune e Aziz non nasconde un certo astio nei confronti dei libanesi.
Una realtà troppo edulcorata che ha bisogno di uno scossone. Non siamo forse nell'area più instabile e caotica del mondo? L'esercito israeliano comincia a bombardare il Libano. Il 13 luglio l'offensiva coinvolge anche la capitale Beirut. Damasco per alcune ore perde la sua natura spensierata, bombe cadono a meno di un'ora e mezza di distanza e la gente è incollata davanti ai televisori. La Qaimarriyeh è una eco infinita di notiziari. E la gente si infiamma, la vecchia via di commerci si colora di giallo. Alle piante rampicanti si aggiungono bandiere di Hezbollah. I negozi che tenevano ad alto volume la musica di U2 o dei R.e.m. sono ora megafoni per i proclami di Nasrallah. Tutto questo in meno di due giorni. Nel mercato coperto principale, suq al-Hamidieh, invaso dai turisti, compare uno striscione che solo il potere politico può avere autorizzato. In francese si legge un condensato della Siria secondo Assad:  «Il popolo siriano grida dal profondo del suo cuore: siamo con voi e con la vostra resistenza. Si dice che voi siate terroristi. Ma tutte le legislazioni dicono che coloro i quali combattono l'occupante e difendono la propria terra non sono terroristi. Il terrorista è il sionista, che uccide bambini in Palestina e Libano. La resistenza è più forte di qualsiasi arma fornita dagli americani ai sionisti. Che Dio ti accordi la vittoria, Hassan Nasrallah».
Nella capitale si preparano le manifestazioni. E sono come quelle che vediamo ai nostri telegiornali. Anche Aziz si trasforma, si spoglia degli abiti occidentali e indossa una lunga tunica bianca e un turbante. Sventola la bandiera di Hezbollah, e grida con gli altri «daremo il nostro sangue per te, Nasrallah». Ma non può essere vero. Nemmeno lui ci crede, è troppo innamorato della vita e della spensieratezza per sprecare il suo sangue. Ma queste manifestazioni sono l'unico modo per esistere, per mostrare all'occidente che gli arabi esistono. D'altra parte, dopo la manifestazione tutti si rimettono i jeans e si scordano di tutta la solidarietà espressa per le strade.
Perché di solidarietà si tratta. Anche se si sporca di sangue l'idea di Hezbollah è l'unica che accomuna tutti gli arabi, dall'Atlantico al Tigri. L'unica apparentemente in grado di difendere i confini di un debole Libano. Non sorride Aziz quando mi racconta il suo punto di vista. Sa bene che l'idea del Partito di Dio è pericolosa, per quella gente la sinagoga non è certo una casa di Dio degna di rispetto come la moschea. In fondo questi sciiti sarebbero la rovina della Siria, che si fonda sulla convivenza tra musulmani e cristiani. Ma ora è più facile capire il sostegno ai fondamentalismi: tolte le vesti della protesta gli arabi diventano regionalisti e campanilisti: i libanesi hanno la fama di essere snob, gli iracheni di essere briganti, i sauditi arroganti, ... Divisi insomma, alla mercé dei poteri occidentali.
Una mattina la faccia della Qaimarriyeh sembra essere definitivamente cambiata. La bandiera israeliana è stesa per terra, tutti ci camminano sopra come fosse parte dell'acciotolato. È triste. Cerco di passare ai lati senza farmi troppo notare, ma un venditore di dischi mi nota e si infiamma. Ho paura, forse ora ci sono davvero in una città pericolosa. Viene in mio soccorso un panettiere, che riesce a calmare gli adirati e gli offesi. Mi sorride. Aziz non mi ha mai chiesto la mia religione: forse non tutto è perduto.

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Venerdì 15 Settembre 2006

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