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"Avanti", separati in casa

di

Silvano De Pietro
Giovedì 8 gennaio. A pagina 9 del “Tages-Anzeiger” viene riportata in poche righe la notizia che è stato costituito il comitato cantonale ticinese di appoggio al controprogetto all’iniziativa “Avanti – per autostrade sicure ed efficienti”. «Alla presidenza della sezione ticinese del comitato – scrive maliziosamente, e senza aggiungere altro, il quotidiano di Zurigo – appartiene anche il consigliere agli Stati Filippo Lombardi». Il che, è tutto dire sulla coerenza dei politici democristiani, dato che due giorni dopo l’assemblea dei delegati del Pdc si schiera chiaramente, con una sorprendente maggioranza dei due terzi, per il No al controprogetto “Avanti”. Ma la scelta contraddittoria dei democristiani non è l’unica. Quella decisione ha sancito infatti il crollo definitivo del fronte borghese che in parlamento aveva difeso con forza il controprogetto “Avanti”: anche il Partito degli evangelici ed altre formazioni minori di centro-destra, quali l’Unione democratica federale ed il Partito popolare cattolico, hanno adottato una posizione analoga. La ribellione strisciante alle scelte ufficiali del partito s’è tuttavia fatta sentire anche nell’Udc e nel Prd. Ma andiamo con ordine. A livello nazionale un chiaro Sì al controprogetto “Avanti” è stato pronunciato dall’Udc, dal Prd e dal Partito liberale. Ma nell’Udc i partiti cantonali dei Grigioni, di Nidwaldo e del Vallese francofono hanno fatto una chiara scelta contraria, indicando ai propri elettori di votare No. Le contestazioni più vivaci e significative sono venute tuttavia dai giovani dell’Udc di San Gallo e di Zurigo. A San Gallo l’assemblea del movimento giovanile è riuscita per pochi voti a far prevalere il No al controprogetto. «Noi parliamo sempre di risparmio. Ma questo deve valere anche in questo caso – ha detto il presidente cantonale dei giovani Udc, Lukas Reimann – E chi pagherà alla fine queste scelte? Noi giovani!». Oltretutto, ha aggiunto, la Svizzera orientale ancora una volta non ci guadagnerà nulla. A Zurigo il No non è riuscito a prevalere. Forse per colpa della principale argomentazione adoperata, che invece di essere convincente ha richiamato la più banale e abusata retorica dell’Udc: «Il nostro San Gottardo non deve essere sacrificato al traffico di camion stranieri», ha detto la sostenitrice del No, Gabi Petri, in polemica con il consigliere agli Stati Hans Hofmann. Sbrigativo il controargomento di Hofmann: «Anche con un sì il secondo tunnel del San Gottardo non sarà aperto prima del 2035». Anche all’interno del Partito radicale i giovani non si sono facilmente accodati alle decisioni del partito. A Berna, per esempio, hanno rivolto numerose e dure critiche alla linea scelta dal Prd, in particolare alla sua immagine «elitaria e sorpassata». Una contestazione che in qualche caso, come tra i giovani radicali urani, s’è tramutata in un netto No al controprogetto “Avanti”. La frattura più evidente è però quella che ha registrato il Pdc. Hanno mantenuto il Sì al controprogetto, in contrasto con la scelta fatta a livello nazionale, le sezioni cantonali democristiane di Berna, di Ginevra, di San Gallo e di Zugo. Tra i gruppi giovanili, si sono invece schierati per il No quelli dei cantoni Argovia, Grigioni, Lucerna ed Uri. Sul piano politico generale, la situazione suggerisce un paio di riflessioni. Il controprogetto è in sostanza il tentativo mal riuscito dei promotori dell’iniziativa “Avanti” di snaturare l’intelligente offerta del ministro Moritz Leuenberger, appropriandosene e riproponendola come “Avanti Plus”, poi ripresa ed ampliata dal parlamento, che vi ha aggiunto il raddoppio della galleria autostradale del San Gottardo. Ne è venuto fuori un pacchetto di provvedimenti che vuole accontentare tutti, dalle associazioni degli automobilisti (in primo luogo il Touring Club Svizzero) ai pendolari che attendono di veder risolti i problemi dei trasporti e del traffico nelle agglomerazioni urbane. Questo pasticcio ha però finito per non accontentare nessuno. Si spiegano così le contraddittorie scelte di molte personalità, anche all’interno dello stesso partito. Se il consigliere federale Moritz Leuenberger deve, suo malgrado, difendere il controprogetto, il Pss è per il No. E sono per il No una novantina di sindaci e municipali di città svizzere, il Sindacato dei ferrovieri e la Comunità d’interessi del trasporto pubblico, sebbene il controprogetto “Avanti” prometta di adeguare anche le infrastrutture ferroviarie e stradali suburbane. Davanti a questo quadro generale, e dopo la decisione dei democristiani di smentire i loro stessi parlamentari, il controprogetto si ritrova in pratica privo dell’ampio consenso che ad esso la maggioranza borghese sembrava garantire. Ed a questo punto si pone la questione se e fino a che punto l’alleanza Prd/Udc riuscirà a funzionare anche fuori dal Palazzo federale. Il rischio per i due partiti di destra è reale: se ne sono resi conto i tanti politici borghesi che, nei diversi cantoni, ora prendono le distanze. Il trionfo degli imbarazzi Quella dell’8 febbraio sarà una votazione popolare che vedrà il trionfo degli imbarazzi del Consiglio federale. Almeno tre dei suoi membri, in effetti, si trovano in difficoltà nelle rispettive posizioni di difensori di proposte legislative che personalmente non condividono. E non sono disagi da poco, dal momento che almeno due dei tre ministri interessati non nascondono tali disagi, ma li denunciano apertamente anche a costo di mettere a repentaglio la concordanza e la collegialità nelle posizioni che il governo assume. In questa condizione si trovano Moritz Leuenberger, che ha posto la questione del perché il Consiglio federale debba difendere una proposta del parlamento, e Christoph Blocher, che deve opporsi all’iniziativa sull’internamento fortemente sostenuta dal suo partito e da lui personalmente. Joseph Deiss s’è esposto di meno, ma deve registrare la spaccatura del suo partito, difensore delle famiglie e delle piccole e medie imprese, sul nuovo diritto di locazione che penalizzerebbe proprio queste categorie sociali. Questa situazione richiama la domanda di fondo, posta con forza anche da Blocher: può il Consiglio federale schierarsi, prendere posizione sulle questioni sottoposte a votazione popolare? La preoccupazione non è nuova: già in settembre il Consiglio nazionale ha approvato una mozione che chiede nuove regole legislative affinché «la competenza del Consiglio federale e dell’amministrazione di dare informazioni nelle campagne in vista di votazioni popolari venga regolamentata in modo più preciso». Tale mozione è frutto di proposte parlamentari individuali e di una raccolta di firme per un’iniziativa popolare, al fine di impedire al Consiglio federale di esprimersi in queste occasioni. Storicamente, fino a qualche decennio fa, su iniziative e referendum il Consiglio federale si limitava ad esporre la sua posizione in parlamento; poi rimaneva in disparte ad aspettare il responso delle urne. Solo a partire dagli anni Settanta radio e televisione hanno richiesto di continuo l’opinione del governo sugli argomenti in votazione popolare. L’opuscolo informativo federale, che in queste occasioni è per molti cittadini la più importante fonte d’informazione, è stato introdotto definitivamente nel 1976, dopo aspre discussioni. Fino al 1980 prevaleva la convinzione che il Consiglio federale dovesse restare neutrale nelle campagne per le votazioni popolari. Oggi non soltanto è tollerato che i membri del governa prendano parte ai pubblici dibattiti, ma si accetta che partecipino alle campagne in modo attivo e con grande impegno finanziario. È stato così, per esempio, nella campagna per la votazione sullo Spazio economico europeo, nel 1992, dove governo e parlamento sono intervenuti con 6 milioni di franchi. E nel 1999, per la votazione sulla Costituzione federale, l’amministrazione ha deciso d’intervenire con una propria campagna di propaganda, come ha fatto pure per la votazione sull’adesione all’Onu.

Pubblicato

Venerdì 30 Gennaio 2004

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