Non sembra vero, eppure sta per partire un nuovo programma di costruzioni stradali che costa almeno 30 miliardi di franchi. Questo programma è il frutto dell’abbinamento dell’iniziativa popolare “Avanti” e del controprogetto del consiglio federale che, caso più unico che raro, va ben oltre le proposte degli stessi iniziativisti. Infatti oltre al raddoppio della galleria autostradale del San Gottardo e all’ampliamento dell’A1, come chiesto dall’iniziativa, il controprogetto propone la creazione di un fondo per le costruzioni stradali sottratto al freno alla spesa. A questo nuovo programma di cementificazione del paese si oppongono le 25 fra associazioni e sindacati aderenti al comitato “Avanti-No”, fra le quali l’Iniziativa delle Alpi, Greenpeace, l’Associazione traffico e ambiente, Pro natura, Sos Mendrisiotto ambiente, il Sindacato edilizia e industria (Sei), il Sindacato del personale dei trasporti e l’Unione sindacale svizzera. Gli argomenti per opporsi al programma da 30 miliardi sono stati presentati negli scorsi giorni in occasione di una conferenza stampa. Secondo Alf Arnold, presidente del Comitato “Avanti-No” e direttore dell’Iniziativa delle Alpi, che ha definito «estremo» il controprogetto del Consiglio federale, le finanze federali non si moltiplicano per miracolo: il “fondo stradale” non assicurerebbe la parità di trattamento fra la strada e la ferrovia ma, sottraendo mezzi alle altre opere, condurrebbe alla realizzazione di nuove opere autostradali a scapito delle ferrovie e degli altri compiti della Confederazione finora finanziati con i dazi sui carburanti e con le altre imposte sul traffico. Gli ha fatto eco Fernand Cuche, consigliere nazionale e presidente del sindacato contadino Uniterre, secondo cui «la creazione di un fondo infrastrutturale per le strade rende più fragile l’approvvigionamento della popolazione con derrate alimentari sane: crescerà infatti la tendenza ad importare da paesi lontani ciò che invece potrebbe benissimo essere coltivato in Svizzera». Quanto alla consigliera nazionale socialista Anita Fetz, ha ricordato le proposte di taglio al bilancio della formazione da qui al 2007, pari a un miliardo di franchi: «è incomprensibile che il Prd e l’Udc vogliano ridurre a tal punto le spese per l’educazione col pretesto di risanare le finanze federali, mentre sono disposti a creare un nuovo fondo miliardario per le opere stradali». Alla conferenza stampa di “Avanti-No” ha partecipato anche Vasco Pedrina, presidente del Sei e vicepresidente dell’Uss. Nell’intervista che segue spiega perché anche il sindacato degli edili è contrario alla costruzione di nuove opere stradali. Vasco Pedrina, perché il Sei si schiera contro l’iniziativa Avanti? Il Sei è un sindacato che si preoccupa anche delle questioni di società. Più volte nei nostri documenti ci siamo espressi per uno sviluppo sostenibile. Così per ragioni ecologiche abbiamo preso chiaramente posizione per un trasferimento dei trasporti merci dalla strada alla ferrovia. In cosa la posizione del Sei si differenzia da quella degli ambientalisti “puri e duri”? Noi come gli ambientalisti siamo contrari al programma pazzesco di nuove costruzioni stradali proposto ora dalla lobby automobilistica, degli autotrasportatori e degli impresari costruttori. Questo non vuol dire però che l’alternativa sia nessuna costruzione. Crediamo che vi sia un’esigenza di costruire infrastrutture utili nel quadro di uno sviluppo sostenibile, e si tratta di costruzioni che generano più posti di lavoro nell’edilizia di quanti non se ne creino con la costruzione di nuove strade. Penso ad esempio al programma di promozione di alloggi a buon mercato della Confederazione, il cui credito è stato ridotto da 500 a 300 milioni con l’appoggio della Società svizzera degli impresari costruttori: ebbene, questo taglio comporta concretamente una perdita di 5 mila posti di lavoro nell’edilizia. A parte l’alloggio, si dovrebbe investire di più ad esempio nel campo delle canalizzazioni, il cui stato sempre più precario richiede interventi di risanamento urgenti che andranno anche a favore della tutela ambientale. A quali condizioni una coalizione fra sindacati, ambientalisti e contadini può avere la meglio sulla lobby degli automobilisti, degli autotrasportatori e degli impresari? Bisogna proseguire nella strategia che abbiamo iniziato ad adottare facendo una conferenza stampa comune fra diverse posizioni e sensibilità. È quindi importante che si riesca a coalizzare interessi diversi su obiettivi concreti comuni, come una politica dei trasporti sensata o uno sviluppo sostenibile. Lei alla conferenza stampa ha detto «non vogliamo posti di lavoro ad ogni costo». È una frase che può destare anche qualche inquietudine fra gli iscritti del Sei: può spiegarla meglio? Sono abbastanza sorpreso di non aver ricevuto finora nessuna protesta per questa mia presa di posizione: e questo mi sembra un buon segno dell’evoluzione delle idee nel nostro sindacato. Va detto che nemmeno dal punto di vista occupazionale costruire nuove strade è particolarmente interessante per l’edilizia. La costruzione di strade rappresenta infatti uno dei settori edili a maggiore intensità di capitale e occupa solo una piccola parte dei lavoratori edili: un milione di franchi investito nella costruzione di edifici pubblici o di abitazioni crea infatti un numero di posti di lavoro doppio che se lo si investe nella costruzione di nuove strade. Per noi occorre quindi investire in alloggi dove c’è penuria di abitazioni, in edifici pubblici e nel rinnovo dell’infrastruttura esistente, comprese le strade. Quindi crede che la base sindacale seguirà questa impostazione? Credo di sì. Certo dobbiamo tener presente che siamo ormai in piena recessione, e che anche l’edilizia ne risente (in Ticino un po’ meno che nel resto della Svizzera). Per questo andremo all’offensiva con l’Unione sindacale svizzera ancora prima dell’estate per un programma di rilancio degli investimenti nel settore abitativo, degli edifici pubblici, delle canalizzazioni: perché ogni posto di lavoro creato nell’edilizia principale in uno di questi ambiti ne genera altri due nella metallurgia, nell’artigianato, nei servizi ecc... Nei confronti dei nostri colleghi come sindacato dobbiamo quindi dar prova di un ambientalismo realista e non utopista. Ora la grande sfida è la difesa dello Stato sociale: il sindacato ha i mezzi e le energie anche per una battaglia ambientalista? Nella difesa dello Stato sociale le energie e i mezzi li dobbiamo trovare per forza, perché dopo la serie di esternazioni di Pascal Couchepin è necessario che i sindacati facciano sentire la pressione dal basso e che il futuro della socialità in questo paese non si giochi fra governo, commissioni e parlamento. In questa situazione è chiaro che la nostra priorità deve andare ai punti chiave della nostra attività, che sono centrali nel mandato affidatoci dai nostri iscritti. Ma dobbiamo anche trovare il modo di occuparci di questioni nuove come i problemi ambientali o la globalizzazione, perché questi a loro volta determinano le condizioni di lavoro, di salario e di vita dei nostri iscritti, cioè gli stessi punti chiave della nostra attività. Quindi nel sindacato più nessuno pensa che l’ecologia è uno strumento dei padroni per tenere i lavoratori nell’arretratezza? Ricordo che negli anni ’80 in quello che allora era ancora il Sindacato edilizia e legno vi fu una grande diatriba interna fra i lobbysti dell’autostrada da un lato e gli antinucleari dall’altro su quanto e cosa costruire, rispettivamente su quali limiti si potessero porre all’edilizia in nome dell’ecologia. La diatriba s’è risolta alla fine degli anni ’80 con il sopravvento dell’ala più ecologista. Questo ha poi determinato la nostra politica successiva: la presa di posizione del Sei sull’iniziativa “Avanti” si iscrive dunque in questa che è ormai quasi una tradizione del Sei. Oggi più nessuno sostiene quelle tesi: esse appartengono agli anni ’70 e ’80, oggi non troverebbero più nessuna eco.

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06.06.03

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