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Avanti… in salita

di

Silvano De Pietro
«Al momento non sono ancora in grado di dare un giudizio complessivo su come vanno le trattative, perché sono appena cominciate». Renzo Ambrosetti, presidente centrale della Flmo, si mostra piuttosto cauto nel dire come vanno le trattative salariali in corso con l’Asm (l’associazione padronale dell’industria delle macchine). Lo fa con noi in questa intervista, ma anche con i lavoratori riuniti sabato 24 novembre alla Sulzer escher wyss di Zurigo, dove l’abbiamo incontrato, per un’assemblea informativa sui maggiori temi d’attualità sociale e sindacale. «Quello che si può dire alla luce della situazione economica e di un catastrofismo palese – riprende Ambrosetti – è che se le premesse delle trattative erano abbastanza positive, oggi si rivelano molto più difficili di quanto pensavamo all’inizio. Infatti, anche aziende che alla fine dell’anno scorso o all’inizio di quest’anno andavano bene, per cui si poteva immaginare di concludere con degli aumenti interessanti, oggi bloccano e non sono più disposte a far tanto. Però, ripeto, è ancora troppo presto per fare un bilancio». Il settore delle macchine E il sindacato, come intende procedere? Nell’industria delle macchine la trattativa dev’essere fatta chiaramente a livello di azienda, per cui occorre valutare specificamente la situazione aziendale. Non è vero che tutte le imprese vanno male: ci sono quelle che a seguito della riduzione degli affari hanno più problemi, ma ce ne sono anche altre che non sono state assolutamente colpite e che continuano ad andare bene. Questa è dunque la prima valutazione da fare. La seconda è che – purtroppo, dico io – il rincaro è sceso moltissimo, quindi anche la sua piena compensazione non andrà comunque a correggere i nuovi oneri: a partire dal 1. gennaio dell’anno prossimo le assicurazioni malattia aumenteranno i premi in modo considerevole. Ciò significa che in termini reali per i lavoratori ci sarà una minore disponibilità di denaro da spendere per il consumo. Minacce e psicosi Tra i vari settori, qual è quello in cui è più difficile far passare le rivendicazioni salariali? Sicuramente il settore dell’industria d’esportazione, colpita da questa fase di rallentamento economico (non parlo di recessione, perché sarebbe un fenomeno ben più grave). Assistiamo ad una sorta di psicosi, che si manifesta anche con i licenziamenti pronunciati: appena si sente di non essere più così sicuri del domani, si prendono subito misure drastiche, come licenziamenti e quant’altro. Questo è un comportamento negativo, sul quale abbiamo preso posizione come sindacato, perché riteniamo che, pur nelle difficoltà che conosciamo, non sia il caso di fare del catastrofismo. Abbiamo però visto che il Sei si sta muovendo in modo molto più visibile, con dimostrazioni di piazza, per far pressione sul padronato… Il fatto è che il Sei agisce in rami economici che lavorano sul mercato interno, mentre noi ci muoviamo in settori che lavorano per le esportazioni. E le realtà sono sostanzialmente differenti. Ma qual è la valutazione complessiva che il sindacato fa di questa crisi e del modo come viene usata dai padroni? È un modo parzialmente strumentale. Riconosco che c’è stato, in seguito al rallentamento dell’economia americana nella seconda metà dell’anno, un rallentamento anche qui. Adesso, sembra che l’11 settembre sia colpevole di tutto. Se mai, ha accelerato qualche situazione, però non possiamo assolutamente accettare che venga preso a pretesto per qualsiasi blocco verso aumenti salariali o di miglioramenti contrattuali. Ritengo che la situazione dell’industria svizzera delle macchine sia ancora sana: abbiamo alle spalle anni eccezionali, di livelli eccezionali, che si sono di colpo abbassati, ma sono altresì sicuro che ci sarà una ripresa in termini abbastanza brevi. Per cui: no al catastrofismo; bisognerà superare questo periodo di difficoltà, evidentemente non licenziando e buttando gente sulla strada o scaricandola sulle spalle della collettività attraverso la disoccupazione, ma trovando delle misure all’interno delle aziende, che permettano di far da ponte in questa situazione. Non per ultimo, mediante il ricorso all’orario ridotto, a diversi modelli di orario di lavoro ed a qualche altro elemento da valutare azienda per azienda. Soci del sindacato ora in crescita E la crisi nel sindacato? Il numero dei soci continua a diminuire? Ci siamo fissati come obiettivo la stabilizzazione. Devo però dire che, dopo diversi anni, quest’anno è la prima volta che registriamo un incremento considerevole di nuovi soci. Ma a fronte di queste nuove entrate nel sindacato, abbiamo anche delle uscite in qualche regione, dovute a motivi amministrativi: si tratta cioè di gente che formalmente era ancora iscritta al sindacato ma non pagava più le quote o quant’altro, ed è stata tolta dagli schedari. Però, nonostante questa flessione, nel complesso il dato è sicuramente positivo rispetto agli anni precedenti: siamo al di sopra degli obiettivi che ci siamo fissati a livello svizzero, con differenze tra regioni che vanno particolarmente bene e altre che vanno meno bene. Da un anno lei è presidente della Flmo. Come sono avanzati in questo periodo il progetto «Casa sindacale» e quello per un sindacato interprofessionale con l’Unia e la Fcta? Con il sindacato Sei stiamo lavorando intensamente attorno a questo progetto. In gruppi di lavoro, ma anche nei nostri organismi riuniti a livello di comitato direttivo e di comitato centrale, abbiamo fatto per la prima volta, esattamente un anno dopo i rispettivi congressi, un’assemblea comune dei delegati dei due sindacati per fare il punto della situazione. Il sindacato interprofessionale – così come io l’immagino - avrà la possibilità di veder la luce nella misura in cui risolviamo alcuni problemi. Il primo è la collaborazione nell’attività dei due sindacati a livello di regioni: c’è un progetto in corso d’attuazione, che si muove di più in alcune regioni e in altre di meno. L’altro progetto importante è quello di creare il sindacato del terziario. La mia ipotesi – che è anche del sindacato Flmo – è che ciò avvenga in tempi brevi, poiché altrimenti rischiamo veramente di perdere il treno. Si tratta di fusionare il sindacato Fcta, che è il sindacato esistente del terziario, con la parte Unia-Flmo e la parte Unia-Sei per dar corpo a una nuova struttura sindacale. Ed è solo così che si potrà parlare di sindacato interprofessionale: quando avremo i tre pilastri dell’industria, dell’edilizia e del terziario. Tra i maggiori temi d’attualità c’è quello dei «sans papiers». Come giudica la Flmo la posizione in merito del Consiglio federale, che rifiuta una sanatoria? Su questa questione abbiamo già detto chiaramente che la soluzione proposta dal Consiglio federale, in particolare dalla ministra di giustizia e polizia, non ci soddisfa. Bisogna trovare altre soluzioni che siano degne del rispetto che si deve alle persone che sono qui. Sono convinto che altre soluzioni, se si vuole, si possono trovare. Lo scandalo di Swissair Altro tema cruciale in questo periodo, il crollo della Swissair. Ho già ribadito che è uno scandalo quanto è successo. Era prevedibile: tempo addietro, quando c’erano delle opportunità di fare degli accordi con altre compagnie aeree – perché bisogna essere coscienti che in un mondo globalizzato non si può pensare di andare avanti, in un settore come quello dei trasporti aerei, a volare con la bandiera svizzera – non sono stati fatti unicamente per amor patrio e con l’idea che la Svizzera è sempre migliore degli altri. I risultati li abbiamo visti. Si possono poi aggiungere gli errori della finanza, di quella élite zurighese che ha gestito la Swissair con molta arroganza. Per il personale è stata però particolarmente penosa quest’ultima cosa venuta fuori dei piani sociali per i dipendenti all’estero, mentre per quelli svizzeri… Questo dimostra che da noi i piani sociali sono volontari, mentre sappiamo che, per esempio, nell’ambito dell’Unione europea sono obbligatori. Quindi, il fatto che i soldi della Confederazione vengano adesso dirottati per i piani sociali all’estero, mi fa molto piacere per i lavoratori esteri che ne beneficiano, ma mi fa meno piacere per i nostri lavoratori. Si tratta di una beffa alla quale bisognerà porre rimedio. Non capisco la posizione che hanno assunto i sindacati del settore che, pur sapendo di questa cosa, non l’hanno fatta presente al momento del dibattito alle Camere federali. Forse temevano che il dibattito prendesse una determinata piega. Ne trarranno lezione l’Unione sindacale svizzera e la Flmo? Certo. Anche come Flmo abbiamo inserito, nei punti di rivendicazione, quello che debba esserci un obbligo, in caso di licenziamenti collettivi e massicci, di negoziare e di concludere un piano sociale.

Pubblicato

Venerdì 30 Novembre 2001

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