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L'inchiesta

Autisti DPD trattati come schiavi: ora basta!

Il diritto del lavoro sistematicamente violato. Le testimonianze e la mobilitazione sindacale

di

Claudio Carrer e Mattia Lento

“Siamo gli esperti flessibili dei pacchi”. Alla voce “la nostra missione” si presenta così sul proprio sito internet la DPD (Svizzera) Sa, la più grande impresa privata di spedizione del paese finita nell’occhio del ciclone per le scandalose condizioni di lavoro e di sfruttamento a cui sono costretti i circa 800 addetti alla distribuzione, oggetto di una denuncia pubblica del sindacato Unia dei giorni scorsi. Si tratta certamente di una classica traduzione malriuscita (cui noi italofoni siamo abituati), ma che nel caso concreto calza a pennello, perché “pacchi”, in gergo, significa anche fregature, mancato rispetto degli impegni. Proprio quello che fa Dpd con gli autisti, i magazzinieri e tutti gli altri impiegati che giornalmente garantiscono il funzionamento del suo capillare sistema di distribuzione. 

 

L’inchiesta realizzata da Unia, sulla scorta delle testimonianze e di una corposa documentazione fornita da oltre 200 lavoratrici e lavoratori, rivela una situazione di sistematica violazione del diritto del lavoro: giornate di 12-14 ore senza pausa e nessun pagamento degli straordinari, decurtazioni salariali arbitrarie, lavoro notturno non adeguatamente retribuito, niente rimborso delle spese per pasti, stress estremo, mancanza di servizi igienici, automezzi in cattivo stato, mancato rispetto dei piani di protezione anti-Covid, un sistema di sorveglianza asfissiante, metodi autoritari e repressivi e negazione dei diritti sindacali più elementari. In questo “sistema DPD”, come ormai è stato battezzato, la Dpd (Svizzera) Sa, dalla sua sede di Buchs (San Gallo), controlla la distribuzione di pacchi sull’intero territorio nazionale senza possedere un solo furgoncino e senza impiegare un solo autista. Dpd gestisce direttamente solo i 12 centri logistici sparsi per il paese, che, fatta eccezione per i quadri, impiegano esclusivamente manodopera interinale. A rendere possibile questo “miracolo” è il sistema del subappalto: per la consegna dei pacchi la Dpd si affida infatti a una rete di un’ottantina di imprese subappaltatrici (di regola con meno di 15 impiegati) che a loro volta ingaggiano il personale necessario, meglio se facilmente ricattabile o che per varie ragioni (scarse conoscenze linguistiche, statuto precario eccetera) fa fatica a ribellarsi.

Dpd mantiene però il pieno controllo su ogni operazione, su ogni pacchetto e su ogni singolo autista, che di fatto viene costantemente sorvegliato. Attraverso uno scanner, una sorta di capo sempre alle calcagna del lavoratore, l’azienda di Buchs riceve dati sui percorsi e sui tempi di consegna precisi al metro e al secondo e in grado di rilevare gli “errori” dei singoli fattorini, che poi vengono segnalati all’impresa subappaltatrice con la relativa richiesta di punizione, cioè di decurtazione salariale. Un metodo questo che nel 2020, proprio in concomitanza con il forte aumento del volume di pacchi a causa della pandemia (+35%) e dunque del tempo di lavoro, dello stress e anche degli “errori” (per esempio danni al veicolo), è stato ulteriormente inasprito. Con questa struttura di imprese subappaltatrici Dpd si garantisce i servizi di 800 autisti che lavorano in condizioni scandalose ma senza assumersi alcuna responsabilità perché non sono suoi dipendenti diretti. Si calcola che il “sistema Dpd” ogni anno sottragga tra i 6 e i 12 milioni di franchi di salari dovuti e che la Dpd (Svizzera) Sa, controllata dalla francese La Poste (che appartiene allo Stato), risparmi circa un terzo dei costi salariali rispetto alla Posta svizzera, sua principale concorrente. 

 

Lavorare per Dpd fa male alla salute

Pur di massimizzare i profitti, Dpd non rinuncia a nulla, nemmeno a trasportare i pacchi di più di 33 chili che altri servizi di distribuzione rifiutano. Con tutto ciò che questo comporta per la salute di chi questi pacchi li deve sollevare e spostare. I funzionari di Unia sono rimasti scioccati dalle condizioni di molti lavoratori, ancora giovani ma con gravi problemi dell’apparato locomotore. Molti soffrono poi di disturbi del sonno e quasi tutti dichiarano che le loro condizioni fisiche e psichiche sono peggiorate con questo lavoro.

 

Il sindacato è fumo negli occhi

Dpd (Svizzera) Sa si distingue anche per una condotta fortemente anti-sindacale, come dimostrano l’assoluta indisponibilità a confrontarsi con Unia sulle problematiche emerse dall’inchiesta e sulle precise rivendicazioni formulate, le minacce di ritorsione giunte (per interposto subappaltatore) ai lavoratori che da settimane si stanno organizzando sindacalmente con Unia e gli sms con l’ordine di non parlare con il sindacato. Nel canton Vaud, in occasione di una delle tante assemblee sindacali che si stanno tenendo nei diversi centri di smistamento in giro per la Svizzera, si è registrata persino una violenta aggressione a danno di un funzionario di Unia, che è già sfociata in una denuncia penale. Ma il clima è pesante quasi ovunque: da diversi centri logistici giunge notizia di lavoratori messi sotto pressione per firmare dichiarazioni false secondo cui non avrebbero mai lavorato ore straordinarie. Sembra insomma che Dpd e la sua rete di aziende subappaltatrici, invece di cercare il dialogo cerchino di nascondere la testa sotto la sabbia. 

 

Ma il percorso di resistenza dei lavoratori non si ferma qui e la loro voce ha già oltrepassato persino i confini nazionali con una manifestazione di protesta a Parigi davanti alla sede della società madre La Poste, organizzata da Unia insieme ai sindacati francesi Cgt e Sud per chiedere l’avvio di negoziati per fermare lo sfruttamento degli autisti Dpd in Svizzera. Una richiesta anche al centro del sit-in di sostegno alle rivendicazioni delle lavoratrici e dei lavoratori del gruppo tenutosi mercoledì davanti al centro logistico ticinese di Giubiasco, dove erano presenti esponenti di Verdi, Forum Alternativo, PS, Giovani Verdi e GISO (foto).

 

La testimonianza

«La lotta è la scelta giusta»

 «Non so per quanto riuscirò ad andare avanti con questo lavoro, ciò che mi spinge a resistere è la speranza di vedere come va a finire questa storia. Il sistema Dpd corrode la mente, ti toglie energia, il rischio è di pensare che questa sia la normalità, di assuefarsi a questo dispositivo indecente. Non lo faccio solo per me, per la mia dignità, ma anche per i miei colleghi, anche per quelli che non hanno avuto finora il coraggio o la possibilità di ribellarsi». A parlare è Mario (nome di fantasia), uno degli autisti alle dipendenze di uno dei tanti subappaltatori di Dpd, che ha deciso di rompere il silenzio e di prendere parte alla vera e propria resistenza sindacale condotta finora nell’ombra. L’anonimato è quindi d’obbligo e i riferimenti troppo specifici alla sua situazione da evitare: «Siamo spiati e non posso escludere che l’azienda conosca già la mia attività sindacale. Devo comunque stare attento perché te la fanno pagare cara. I dirigenti Dpd ci hanno più volte intimato di non parlare né con i giornalisti, né con i segretari sindacali Unia».


Mario è impegnato in uno dei collettivi di lavoratori e lavoratrici, sostenuti da Unia, sparsi un po’ in tutta la Svizzera. Mentre siamo con lui al telefono, consegna pacchi a ripetizione. Il ritmo è forsennato e molte sono le pause nella conversazione per riprendere fiato. A volte i clienti lo riconoscono, sono gentili con lui perché ci sa fare, nonostante non abbia nemmeno il tempo per fermarsi a scambiare due chiacchiere: «Con qualche cliente fidato ho parlato velocemente delle nostre condizioni di lavoro. La loro solidarietà è davvero grande, non lo avrei mai pensato». L’intervista va avanti e a cadenza regolare sentiamo un rumore proveniente da uno strumento digitale: «Questo rumore che ci tiene compagnia è lo scanner, parte fondamentale del sistema Dpd. Lo scanner traccia tutti i nostri spostamenti e le consegne. In questo momento mi sta dicendo che il mio ritardo si sta accumulando, sono già arrivato a 27 minuti. Si parla spesso del cosiddetto “ritmo Amazon” imposto ai lavoratori. Anche noi qui abbiamo un “ritmo Dpd” ed è forsennato. Siamo lavoratori a cottimo».

 

Mario è sempre in prima linea per difendere i propri diritti e quelli dei colleghi: «A volte mi trovo ad avere a che fare con colleghi a cui è stato decurtato il salario in maniera drammatica a causa del sistema di penalità. La categoria più debole tra di noi è quella dei lavoratori a ore che fanno da tappabuchi: sono i più sfruttati. Anche i nuovi arrivati non se la passano bene: sono costretti a lavorare almeno una o due settimane senza paga, soltanto perché devono imparare alcuni aspetti del mestiere».

 

Mario è convinto che la strada della lotta sindacale sia quella giusta: «Nonostante il rifiuto di Dpd di sedersi al tavolo delle trattative con noi, abbiamo già notato qualche lieve miglioramento delle condizioni di lavoro nella nostra sede. La lotta paga ma ovviamente siamo ancora lontanissimi dal ritenerci soddisfatti. Abbiamo elaborato una lista di 13 rivendicazioni che hanno a che fare con quanto ci è stato sottratto ingiustamente finora e con le condizioni lavorative del futuro».

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Giovedì 4 Marzo 2021

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