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Aubonne un anno dopo

di

Serena Tinari
Gesine si è fatta più piccola. Il G8 di Evian ha lasciato il segno su questa bella ragazza europea. Un anno fa, è rimasta a lungo appesa ad una corda a venti metri di altezza, al suolo c’era il suo compagno Martin esanime dopo una caduta rovinosa. La storia del collettivo Aubonne si è svolta nei pressi di Losanna, il primo giugno 2003. Un gruppo di azione estemporaneo per un blocco stradale che impedisse ai delegati di raggiungere il vertice. Martin e Gesine si erano appesi alle due estremità di una corda, tesa a tagliare in due la carreggiata autostradale. Senza andare troppo per il sottile, un poliziotto del canton Argovia ha tagliato la fune. Un caso tanto eclatante, da guadagnare la ribalta dei media elvetici. Un anno dopo, Gesine e Martin sono tornati in Svizzera per il “Talk Tour”, la tournée della parola. Martin sta meglio: «Mi sento bene», dice e alla domanda: «Lo rifaresti?» replica con un sorriso disarmante: «anche volendo, non potrei». Venti metri di caduta gli hanno causato fratture multiple a bacino, schiena e piede sinistro. Nessuno sa dire se potrà tornare a camminare a passo spedito, figuriamoci arrampicare. Trauma da libera espressione Gesine si è salvata grazie ai riflessi di una partecipante all’azione, che ha afferrato l’estremità della corda. Tornata a casa, si è ritrovata «apatica e disperata. Non pensavo che avrei potuto sentire di nuovo la gioia di vivere». È ricorsa a cure specialistiche e la diagnosi è stata “stress post-traumatico”. Nella tournée della parola, Martin e Gesine hanno portato la loro storia e una discussione aperta sull’elaborazione del trauma militante. «È un problema per i gruppi che in tutto il mondo lavorano nei servizi “anti-repressione” ed una fonte di ansia per chi vuole esercitare il diritto alla libera espressione», spiegano. Gli ultimi anni hanno segnato un’escalation inarrestabile nel mondo occidentale. Le polizie europee hanno preso a dotarsi di armi da carcere coreano come Taser, la pistola per l’elettrochoc (vedi area n. 36 del 5 settembre). Alle manifestazioni del movimento globale, da Göteborg a Salonicco, si sono visti fiumi di sangue. I testimoni del G8 di Genova raccontano di avere sognato per mesi vicoli ciechi, robocop impazziti e scenari di panico. La guerra in casa per chi alle guerre non ci è abituato, ma ha imparato a riconoscere l’odore dei lacrimogeni. Eppure nel lavoro di supporto politico, medico e legale «il sostegno psicologico viene trascurato. Ma ha conseguenze emozionali a lungo termine», ragiona Gesine. Le immagini di Indymedia Un video di dieci minuti racconta la storia incredibile dell’azione anti G8 dell’Aubonne. È un documento realizzato dal collettivo inglese Undercurrents (www.undercurrents.org) con le immagini di Indymedia Italia e Argentina e lo si può scaricare gratis da Internet (www.ngvision.org). Nel video, la voce di Gesine ripercorre gli eventi. La preparazione del gruppo attorno a una coppia provetta nell’arrampicata sportiva: c’è un medico e alcune persone sono incaricate di trattare con la polizia. Lo striscione steso a fermare la circolazione: “Se passate questa corda uccidete due persone”. Nel video si vedono attiviste discutere con automobiliste nervose e poi l’arrivo della polizia. Una pattuglia mista intercantonale con a capo un funzionario che fatica a mantenere la calma. È il suo autista, un agente dall’Argovia, a tagliare la fune. Nel video si vede che ci prova una prima volta, ma viene fermato da un collega. Poi lo vediamo tornare alla macchina e dirigersi di nuovo verso la fune con incedere deciso, tirare fuori un coltello tascabile e tagliare. Fra le grida di panico dei presenti, Martin precipita e si schianta in un ruscello in secca. Oltre al danno, la beffa Alla fine di giugno Martin e Gesine torneranno in Svizzera come imputati: ironia della sorte, andranno alla sbarra con altre due persone per avere bloccato il traffico e “messo in pericolo la vita degli automobilisti”. Il poliziotto che ha tagliato la corda, invece, non è stato neanche messo sotto inchiesta, né tantomeno ha lasciato il suo posto di lavoro. Per reagire all’ingiustizia, il gruppo dell’Aubonne chiama a raccolta le forze per un workshop di un fine settimana alla vigilia del processo. Per capire “come creare un network anti-repressione più efficace e come affrontare il trauma”. Un incontro aperto a tutti ma in particolare a chi lavora nella solidarietà e nel sostegno a profughi, carcerati, militanti (cfr. riquadrato). Lunedì 28 giugno, appuntamento al Tribunale di Nyon: un’azione “pacifica e dimostrativa” per chiedere l’incriminazione dei responsabili, un’inchiesta indipendente sull’intervento della polizia al G8 di Evian, un risarcimento per Martin e Gesine. Perché: «La polizia deve rendere conto dei suoi atti».

Pubblicato

Venerdì 28 Maggio 2004

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