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Attualità del sandinismo

di

Stefano Guerra
In uno dei libri più belli sulla resistenza alla dittatura somozista (1936-1979), Omar Cabezas racconta di don Bonifacio Montoya, don “Bacho”, contadino di 82 anni che vive di stenti in una miserabile baracca sperduta nelle montagne del nord del Nicaragua. A cavallo fra gli anni ’20 e ’30, don Bacho e sua moglie collaborarono con Augusto César Sandino, il “generale di uomini liberi” che alla testa dello sparuto Esercito difensore della sovranità nazionale costrinse le truppe statunitensi occupanti a lasciare il paese il 1. gennaio 1933. Oltre 40 anni dopo, vedendo Omar Cabezas e gli altri guerriglieri del Fronte sandinista di liberazione nazionale (Fsln) aggirarsi nei paraggi, don Bacho non esita. Si precipita a dissotterrare il sacco zeppo di munizioni custodito segretamente per più di mezzo secolo non lontano da casa: «sapevo che sareste passati di nuovo», dice. Di lì a pochi anni quegli stessi guerriglieri – eredi spirituali di Sandino e del suo “piccolo esercito pazzo” – e tutto un popolo che ne stava sostenendo ed emulando le gesta sarebbero entrati trionfalmente a Managua. 19 luglio 1979: il tiranno se n’è andato, la Guardia nacional è allo sbando. Nicaragua libre. Ricordare il tríunfo dell’insurrezione anti-somozista e l’avvio della Rivoluzione popolare sandinista (1979-1990) è fare simbolicamente ciò che fece don Bacho: dissotterrare un patrimonio intatto ma sepolto da coltri di oblìo (e son passati “solo” 25 anni...), consegnare la memoria storica nelle mani di chi sta lottando oggi e di chi lotterà domani, in Nicaragua e altrove in America latina. Si tratta, prendendo a prestito le parole dello scrittore ed ex vicepresidente del governo sandinista Sergio Ramírez, di combattere «l’eccesso di dimenticanza», riproponendo quell’«ambizione di identità» creata da una Rivoluzione che ha saputo in primo luogo riscattare la dignità di un popolo dalla tirannia e dalle ingerenze straniere. Perché l’esperienza rivoluzionaria nicaraguense è oggi un punto di riferimento più che mai attuale per chi crede che la resistenza agli imperialismi del nuovo secolo passi innanzi tutto dall’affermazione della sovranità nazionale. “Nunca hubo tanta Patria en un corazón” (“non c’è mai stata tanta Patria in un cuore”): in quest’epoca di globalizzazione e di guerre preventive, è urgente recuperare quel messaggio che sta in calce a un mural dipinto a Estelì negli anni ’80. Di quell’irriverente difesa della sovranità, nel frattempo, si sono perse le tracce. Dalla sconfitta elettorale del Fronte sandinista nel febbraio 1990, il Nicaragua è rientrato nei ranghi. La restaurazione neoliberale avviata dal governo di Violeta Chamorro (1990-1996) e proseguita durante quello di Arnoldo Alemán (1996-2002) ha nell’attuale presidente Enrique Bolaños un nuovo paladino, che in quanto a servilismo nei confronti della Casa Bianca non avrebbe nulla da invidiare ai vendepatrias del passato se non fosse per il credito morale acquisito con una “crociata” anti-corruzione – tanto necessaria quanto parziale e prematuramente archiviata – contro il suo predecessore e alti funzionari della sua amministrazione. Eppure né loro, né il terrorismo di Stato promosso da Washington durante la guerra dei “contras”, né gli errori, la successiva corruzione e l’inamovibilità di alcuni dirigenti dell’Fsln, hanno potuto cancellare le tracce che il sandinismo ha lasciato nell’immaginario collettivo nicaraguense e latinoamericano. Non è un caso se, nonostante tutto e più di quanto avviene in buona parte dei paesi del continente, oggi in Nicaragua c’è una società civile in costante (benché disarticolato) fermento, se esercito e polizia (nate dai ranghi della guerriglia) sono istituzioni rispettate e impregnate di un forte spirito nazionalista, se negli ultimi anni sono sorte (o sono sopravvissute) iniziative che si richiamano in maniera più o meno diretta agli ideali della Rivoluzione popolare sandinista. Ci disse non molto tempo fa un’amica di Managua: «Noi nicaraguensi siamo abituati a sopportare a lungo e in silenzio. Certo, oggi siamo di nuovo fottuti. Ma da qualche parte in questo paese ci dev’essere ancora qualche pazzo che sta pensando di cambiare le cose». Come per don Bacho, anche per lei la tenace speranza in un domani migliore nasce dalla memoria storica, affonda le radici nel sandinismo che continua ad essere fonte di identità e di lotta. Per lei e per noi ricordare la Rivoluzione a 25 anni dal tríunfo vuol dire guardare avanti, non indietro.

Pubblicato

Venerdì 9 Luglio 2004

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