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Attraverso l'inverno italiano

di

Gianfranco Helbling
Misterbianco è una cittadina situata sulle pendici dell’Etna, in Sicilia. Essa è governata da un sindaco generoso, originale e ingenuo che lotta a modo suo contro la mafia: ad esempio scopando personalmente la piazza principale del borgo. A Misterbianco con il suo ultimo film arriva Paolo Poloni, regista zurighese ma di passaporto italiano, figlio di un operaio immigrato in Svizzera. Ma “Viaggio a Misterbianco” comincia molto più a nord, al Brennero: da lì parte un periplo invernale che porta gli spettatori attraverso Milano, la Toscana, Napoli e la Basilicata fino alla Sicilia. Lungo il percorso gli incontri sono con gente comune ma spesso sorprendente. Il risultato, per certi versi spiazzante, è il ritratto a tinte tenui, quasi pudico, di un’Italia per nulla scontata. Il film di Poloni disegna atmosfere, abbozza ritratti e pone interrogativi, ma non osa imbastire risposte. Forse anche per questo sa mantenere una piacevole leggerezza. “Viaggio a Misterbianco” uscirà in Ticino venerdì prossimo, ma un’anteprima in presenza del regista è in programma per giovedì 26 febbraio alle 20.30 al cinema Corso di Lugano. Paolo Poloni, con che intenzioni è partito per il suo viaggio attraverso l’Italia di cui racconta nel film “Viaggio a Misterbianco”? Era già da parecchio tempo che volevo fare un viaggio per andare un po’ a fondo della mia relazione con l’Italia. L’unica cosa chiara all’inizio era l’estensione geografica del viaggio: volevo partire dall’estremo nord, il Brennero, per arrivare all’estremo sud, Lampedusa. Ma per il resto l’itinerario non era prestabilito. Ho viaggiato da solo, con i mezzi di trasporto che capitavano, senza troupe al seguito. Il viaggio è stato molto più lungo, faticoso e difficile del previsto: ero sempre in ansia per quel che dovevo filmare. Cosa l’ha guidata nella scelta dei personaggi che ha incontrato e che quindi ha ritratto nel film? Prima di tutto il caso. La chiesa di Milano occupata dagli extracomunitari l’ho trovata semplicemente passeggiando, mentre sul postino rasta sono capitato perché l’automobilista che mi aveva dato un passaggio andava proprio in quel villaggio. Ma si potrebbe anche dire che il caso non esiste. Perché in viaggio ognuno guarda con i suoi occhi e con le sue idee preconcette la realtà che incontra. Quindi già nel momento di osservare si fa una scelta ben determinata. Del resto, anche il fatto di filmare in inverno non è un caso ma corrisponde ad una mia scelta ben precisa, quella di dare dell’Italia un’idea un po’ più scura, invernale, lontana dai clichés. Non ho la pretesa di dire che quella che ho filmato è l’Italia così com’è. È l’Italia così come l’ho vista io, in un viaggio nella quotidianità. E cosa l’ha sorpresa di più in questo viaggio nella quotidianità dell’Italia? La dimensione del fenomeno migratorio e della sua rimozione. Si sa che milioni di italiani hanno dovuto lasciare il loro Paese per guadagnarsi da vivere altrove, ma andando nei vari villaggi e borghi ci si rende conto quanto l’Italia sia marcata da questo fenomeno, dal nord al sud. Il fatto scandaloso è che nonostante questo l’emigrazione non è presente nella cultura e nella coscienza collettiva italiana. Si parla solo delle storie di successo, di chi è diventato ricco e famoso all’estero. L’emigrazione spicciola di Schlieren o di Bodio, fatta non di rado anche di miseria e sofferenza, è stata invece totalmente rimossa. Che cosa l’emigrazione abbia dato e tolto all’Italia non è assolutamente oggetto di discussione. Lei è partito per chiarire il suo rapporto personale con l’Italia. Dell’esito di questo chiarimento però lei nel film non parla, perché? Perché non volevo una conclusione, un bilancio. E alla fine, contrariamente a quanto pensavo prima di partire, non volevo dare accenti troppo personali al film: in definitiva non volevo più parlare di me, ma dell’Italia. La realtà ha preso il sopravvento sulla curiosità legata alla mia persona. Però è vero che con “Viaggio a Misterbianco” il mio rapporto con l’Italia s’è normalizzato: prima era più ambiguo, pieno di rancore verso un Paese che aveva di fatto scacciato i miei genitori. Ora mi sono rappacificato. L’Italia di cui parla lei è anche un’Italia piuttosto povera. L’Italia è soprattutto stanca. Da un lato perché la vita quotidiana è complicata. Dall’altro perché dalla fine della guerra sono rimaste aperte ancora molte ferite che, contrariamente ad esempio alla Germania, non sono state curate. Lo stesso fascismo non è ancora stato elaborato. Un’intera generazione, quella di mio padre, ha vissuto per un ventennio una quotidianità pervasa di fascismo in maniera capillare: in Germania l’ideologia nazista non è stata in grado di permeare così in profondità il sentire di un’intera generazione. Per questo l’Italia dal punto di vista culturale è ancora immersa in un’onda che prosegue dagli anni ’40 ad oggi, è una società corporativista e clientelare. D’altro lato c’è molta povertà, e ci si chiede come gli italiani possano campare. La risposta sta nella famiglia: è la famiglia allargata, il clan, che tiene assieme la società italiana: se un figlio non ha lavoro o si buca non viene mai sbattuto fuori di casa, viceversa se guadagna qualcosa lo divide con i genitori e i nonni. Tutti sorreggono tutti. La lavorazione del film è durata complessivamente tre anni. Come mai? Come accade quasi sempre con i documentari anche “Viaggio a Misterbianco” è nato di fatto al montaggio. Dal viaggio ero tornato esausto e con moltissimo girato, circa 130 ore. Questo mi ha complicato molto le cose. Il problema è che le nuove tecniche di ripresa digitali e di montaggio al computer ti portano spesso a filmare troppo, a non fare una selezione preventiva del materiale. Soprattutto si rinvia il momento della decisione al montaggio: quando si gira si fanno interviste lunghe, si riprende lo stesso soggetto da diverse inquadrature e così via, «perché non si sa mai». I costi della pellicola invece impongono di decidere subito. In definitiva con il digitale non si filmano più cose, ma le si filmano in modo diverso, a volte più dispersivo. Come hanno reagito i finanziatori svizzeri alla sua idea di un film di viaggio in Italia? Dipende. La Confederazione e la Ssr sono abbastanza aperti e mi hanno sostenuto senza troppi problemi, anche perché mi conoscevano già. Ma per esempio il canton Zurigo mi ha negato il finanziamento perché secondo loro non c’era nessun rapporto fra ciò di cui avrei parlato nel mio film con Zurigo. L’immigrazione italiana in Svizzera potrebbe essere il tema di un suo prossimo film di finzione? Sì, ho voglia di raccontare la storia di un quarantenne italiano della seconda o terza generazione in Svizzera e ci sto già lavorando. Mi sembra una generazione debole e molto confusa, come debole è sempre stata a livello d’identità tutta l’immigrazione italiana in Svizzera. Oggi paradossalmente la terza generazione di italiani in Svizzera ha gli stessi problemi della seconda. Gli immigrati di altri paesi invece alla seconda e alla terza generazione già hanno gli stessi successi scolastici degli svizzeri. Questo perché gli italiani in Svizzera anche dopo tre generazioni vivono ancora nel mito di un patetico ritorno a casa.

Pubblicato

Venerdì 20 Febbraio 2004

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