Raccontando la solita favola delle casse vuote, il parlamento di questo paese sta tentando di farci credere che per mantenere a lungo termine le prestazioni dell’Avs è necessario chiedere ai pensionati nuovi e sempre più pesanti sacrifici. È l’impressione (per usare un eufemismo) che ricaviamo dall’avvio del dibattito sull’undicesima revisione dell’Avs, approvata mercoledì mattina dal Consiglio nazionale con un voto tiratissimo: 62 favorevoli, 60 contrari e 63 astenuti. Al di là del risultato, a noi preme denunciare la sfacciataggine con cui si tenta di far passare un atto di smantellamento sociale come una riforma. L’obiettivo del padronato e della maggioranza parlamentare borghese (in tutto e per tutto al suo servizio) è chiaro: trasformare l’Avs in una sorta di "braccio" dell’assistenza pubblica. La destra di questo Paese contesta fondamentalmente due "difetti" all’Avs: il sistema di finanziamento, fondamentalmente solidale, e la struttura delle rendite, i cui minimi e massimi presentano uno scarto relativamente ridotto. La tattica è dunque quella di far sì che sempre più cittadine e cittadini si affidino al II e al III pilastro, dove il principio della solidarietà è qualcosa di sconosciuto. Tutti i discorsi sulle difficoltà di finanziamento sono solo dei pretesti, come ha ben spiegato nel suo intervento al Nazionale il capogruppo socialista Franco Cavalli, che ha parlato di "campagna isterica". "Da quando esistono i sistemi pensionistici — ha aggiunto — la destra, a cominciare dagli anni Trenta in Germania e Gran Bretagna, ha sempre paventato difficoltà di finanziamento". Nel corso degli anni, anche nel nostro Paese, si è poi affermata l’idea secondo cui la riforma di un’assicurazione sociale è possibile solo se a costo zero. Una tesi che viene smentita dalle cifre (a fine 2000 nelle casse dell’Avs c’era un miliardo e mezzo di franchi più del previsto), ma che purtroppo sta ottenendo sempre più credito anche a livello popolare. Basti pensare all’approvazione della decima revisione dell’Avs. Una revisione che già incarnava quella pericolosa visione puramente economica e che misconosceva l’importanza dell’elemento sociale. Ricordiamo che in cambio del cosiddetto "bonus educativo" alle donne era stato servito l’innalzamento da 62 a 64 anni dell’età pensionabile. E ora, con l’undicesima revisione, si passa a 65 anni per tutti, ma c’è già chi parla di 67 o 68. Il tutto in netta contraddizione con le regole che si vanno imponendo nel mercato del lavoro, dal quale i salariati e le salariate, in nome della massimizzazione dei profitti, vengono espulsi sempre più giovani. In cambio dell’Avs a 65 anni per tutti, l’undicesima revisione cerca di vendere come contropartita il cosiddetto pensionamento flessibile. In realtà, il modello adottato non è altro che una fregatura: chi decidesse di anticipare a 62 anni l’uscita dal mondo del lavoro si vedrebbe infatti decurtare la rendita fino al 16,5%. Se a questo aggiungiamo che l’adeguamento al rincaro avverrà ogni tre e non più ogni due anni come ora e che la vedovanza spetterà solo alle donne con figli a carico, non si può che definire la revisione come un tradimento del mandato costituzionale dell’Avs, il cui compito, lo ricordiamo, è quello di "garantire il minimo sufficiente per vivere". La strada imboccata, purtroppo, porta in tutt’altra direzione. È dunque auspicabile che le forze politiche della sinistra e i sindacati (l’Uss lunedì ha già espresso critiche contro gli attacchi all’Avs) sappiano costruire nel Paese un fronte comune di opposizione ad un progetto che rischia di minare definitivamente ciò che dal 1948 rappresenta il fulcro del sistema svizzero delle assicurazioni sociali. E il referendum, invocato dalla sinistra radicale in Parlamento (Partito del lavoro, Pop e Alliance de gauche), è già nell’aria.

Pubblicato il 

11.05.01..

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