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Astag, il contratto fa paura

di

Stefano Guerra
Segnali di inquietudine fra gli autotrasportatori. Al presidente dell’Associazione svizzera dei trasportatori stradali (Astag) Carlo Schmid non va giù il progetto di contratto collettivo (Ccl) nazionale che il Sindacato edilizia e industria (Sei), i Routiers Suisses e il sindacato Fcta renderanno noto nel corso del mese di gennaio. Schmid lo aveva detto a chiare lettere sulla rivista dell’Astag e lo ha ribadito tre settimane fa dalle colonne del Blick: «A livello nazionale nessun sindacato è sufficientemente valido per realizzare una partnership sociale». In realtà, lo sfogo del presidente dell’Astag rivela un disagio che è andato approfondendosi negli ultimi mesi man mano che Sei, Routiers Suisses (vedasi anche articolo sotto) e Fcta avanzavano nella preparazione di una bozza di Ccl nazionale destinato a mettere un po’ d’ordine nel vasto settore dei trasporti stradali privati, già ora in preda a costanti violazioni delle disposizioni legali minime e dove esistono solo alcuni contratti regionali che brillano per la loro inconsistenza. «L’Astag teme la collaborazione fra Sei e Routiers Suisses. L’associazione degli autotrasportatori sta esercitando una forte pressione sui presidenti e sui comitati delle sezioni regionali di Routiers Suisses, con l’obiettivo di mettere in scacco la strategia di avvicinamento al Sei» rileva Vasco Pedrina. Il presidente del Sei il suo aut-aut all’Astag in vista dell’allargamento a Est dell’Unione europea l’aveva già espresso nelle ultime settimane: «se dei camionisti dell’Est lavoreranno per cinque franchi l’ora e gli svizzeri finiranno in disoccupazione o all’assistenza, lo Stato si vedrà obbligato a introdurre dei salari minimi attraverso le commissioni tripartite. È questo che desidera il grande capo dell’Astag piuttosto che considerare un Ccl con i sindacati?». Contatti regolari fra Sei, Routiers Suisses e Fcta sono avvenuti negli ultimi due anni, nel corso dei quali sono state approfondite le condizioni di lavoro nel settore e sondate le possibilità di definire un Ccl nazionale. Recentemente i sindacati e l’associazione professionale hanno trovato un accordo su una bozza di Ccl che verrà presentata in gennaio alla stampa. Interessati a un futuro contratto collettivo nazionale dei trasporti stradali sono innanzi tutto i 15 mila membri di Routiers Suisses, oltre che 2’500-3 mila affiliati alla Fcta (che nel corso del mese di settembre aveva lanciato una petizione per “migliori condizioni di lavoro” chiedendo fra l’altro un Ccl nazionale con l’Astag) e all’incirca 500 camionisti del settore edile affiliati al Sei e in gran parte soggetti al Ccl dell’edilizia. Il Sei propugna un contratto collettivo nazionale dell’ampio settore dei trasporti privati (64 mila addetti ai trasporti pesanti, 92 mila ai piccoli carichi, 92’500 ai furgoni) perché con sempre maggior frequenza aziende edili subappaltano i trasporti a ditte specializzate, esercitando in questo modo una pressione al ribasso sul Ccl dell’edilizia. «A pari livello professionale i dipendenti delle ditte di trasporto hanno salari fino a mille franchi inferiori a quelli praticati nell’edilizia, non hanno una tredicesima assicurata, hanno solo 4 settimane di vacanza invece delle 5 o 6 dell’edilizia, non hanno prepensionamento, hanno 46 ore invece delle 40 dell’edilizia» osserva Vasco Pedrina per il quale un contratto collettivo di lavoro nazionale dichiarato di forza obbligatoria rappresenta «un fattore d’ordine nel settore». «Garantisce infatti a tutte le imprese l’uguaglianza di trattamento sul piano dei salari e delle condizioni di lavoro» dice il presidente del Sei. «Sapevamo che l’Astag era più contraria che favorevole a un contratto collettivo, ma siccome non abbiamo mai discusso direttamente con Carlo Schmid non ci era nota la posizione ufficiale dell’associazione. Non immaginavamo che fosse così dura». Le esternazioni del presidente dell’Astag hanno stupito il segretario generale dei Routiers Suisses David Piras. Che tiene subito a precisare: «Non esiste un progetto di creare un sindacato, e tanto meno un sindacato che copra l’intero settore dei trasporti. Noi e i sindacati Fcta e Sei siamo interessati a un contratto collettivo, certo. Ma non ci siamo ancora spinti fino al punto di discutere di un nuovo sindacato dei trasporti, anche perché noi non siamo un sindacato ma un’associazione professionale. E poi Routiers Suisses – a differenza di quanto sostiene Carlo Schmid – non pensa al trasporto ferroviario, né a quello fluviale o aereo. Siamo interessati a fare qualcosa solo per il settore stradale». Dal 2000 segretario generale dei Routiers Suisses (associazione professionale che raggruppa circa 15 mila membri ripartiti in 38 sezioni regionali), David Piras spiega nell’intervista concessa ad area perché un’eterogenea associazione di categoria storicamente poco avvezza alla collaborazione con i sindacati si batte ora – a fianco di Sei e Fcta – per un Contratto collettivo di lavoro (Ccl). David Piras, perché i Routiers Suisses considerano importante un Ccl per il settore? Noi vorremmo innanzi tutto regolamentare la situazione per quanto riguarda le assicurazioni sociali, in particolare quella di perdita di guadagno. Un esempio: se un camionista si ammala e ha la sfortuna di avere un cattivo datore di lavoro, adesso riceve lo stipendio per qualche settimana e poi più niente. C’è poi il problema della responsabilità, che ora viene quasi sempre scaricata sulle spalle del camionista. Si tratta quindi di ampliare il concetto di responsabilità dell’impresa, assai limitato in Svizzera. Un contratto collettivo, infine, può servire a combattere il dumping salariale garantendo un salario minimo e i contributi sociali. Non bisogna dimenticare inoltre che il miglioramento delle condizioni di lavoro si rifletterà positivamente sulla sicurezza stradale: un camionista tranquillo, non stressato, fa e provoca meno incidenti. A mio avviso, però, un contratto collettivo di lavoro non risolverà tutti i problemi che si creeranno con l’arrivo di autotrasportatori e camionisti dell’Europa dell’Est. Rimarrà il problema della sorveglianza. Ad esempio, come si farà a controllare un camionista polacco impiegato in una ditta di trasporti germanica che – contravvenendo al divieto per gli stranieri di effettuare dei trasporti fra due località in Svizzera – carica a San Gallo e scarica a Ginevra? Carlo Schmid scrive che sarebbero solo «alcuni funzionari» dei Routiers Suisses a volere un Ccl. È vero? No. Negli scorsi mesi abbiamo realizzato un sondaggio fra i nostri membri. L’85 per cento di essi si è detto favorevole a un Ccl. È la base che lo vuole, non alcuni funzionari. Il presidente dell’Astag scrive anche che l’associazione «è a favore di contratti di lavoro equi, di rapporti di lavoro ragionevoli e di condizioni di lavoro a norma di legge e lascia a ciascuna delle proprie sezioni la libertà di scegliere come regolarsi in termini di partnership sociale». Cosa ne pensa? (ride) A parole è vero. Il problema è che l’Astag ha un’influenza molto debole sulle proprie sezioni. L’associazione continua a dire di volere che gli autotrasportatori rispettino la legge, ma la realtà è diversa. Regolarmente ci sono ditte che violano l’Ordinanza sulla durata del lavoro e del riposo, che senza motivi fondati deducono dall’ultimo salario del camionista da cui si separano le spese di incidenti avvenuti mesi o anni prima, ecc. L’Astag sta cercando di promuovere un Codice d’onore che funga da riferimento etico per i dirigenti delle ditte di trasporti. Secondo lei tale Codice potrebbe rendere superfluo un Ccl? (ride) È fare qualcosa per non dare l’impressione che non si sta facendo niente. Un Codice d’onore può valere per i datori di lavoro onesti. Quelli che già adesso sono disonesti non modificheranno il loro comportamento con un Codice che non comporterà nessun obbligo. I disonesti sono una maggioranza? (ride) Due anni fa avevo detto che nel settore ci sono un 30 per cento di datori di lavoro onesti, un altro 30 per cento di disonesti e un 40 per cento di persone che vorrebbero essere oneste ma che non arrivano ad esserlo in quanto devono sopravvivere in un mercato molto competitivo. Insomma, si può affermare che ci sono molti datori di lavoro onesti e molti datori di lavoro disonesti.

Pubblicato

Venerdì 12 Dicembre 2003

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