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Assistenza sociale, immagine di una povertà

di

Martino Rossi
Le povertà sono molte. Quella nascosta dei tanti che sopravvivono fra privazioni e solidarietà private. Quella di chi si nasconde, per non essere respinto nella povertà da cui è fuggito per chiederci, invano, l’asilo. Quella, contenuta, dei molti cui basta il contributo per i premi della cassa malati. Quella di chi ce la fa per sé, ma non per i figli: se questi hanno meno di 15 anni, i genitori possono ricevere l’assegno integrativo per i figli. La povertà, quella di cui ci occupiamo oggi, di chi ricorre alle prestazioni assistenziali. Una scelta dolorosa, perché ancora oggi stigmatizzante: l’assistenza è vissuta come un marchio di sconfitta, con vergogna. A torto: il sostegno sociale è un diritto, come le altre prestazioni, per cittadini in difficoltà che non le possono ottenere, o per i cui bisogni esse sono insufficienti. Le persone che beneficiano dell’assistenza sono relativamente poche: 1,1 per cento della popolazione del Ticino. In cifre assolute sono però drammaticamente tante: 3’382 persone (2’230 economie domestiche), nel dicembre 2004, secondo la recente statistica cantonale. Una statistica non ci parla dei drammi, delle storie che conducono alla povertà e alla domanda di sostegno sociale. Ma ci aiuta a intravederli. Vediamo allora alcuni dati che riguardano i 2’230 “titolari” della prestazione (uno per economia domestica: la persona che la richiede per sé, se è sola, o per sé e i familiari). Solo il 15 per cento è una persona coniugata. Il 2 per cento è vedova, il 43 per cento celibe/nubile, il 40 per cento divorziata o separata. Si capisce che è più difficile farcela, in condizioni sfavorevoli, se manca un partner; è poi evidente che le rotture familiari sono una causa di povertà, se i redditi e la sostanza di chi si separa sono già modesti: sia per l’ex-coniuge che rimane solo, sia per quello che ottiene la custodia dei figli. Altro dato illuminante: solo l’11 per cento ha un’occupazione, per lo più discontinua o a tempo parziale. Gli altri, esclusi dal lavoro, appartengono soprattutto a due categorie: i disoccupati senza indennità – sono oltre 700 – e gli oltre 650 ammalati, compreso un certo numero di infortunati o invalidi senza copertura assicurativa sufficiente. L’immagine di questa povertà è abbastanza chiara: l’esclusione dal lavoro perché non ce n’è abbastanza; l’esclusione dal lavoro che c’è, perché si è senza formazione professionale (46 per cento dei titolari non è andato oltre la scuola dell’obbligo), o perché le proprie competenze non sono più riconosciute (54 per cento ha una formazione post-obbligatoria), o perché la capacità lavorativa è compromessa da malattie fisiche o psichiche, causa ed effetto dell’esclusione; in più, la mancanza o la perdita di legami familiari. Drammi umani, non statistiche e voci contabili: non dimentichiamolo, non dimenticatelo “ridefinitori dei compiti dello Stato”…

Pubblicato

Venerdì 11 Marzo 2005

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