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Assegni: la posta in gioco

di

Fabia Bottani
Silvano De Pietro
Il 26 novembre prossimo i cittadini saranno chiamati a votare sulla nuova legge sugli assegni familiari, che armonizza le normative cantonali e riduce le attuali differenze. Anche se la nuova normativa, combattuta dalla destra, è sostenuta dal Ppd, dai verdi e dai socialisti, non tutti nella sinistra sanno di cosa esattamente si tratti.

È da 60 anni che la Costituzione federale dà alla Confederazione la competenza di legiferare in materia di assegni per i figli. Ma Berna non l'ha mai fatto, limitandosi nel 1946 a disciplinare gli assegni familiari soltanto per i lavoratori dell'agricoltura. Gli interventi parlamentari e le iniziative cantonali si sono succeduti inutilmente. L'ultima proposta in parlamento è stata quella di Angelica Fankhauser, socialista di Basilea Campagna e consigliera nazionale dal 1983 al 1999; ma la sua iniziativa è rimasta all'ordine del giorno delle Camere per ben 15 anni, senza che succedesse nulla.
Per smuovere le acque è intervenuta nel 2003 un'iniziativa popolare lanciata da Travail.Suisse (la centrale dei sindacati cristiani), che chiedeva 450 franchi al mese per ogni figlio: una somma che a molti è apparsa come un'enormità, un'esagerazione, ma che ha avuto il merito di spingere il parlamento ad elaborare subito, sulla base della proposta Fankhauser, un controprogetto equilibrato e credibile. Il 24 marzo 2006 è stata quindi approvata la nuova legge, che ora viene sottoposta al voto popolare poiché lo stesso giorno l'Udc ed il Plr hanno annunciato un referendum per abrogarla. L'iniziativa di Travail.Suisse, invece, visto l'esito della battaglia parlamentare, è stata ritirata.
La nuova legge prevede un assegno di almeno 200 franchi al mese per ogni figlio d'età inferiore ai 16 anni, e di almeno 250 franchi al mese per ogni figlio d'età compresa tra i 16 e i 25 anni che segue una formazione. I Cantoni, – che conservano autonomia e potere di vigilanza – possono aumentare tali somme, ma possono anche introdurre assegni di nascita e d'adozione. Agli assegni familiari hanno diritto tutti i lavoratori salariati e le persone senza attività lucrativa di modesto reddito. Gli assegni vengono pagati per intero anche se si svolge un'attività a tempo parziale. Per chi lavora nell'agricoltura resta applicabile la vecchia legge federale, ma le cifre dovranno essere adeguate ai minimi previsti dalla nuova legge. Questa non si applica tuttavia ai lavoratori indipendenti, ma i Cantoni restano liberi di prevedere assegni familiari anche per questa categoria. Infine, non vi sarà nessuna modifica sostanziale al versamento all'estero degli assegni familiari.
Il sistema di finanziamento rimane quello attuale, su base cantonale e tramite i datori di lavoro che sono obbligati ad affiliarsi alle casse di compensazione per gli assegni familiari. I Cantoni definiscono le condizioni per il riconoscimento di una cassa di compensazione e disciplinano il finanziamento, che possono garantire con i soli contributi dei datori di lavoro, come perlopiù avviene attualmente, o decidere di riscuotere un contributo anche dai salariati, o far capo a risorse pubbliche. I costi complessivi degli assegni familiari, in base al sistema attualmente in vigore, sono stimati per il 2006 intorno ai 4 miliardi e 79 milioni. Con il sistema previsto dalla nuova legge i costi ammonterebbero a 4 miliardi e 672 milioni, cioè a 593 milioni in più, di cui 455 a carico dei datori di lavoro.
L'Udc ed il Plr si sono opposti in parlamento alla nuova legge, ed hanno quindi lanciato il referendum, argomentando che i costi per i datori di lavoro sarebbero troppo alti e che le famiglie si potrebbero aiutare meglio con minori imposte e maggiore offerta di servizi per l'infanzia. Ma a parte il fatto che quando si tratta di migliorare l'offerta di servizi per l'infanzia (o per le donne che lavorano o per la famiglia) l'Udc, il Plr ed il mondo dell'economia sono sempre contrari, occorre domandarsi se davvero 455 milioni di franchi siano un carico insopportabile per l'economia elvetica.


Comitato ticinese in campo

A livello nazionale è iniziata la campagna a sostegno della nuova legge sugli assegni famigliari. Il canton Ticino non resta a guardare: un comitato rappresentante di un ampio spettro della società (Ps, Lega dei Ticinesi, Ocst, Unia, Vpod, sindacato della comunicazione, Comedia, Sev, Sindacato svizzero dei mass media, Mps, Comunità famigliare, Associazione Armonia, Cemea, Associazione contro l'indebitamento e la disoccupazione) si è infatti costituito e ha lanciato lunedì 9 ottobre la sua campagna attraverso la quale è ben intenzionato a portare avanti la battaglia. Una battaglia «nell'interesse dei lavoratori affinché si concretizzi una legge che dopo anni di iter procedurali sembrava ormai acquisita ma che si è ora arenata a fronte del referendum lanciato dall'Associazione svizzera arti e mestieri e l'Unione svizzera degli impresari. Associazioni che, in modo del tutto contraddittorio, da un lato, dicono di volere personale sempre più formato senza rendersi conto che, dall'altro, decidendo di frenare gli assegni, riducono le possibilità di formazione delle persone», afferma Saverio Lurati.
Le cifre parlano da sole quando dicono che il 45 per cento delle famiglie numerose o monoparentali in Svizzera sono a basso reddito e il 25 per cento addirittura povere. «Nel corso deli ultimi dieci anni, la famiglia è il soggetto sociale che più di ogni altro ha pagato di tasca propria  vedendo stagnare i propri salari, aumentare gli oneri e diminuire i mezzi finanziari a disposizione ritrovandosi in una situazione di assoluta precarietà e questo in tutti i cantoni», afferma Meinrado Robbiani dell'Ocst secondo cui è più che mai necessario adottare la legge per uniformare assegni famigliari, continuando nella direzione percorsa negli ultimi anni in ambito sociale con politiche come il congedo maternità o la riduzione di premi delle casse malati per i figli.
Le critiche dei referendisti contrari alla legge si riassumono in due punti: primo, uniformando la legge si va contro i principi del federalismo e, secondo, i costi economici che ne risulterebbero sarebbero eccessivi. A queste critiche il comitato ticinese ha le sue risposte ben chiare: il sostegno alle famiglie disagiate è più importante del federalismo che, d'altro canto, non sarà intaccato visto che ai cantoni rimane un margine di manovra che consente loro di regolare al rialzo gli assegni. Per quanto riguarda i costi per l'economia: aumentando il potere di acquisto delle famiglie, l'economia non sarà certo penalizzata, anzi. Ma quali sarebbero gli effetti della nuova legge per il Ticino?
«Il dossier degli assegni famigliari in Ticino ha comunque dovuto passare attraverso non poche maglie assai strette e solo nel '94, dopo 10 lunghi anni di richieste, un messaggio è riuscito a raggiungere la sala del parlamento dove, tuttavia, fu congelato nel febbraio '95 per poi venir sciolto – a elezioni cantonali avvenute – grazie al lancio di un'iniziativa del Ps», afferma la deputata Ps Marina Carobbio, «E il risultato è una politica politica famigliare che è spesso stata presa come esempio da altri cantoni svizzeri». Quattro solidi pilastri la compongono: assegni di base; per la formazione/invalidità; integrativi e per la prima infanzia. Un quadro, questo, che con la nuova legge non cambierà nella forma limitandosi ad aggiustare al rialzo le cifre assegnate – 200 franchi fino a 15 anni (rispetto agli attuali 183.- fino a 20 anni), 250 franchi per la formazione fino a 25 anni (oggi dopo i 20 anni non si percepisce più alcun aiuto alla formazione).
«La riforma, minima (se pensiamo alla proposta fatta da Travail.Suisse) ma necessaria, tiene conto del futuro dei bambini in quanto investire nella formazione è garantire loro l'accesso al mondo del lavoro ma è anche un sostegno alla previdenza sociale», afferma Marina Carobbio. «In futuro si potrebbe andare oltre a questi parametri minimi (del resto in alcuni cantoni, si pensi a Zugo, Neuchâtel o Vallese, già si offrono assegni più importanti, ndr), o includere prestazioni per i lavoratori indipendenti», conclude Marina Carobbio.
Il comitato invita così a respingere il referendum contrario alla legge sugli assegni famigliari sottolineando il fatto che «un figlio non deve diventare un problema né tantomeno un fattore di povertà per le famiglie».

Pubblicato

Venerdì 13 Ottobre 2006

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