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Aspettando la fine dell’Impero

di

Gianfranco Helbling
Appuntamento di rilievo oggi, venerdì 28 settembre, a Bellizona per chi si interessa dei temi legati alla pace e alla nonviolenza. Alle 20.30 infatti nell'Aula magna della Scuola cantonale di commercio (vle. Franscini 32) Johan Galtung terrà una conferenza sul tema "Il crollo dell'impero Usa". L'appuntamento è organizzato dal Gruppo ticinese per il servizio civile ed è il primo di tre incontri che ne sottolineano i trent'anni di attività. Il norvegese Galtung, 76 anni, di formazione sociologo e matematico, è considerato il fondatore delle Ricerche sulla pace, una disciplina accademica sempre più diffusa nelle università e riconosciuta per la sua utilità nella risoluzione dei conflitti anche dalle Nazioni Unite. Autore di un centinaio di libri ed oltre mille articoli, Galtung ha teorizzato i concetti di pace positiva e pace negativa, rispettivamente di violenza diretta e violenza strutturale, ed ha recentemente costituito Transcend, un network globale sullo sviluppo e sulla pace per la trasformazione non violenta dei conflitti. In questa intervista presenta i temi che affronterà questa sera a Bellinzona.

Johan Galtung, la conferenza che lei terrà questa sera a Bellinzona s'intitola "Il crollo dell'impero Usa". Cosa intende con questa formula?

Una cosa molto concreta. L'impero americano crollerà se cambierà la politica degli Usa in relazione a quattro aspetti centrali. Primo, gli Usa non devono più uccidere in tutto il mondo come hanno fatto finora. Gli Usa dopo la Seconda Guerra Mondiale sono intervenuti in 73 occasioni uccidendo fra i 14 e i 17 milioni di persone. Secondo, gli Usa devono fondare le loro relazioni commerciali su uno scambio economico paritario, senza sfruttamento: è una cosa molto difficile per gli americani ma che in Europa facciamo relativamente bene. Terzo aspetto che deve cambiare: una politica internazionale condotta senza manipolazioni, cioè con trattative aperte, senza minacce. Quarto, deve manifestarsi la volontà di instaurare un vero dialogo interculturale: non ci si può più immaginare che noi abbiamo la risposta a tutti i problemi. Ora io non dico che gli altri Paesi del mondo sono perfetti, ma dico che la grande maggioranza di essi riesce più o meno bene a rispettare questi quattro punti. È ora quindi che anche gli Usa comincino a comportarsi come uno Stato normale, come un membro normale della comunità internazionale.
Di solito il crollo di un impero porta ad una fase di instabilità, se non di caos. Con il crollo dell'impero americano come lo prefigura lei invece non sarebbe così…
Assolutamente. Il periodo di caos infatti l'abbiamo adesso. L'Iraq e l'Afghanistan ne sono degli esempi, ma anche l'incertezza in Iran o la situazione molto dinamica in Asia orientale.
Rispetto ad altri imperi però l'impero Usa funziona secondo procedure democratiche.
No. Negli Usa non c'è democrazia. Se c'è democrazia in un Paese dipende dalla sua cultura. Gli Usa non sono democratici perché ci sono troppe manovre, troppe pressioni, troppe falsificazioni nelle elezioni. Inoltre il popolo degli Usa ha un forte senso di dominazione e la convinzione di essere stato scelto da Dio, e questo non aiuta a trovare una via d'uscita. Il criterio con cui guardare ad un Paese quindi non è la democrazia, ma la presenza o meno di uno spirito di uguaglianza e di solidarietà. Questo gli americani non l'hanno. Allo stesso modo sono relativamente democratici ad esempio anche 11 Paesi dell'Europa occidentale, fra cui l'Inghilterra, la Francia, l'Olanda, l'Italia e il Belgio, che hanno fatto degli imperi grotteschi.
Molto dipende dunque dalla storia di ogni Paese e da che idea di sé stesso ogni popolo s'è costruito?
Esatto. Qui le risposte non sono molto semplici. Per capire dove ogni singolo Paese occidentale si colloca può essere utile ricorrere alle radici cristiane più profonde di ognuno di essi. In particolare il cristianesimo si caratterizza per la sua idea di evangelizzazione (Matteo 28:18-20) e per la convinzione di aver trovato la chiave per tutto il mondo: detto in altri termini, l'imposizione della propria verità senza dialogo e senza dibattito. È un'idea che sta alla base dell'atteggiamento delle 11 potenze coloniali europee, compresa la Russia, che sono tutte cristiane.
Si tratta quindi di riportare questi popoli con una radice cristiana comune ai valori che essi dovrebbero rappresentare?
Sì. C'è anche un cristianesimo molto più simpatico e gentile, che è all'opposto di questo. Penso a Francesco d'Assisi: soluzione dei conflitti, mediazione, solidarietà, "fratello lupo, sorella morte" eccetera. Ma questo è un cristianesimo che non è possibile riconoscere in Benedetto XVI, per esempio.
Spesso si ritorna alle radici spirituali del pacifismo. Un pacifismo laico è possibile?
Sì, è possibile, ma l'esperienza storica è che per porre fine all'imperialismo occidentale (quello dell'Europa, degli Usa e dell'Unione sovietica) si deve lottare. Gli indiani con Gandhi l'hanno fatto senza violenza, tutti gli altri lo fanno con violenza. E sembra che la parola, il dibattito, la persuasione non aiutino molto. Ed è una tragedia. Noi ci vediamo come una civilizzazione, ma in realtà siamo molto poco civilizzati.
Lei sostiene che si devono anche capire le ferite aperte di ogni popolo. L'11 settembre per gli Usa non è una ferita aperta che va capita?
Una vera ferita aperta che dev'essere ancora curata è quella del popolo iracheno del 1258, quando Hulagu, il nipote di Gengis Khan, in collaborazione con la Chiesa cattolica, massacrò un milione di abitanti di Baghdad. Le ferite del popolo americano in realtà sono propaganda. Tenere prigionieri 52 diplomatici nell'ambasciata americana in Iran per 444 giorni è un torto minimo, la conseguenza del tentativo degli Usa di appoggiare un colpo di Stato contro il governo di Khomeini: non è una ferita, ma viene strumentalizzata come esperienza traumatica da politici senza scrupoli. Per gli Usa sarebbe molto più importante scusarsi ad esempio per il colpo di Stato del 1953 contro Mossadeq, il primo ministro iraniano legalmente eletto, al cui posto fu messo lo Scià Reza Pahlavi. Perché anche questa per il popolo iraniano è una ferita importantissima.
Norberto Bobbio in piena guerra fredda definì le Nazioni Unite "Il terzo assente", intitolando così un suo libro. Lei terminerà la conferenza di Bellinzona parlando delle Nazioni Unite: sono ancora un assente oggi?
Le Nazioni Unite sono una potenzialità, senza dubbio, ma sono state tradite dagli Stati Uniti che le dominano completamente. Un dominio che negli ultimi dieci anni s'è fatto soffocante. Il Paese che ha fatto ricorso più spesso al diritto di veto sono gli Usa, il Paese che più spesso s'è ritrovato in una minoranza composta da uno a tre Stati sono gli Usa, il Paese che più spesso ricorre alla pressione economica e politica sono gli Usa. La conseguenza di questa dominazione è che le Nazioni Unite quasi non esistono. Quelli a cui ricorrono gli Stati Uniti sono i tipici metodi di una potenza economica e politica in decadenza. Questi strumenti del dominio americano sono in realtà i sintomi del crollo dell'impero.
E quale forza ne prenderà il posto?
Non necessariamente un altro Stato. Il candidato più ovvio è l'Unione Europea. Non la Cina, come invece dice la propaganda americana: perché la Cina è troppo egoista, non è universalista e non s'interessa quindi ai destini del mondo. L'Unione Europea si fonda invece su una cultura universalista, anche se ne fanno parte come detto 11 Paesi colonialisti. Come successore possibile vedrei allora piuttosto un regionalismo nel mondo. Un concetto che spiegherò meglio alla conferenza di Bellinzona.

Pubblicato

Venerdì 28 Settembre 2007

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