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Asfalto, un affare molto liberale

di

Francesco Bonsaver
Sono 19 le ditte ticinesi coinvolte nel cartello dell'asfalto d'oro. I loro dirigenti con sicurezza e sfrontatezza per anni si riunivano settimanalmente per decidere a chi dovessero essere destinati gli appalti pubblici nelle pavimentazioni. Tutto era ben organizzato e nulla veniva lasciato al caso. Anzi, tutto era scritto nero su bianco in una convenzione che riassumeva le regole del gioco. E se qualche imprenditore non voleva partecipare al gioco, semplicemente veniva escluso dalla fornitura del bitume. Un sistema ben congeniato che è andato avanti fintanto che il terreno non ha cominciato a scottare. Ad insinuare pubblicamente il dubbio che potesse esistere un cartello delle ditte attive nella pavimentazione è stata un'interpellanza del deputato socialista al Gran consiglio Raoul Ghisletta nel giugno 2004.
Nello stesso periodo pare fosse già in corso un'inchiesta all'interno dell'amministrazione, presso il Dipartimento del Territorio. Un funzionario da poco nominato alla testa della Divisione delle costruzioni, Giovanni Pettinari, aveva già avuto dei sospetti sulle strane "offerte" presentate in occasione dei concorsi pubblici.
Aveva quindi avviato una serie di verifiche per controllare se vi fossero o meno delle irregolarità. Le prove raccolte sono state poi inviate nel dicembre 2004 alla Commissione della concorrenza (Comco) a Berna affinché potesse esprimersi sulla violazione o meno delle norme che disciplinano la concorrenza. Il 9 gennaio 2007, la Comco ha confermato la violazione delle norme definendo l'accordo tra le ditte di pavimentazioni ticinesi illecito.
Ora tutti affermano che chiunque fosse stato vicino all'ambiente della pavimentazione sapeva dell'esistenza del cartello. Tutti sapevano ma tutti tacevano. È pur vero che le voci non sono sufficienti a comprovare l'esistenza di un illecito. Raoul Ghisletta  ha dichiarato ad area: «personalmente ho raccolto delle voci che circolavano e ho fatto alcune verifiche in termine di paragone tra le spese di pavimentazione nel canton Ticino e altri cantoni. Ma ero ben lontano del poter provare l'esistenza del cartello. Se non ci fosse stata l'azione politica del responsabile del Dipartimento di incaricare i suoi funzionari di verificare, e se del caso, raccogliere le prove necessarie da inviare alla Comco come avvenuto, non sarebbe successo nulla. Va quindi dato atto al Capo del Dipartimento del Territorio di aver raccolto la segnalazione di un parlamentare e di averla verificata».
Ghisletta riconosce dunque i meriti di Borradori e dei suoi funzionari nell'aver proseguito l'indagine. Ma l'accordo esisteva da molti anni, dal 1998 almeno stando a quanto appurato dalla Comco, e Borradori è a capo di quel Dipartimento da 12 anni. La Lega dei ticinesi ha ricordato di aver denunciato al ministero pubblico l'esistenza di un cartello nella pavimentazione: era il 1993, quando il movimento di Bignasca non era ancora in Governo. Perché il consigliere di Stato leghista Marco Borradori, eletto nel 1994, non ha dato seguito per 10 anni alla denuncia del suo partito? Domanda che per ora resta senza risposta.
Altra domanda importante da porsi è se vi sia una correlazione con il mondo politico e le imprese di pavimentazione. Era sufficiente che le ditte di pavimentazione, relativamente poche, si accordassero tra di loro sul tipo di offerta per garantire la riuscita dell'accordo cartellare senza dover ricorrere ai politici? Sembrerebbe di no, almeno all'apparenza. Perché una correlazione esiste. Alcuni dei rappresentanti "politici" del settore della pavimentazione siedono nel parlamento ticinese. Abbiamo i gran consiglieri Claudio Suter che siede nel consiglio di amministrazione (Cda) della Rossi Franco Sa di Locarno, Tullio Righinetti che se ne sta nei Cda di alcune succursali ticinesi della Batigroup e Thomas Arn, che siede nel Cda della Costra Sa di Lugano in qualità di delegato. Lo stesso presidente del Gran consiglio ticinese Bruno Lepori è segretario della Associazione ticinese fra le imprese di pavimentazione stradale (Atips). Altri nomi più o meno noti della politica ticinese siedono nei Cda delle ditte coinvolte. Abbiamo l'avvocato Stefano Ghiringhelli, presidente della Edilstrada, nella cui ditta ha un importante ruolo l'ingegnere Marco Sciarini. Nella ditta Novastrada troviamo come vice presidente Piero Früh e infine nella ditta produttrice di asfalto Betasfa, il segretario è Raoul Ritter. Cosa hanno in comune questi nomi? A livello diverso, sono tutti membri o sostenitori del Partito liberale radicale ticinese, perlopiù di sponda radicale. Premesso che il Partito liberale radicale è il partito che difende gli interessi degli imprenditori oltre che il partito di gran lunga maggioritario in Ticino, è comunque particolare questa forte e quasi assoluta preminenza del Plrt nel settore delle pavimentazioni stradali rispetto ad esempio alla quasi totale assenza di popolari democratici, leghisti o socialisti. Proprio quel partito liberale che negli ultimi decenni ha invocato senza tregua la libera concorrenza del mercato come il bene supremo da raggiungere. Oggi invece ritroviamo molti dei suoi membri, alcuni dei quali illustri, in una condizione in cui difficilmente possono chiamarsi fuori dalla pratica cartellistica nell'asfalto ticinese, fosse anche solo a livello di conoscenza. Sapevano ma tacevano.


... e Fulvio Pelli se ne va

Fulvio Pelli, presidente del Partito liberale radicale svizzero, era presidente di una delle più grosse ditte di pavimentazione, la Costra Sa. Era, perché le sue dimissioni sono state pubblicate il 5 aprile 2005, appena 4 mesi dopo l'invio della segnalazione alla Comco da parte del Cantone. Forse non era opportuno per il Plr nazionale che il suo nome venisse associato allo scandalo dell'asfalto ticinese. Pelli divenne presidente della Costra nel 2001, al posto di un altro liberale eccellente, Ugo Sadis.


Gli operai non paghino il conto

Lo scandalo dell'asfalto avrà una ripercussione sulle maestranze? La domanda è cruciale, perché come spesso accade è l'anello più debole della catena a farne le spese al posto di altri. E questa è in sintesi l'osservazione espressa da un comunicato congiunto dei sindacati Unia e Ocst su quanto emerso dall'inchiesta della Commissione della concorrenza (Comco) (cfr. articolo sopra). I sindacati si dicono sorpresi dall'ampiezza del fenomeno emerso, malgrado alcune voci o fughe di notizie avessero lasciato presagire qualcosa in tal senso. Unia e Ocst proseguono la nota rilevando che «la questione merita attenzione e soprattutto dovrà essere affrontata in modo da garantire al cittadino contribuente tranquillità circa l'uso dei mezzi finanziari impiegati ma anche la certezza che quanto appaltato continui ad essere eseguito secondo le regole dell'arte. Certezza che potrà essere certamente garantita dalla qualità e dalla professionalità della manodopera impiegata.» In altre parole si chiede al Dipartimento del territorio di dare le garanzie affinché il lavoro del settore possa continuare nelle condizioni migliori per i lavoratori. Ricordiamo che il settore della pavimentazione in Ticino, particolarità svizzera, aveva un contratto collettivo di lavoro differenziato da quello dell'edilizia. Fino al 2005 si trattava di un buon contratto, degno di questo nome, se paragonato al duro lavoro in difficili condizioni svolto dagli operai della pavimentazione. A seguito della denuncia inviata alla Comco dal Dipartimento del territorio nel dicembre 2004,  l'Associazione ticinese fra le imprese di pavimentazione stradale (Atips) aveva disdetto il Ccl per la fine del 2005. Dopo laboriose trattative tra sindacati e Atips si era trovato un accordo per un nuovo Ccl che, tenuto conto della particolare incertezza in cui viveva il settore, sembrava essere soddisfacente per entrambe le parti. Forte dell'inoltro della denuncia, il committente, cioè il Dipartimento del territorio, ha imposto negli ultimi due anni il sistema dei mandati diretti condizionati a forti sconti.
In questa situazione, le ditte che per anni avevano il coltello dalla parte del manico, hanno dovuto accettare il prezzo imposto dal committente. Nel settore della pavimentazione infatti, l'unico committente di una certa importanza, salvo qualche grande comune, è solo il Dipartimento del territorio. Quindi l'impresa di pavimentazione o accetta il prezzo o difficilmente può lavorare. Ma una volta accettato il prezzo basso imposto dal committente, la ditta di pavimentazione per garantirsi degli utili, cerca di risparmiare sulla manodopera. Finisce così che le ditte più "furbe" non rispettano le norme contrattuali, evitando ad esempio di pagare i supplementi. Non è un caso che le vertenze sindacali contro alcune ditte siano ancora aperte proprio sull'inosservanza delle norme contrattuali. Non è neanche un caso che l'Atips abbia disdetto il contratto in vigore, sostenendo che a questi prezzi le ditte non riescono a rispettare le norme contrattuali. Il rischio concreto intravisto dai sindacati è che il guadagno ottenuto prima illecitamente con l'accordo cartellare, cioè dove i prezzi erano gonfiati, sia ora ottenuto diminuendo le indennità degli operai.
L'appello dei sindacati è dunque duplice. Il primo rivolto al Dipartimento del territorio, il quale operando in un sistema di monopolio di commitenza, non imponga dei prezzi troppo bassi che spingano le ditte a non rispettare le norme contrattuali. Anzi, si chiede che il Dipartimento assuma un ruolo attivo nella verifica del rispetto delle norme contrattuali e non guardi solo ai prezzi offerti dalle ditte di pavimentazione. Il secondo richiamo dei sindacati è destinato ai datori di lavoro che sono chiamati a «dimostrare maggiore serietà nei confronti delle loro maestranze» e ad intavolare nuovamente «una discussione seria e costruttiva con la controparte alfine di rinegoziare un CCL che non penalizzi i lavoratori, chiamandoli a saldare una fattura emessa per un comportamento scorretto delle imprese».

Pubblicato

Venerdì 19 Gennaio 2007

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