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Francesco Bonsaver
ll 13 gennaio trema la terra a Haiti. L'ex colonia francese, spesso vittima suo malgrado di interessi contrastanti tra i paesi europei e i vicini Stati Uniti, riceve il colpo "finale" alla sua martiorata esistenza. Ai primi soccorritori giunti sul posto, le dimensioni della catastrofe appaiono di un'ampiezza finora mai vista. Parte la gara della solidarietà internazionale, ma la coordinazione degli aiuti è lacunosa. Proviamo a stilare un primo bilancio con Christian Captier, direttore generale di Medici senza frontiere-Svizzera.

Christian Captier, nei giorni immediatamente successivi al sisma, il cittadino-telespettatore ha assistito impotente agli aiuti che arrivavano ma tardavano ad essere distribuiti. Com'è stato possibile?
La catastrofe di Haiti è stata di dimensioni eccezionali, mai viste. Non può essere paragonata allo Tsunami, dove furono coinvolte soprattutto le popolazioni costiere e dove gli apparati statali restarono sostanzialmente funzionanti. Ad Haiti il terremoto ha colpito duramente la capitale del paese, mettendo in ginocchio lo Stato e ha reso inaccessibile l'unico aeroporto nazionale. Questo spiega, almeno in parte, il caos generalizzato e i ritardi nella distribuzione degli aiuti. Dal punto di vista medico, è la prima volta che abbiamo dovuto fronteggiare un così alto numero di feriti, chirurgicamente gravi. Solo oggi, a tre settimane dal sisma, stiamo uscendo da una crisi medica acuta per poterci occupare dei pazienti "meno gravi".
Ci sono delle lezioni da trarre dalla catastrofe haitiana?
Il meglio sarebbe stato prevenire invece di intervenire d'urgenza a catastrofe avvenuta. Comunque da un punto di vista operativo, ci sono tre lezioni da trarre. La prima è migliorare l'accesso e lo scambio di informazioni. Per intervenire tempestivamente dove c'è più bisogno, bisogna avere un quadro generale. L'interruzione delle comunicazioni telefoniche e l'assenza dello stato haitiano, ha complicato notevolmente questo aspetto. Seconda lezione: la necessità di garantire urgentemente più punti di entrata alle zone colpite. Intasare l'unico aeroporto ha causato notevoli ritardi. Infine, stabilire le priorità. Cercare le persone tra le macerie, prediligere la cura medica ai feriti, garantire l'alimentazione ai sopravvissuti o la sicurezza? Senza una scala delle priorità condivisa, possono sorgere dei problemi.
L'assenza di un coordinamento delle operazioni d'aiuto è stata indicata quale causa dei ritardi...
Di norma sono le autorità locali che coordinano le operazioni. Ad Haiti non è stato possibile, perché lo Stato era fortemente danneggiato. L'Onu è stata incapace di assumere la leadership. Si è dovuto ripiegare sugli Stati Uniti perché erano gli unici in grado di dispiegare rapidamente dei mezzi. Ed è un bene che l'abbiano fatto. Al tempo stesso però questa soluzione presenta dei rischi. Un governo può stabilire le priorità d'intervento in funzione dei propri interessi politici invece di quelli umanitari.
A cinque dei vostri aerei, contenenti materiale medico e strutture ospedaliere gonfiabili, è stato vietato di atterrare a Port au Prince, malgrado disponessero delle autorizzazioni necessarie dalle autorità  americane. Dirottati sulla Repubblica Domenicana, si è perso tempo prezioso. Siete riusciti a capirne il motivo?
Noi abbiamo un'interpretazione, ma bisognerebbe chiedere agli americani il motivo. Ci hanno assicurato che non erano errori volontari, che stavano facendo il massimo. Per noi era importante che qualcuno assicurasse l'operatività dell'aeroporto e per questo siamo grati agli americani. Ciò però ha comportato che gli Stati uniti avessero le loro priorità, che sono andate a scontrarsi con le nostre. Per loro era prioritario lo spiegamento dei militari, delle forze di supporto, dei media, e solo dopo il sostegno medico. Questo ci ha portato a criticare gli Stati Uniti.  
Quali sono state le conseguenze dei ritardi per Msf?
Le nostre squadre  sul posto avevano un disperato bisogno del materiale medico in arrivo. Il ritardo ha sicuramente comportato dei decessi di feriti che potevano essere salvati. È difficile fare delle cifre, ma è sicuro che ci sono state delle conseguenze.
Nei vostri comunicati stampa si parla di un particolarmente alto numero di amputazioni. Per quale motivo?
L'amputazione è un intervento medico a cui si ricorre raramente. È una misura estrema atta a salvare una vita. Ad Haiti, il gran numero di feriti e i ritardi negli aiuti medici spiegano l'alto numero di amputazioni. Su mille interventi chirurgici abbiamo avuto 130 amputazioni. Una cifra inusuale.
Alcuni media raccontavano di un'isola in preda agli sciacalli, altri invece ridimensionavano il fenomeno come episodi isolati. Qual è la vostra versione?
I rapporti che ci arrivano dai nostri collaboratori segnalano alcuni problemi di sicurezza. Ma in generale prevale la solidarietà e la collaborazione. Prima che arrivassero gli aiuti internazionali con le telecamere al seguito, sono stati gli stessi haitiani ad autorganizzare i soccorsi, ad estrarre un gran numero di persone dalle macerie. Msf lavora senza scorta militare perché riteniamo che non ci sia un pericolo di sicurezza. Siamo presenti sull'isola da 19 anni e sembra che il nostro lavoro sia apprezzato dalla popolazione. Questo ci permette di muoverci in tranquillità.
Come valutate il grande dispiegamento di soldati Usa sull'isola?
Gli impieghi di contingenti militari esteri sono sempre rischiosi, perché bisogna vedere come la popolazione locale li percepisce. Haiti e gli Stati Uniti hanno una lunga storia di rapporti a volte conflittuali. È importante evitare l'associazione tra l'intervento umanitario e quello militare. È innegabile però che per avere una distribuzione massiccia di aiuti alimentari, questa debba avvenire nell'ordine. Si tratta però di far convivere i due interventi nel miglior modo possibile.
L'invio di aiuti massicci ad Haiti rischia di sfavorire altre situazioni d'urgenza umanitaria nel pianeta? Ha ancora senso raccogliere fondi per Haiti?
Bisogna vigilare affinché una mobilitazione su un contesto particolare non si faccia a detrimento di altre situazioni. Come Msf ci siamo domandati se avessimo raccolto fondi a sufficienza per Haiti. La risposta è stata negativa, poiché l'impegno medico sarà di lunga durata vista l'ampiezza del disastro. Msf internazionale ha raccolto 120 milioni di franchi. Una cifra colossale. Ma solo per il primo anno abbiamo previsto costi per 78 milioni di franchi. Per dare un'idea, è il doppio di quanto abbiamo speso nel primo anno dopo lo Tsunami.
Come valuta la decisione di non inviare i soccorritori dell'Aiuto svizzero in caso di catastrofe, motivata dalla difficoltà di raggiungere la zona in tempo utile?
È un vero dilemma perché qualunque sia la scelta, le conseguenze sono pesanti. I 1'400 soccorritori internazionali inviati hanno salvato circa 140 persone dalle macerie. Salvo rari casi, è solo nei primi giorni che questo intervento è efficace. E viste le difficoltà per raggiungere la zona, bisogna porsi la domanda se questa sia la priorità o se l'intervento più efficace sia un altro.

Per saperne di più
www.msf.ch

Pubblicato

Venerdì 12 Febbraio 2010

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