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di

Gianfranco Helbling
Parlava chi non aveva nulla da dire. L'altra domenica, nei vari studi televisivi in cui si commentava la sonora vittoria del no alla revisione della Legge sulla previdenza professionale, la situazione era paradossale: i politici si alternavano ai microfoni per commentare una sconfitta rispettivamente una vittoria che non era la loro. Perché ad aver deciso il lancio del referendum e ad averne promosso la campagna erano stati i sindacati, con in testa Unia, e ad aver sostenuto in vista della votazione popolare la proposta uscita dalle camere federali era stata l'organizzazione padronale Economiesuisse. Ma di questa realtà nel mondo virtuale degli studi televisivi non c'era traccia.
Il teatrino mediatico inscenato il 7 marzo non è né una novità, né un caso isolato. Spesso in occasione di votazioni popolari passate i partiti politici si sono assunti vittorie o si sono visti attribuire sconfitte che andavano ben oltre i rispettivi meriti. In ambito ambientale basti pensare alla bocciatura dell'iniziativa per la limitazione del diritto di ricorso delle organizzazioni ambientaliste, voluta dagli ambienti economici ma lanciata dal Plr che ci ha messo (e perso) la faccia e vinta proporio dalle organizzazioni ambientaliste, più che dai partiti verdi e di sinistra. O come non ricordare le varie iniziative del Gruppo per una Svizzera senza esercito, che hanno spesso messo in imbarazzo i partiti di sinistra. Per non parlare, sul fronte opposto, di organizzazioni quali l'Azione per una Svizzera neutrale e indipendente di Christoph Blocher, sorta di braccio armato dell'Udc.
L'importanza relativa dei partiti di fronte alle organizzazioni di categoria o d'interessi non sorprende e non è, di per sé, scandalosa. Anzi. In un Paese come la Svizzera dove si fa un ampio uso degli strumenti della democrazia diretta essa è connaturata e necessaria al sistema: l'iniziativa popolare e il referendum per natura tendono a limitare il peso della classe politica e quindi dei partiti nelle decisioni finali. Altra è la situazione in Paesi dove il referendum è poco utilizzato e dove quindi tutte le decisioni politiche passano attraverso il filtro dei partiti. D'altro canto, sempre meno persone sono attive nei partiti, preferendo dedicare il loro impegno a cause specifiche.
Ma se la realtà è questa, è chiaro allora che volerla raccontare solo attraverso l'occhio dei partiti è fuorviante. Perché si finisce per non capirla. La vittoria di Unia nel referendum è stata in primo luogo la vittoria dei suoi militanti, molti dei quali di origine straniera, spesso senza diritto di voto. Persone che, come centinaia di migliaia di lavoratrici e lavoratori, sono preoccupate per gli anni della pensione. E solo chi guarda al massiccio no del 7 marzo attraverso il buco della serratura delle segreterie dei partiti può interpretare quel voto come una reazione agli scandali finanziari e all'inerzia della politica. 

Pubblicato

Venerdì 19 Marzo 2010

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