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Arriva Dean, l'anti-Bush

di

Anna Luisa Ferro Mäder
Siamo in gennaio e le elezioni presidenziali si terranno negli Stati Uniti solo in novembre, ma in casa democratica la macchina elettorale gira a pieno ritmo. I candidati sono tanti e rispecchiano le diversità del partito. Per loro, lunedì si apre nell’Iowa la gara per ottenere l’investitura ufficiale del partito. Il “vincitore” si contenderà la Casa Bianca col presidente uscente George Bush, che parte già col vento in poppa. Ormai è chiaro che Hillary Rodham Clinton, la moglie dell’ex presidente Bill Clinton, non tenterà, almeno per questa volta, di ritornare alla Casa Bianca, dove ha vissuto per otto anni a fianco del marito. Negli Stati Uniti i tempi non sembrano ancora maturi per una donna presidente e tanto meno per una persona di colore. Certo, nella lista dei candidati democratici appare anche una donna di colore, ma le sue probabilità di spuntarla sono quasi nulle. Tutte le telecamere sono puntate sugli uomini. Sono personaggi noti e meno noti della politica nazionali. Da mesi animano dibattiti televisivi, per altro poco seguiti dall’americano medio. Hanno un solo denominatore comune: la voglia di scalzare George Bush dalla Casa Bianca. Mandarlo a casa non sarà facile. Sondaggio dopo sondaggio, appare chiaro che questo presidente è saldamente in sella. La maggioranza degli intervistati sostiene le sue scelte in campo militare, la decisione di guerra preventiva, i tagli fiscali e il lavoro fatto per rendere il paese più sicuro dopo gli attentati dell’11 di settembre. Tutto questo rende molto difficile il compito di certi candidati democratici anche perché alcuni di loro hanno sostenuto in parlamento molte scelte di Bush e in particolare quella di dichiarare guerra all’Iraq. Adesso il paese si ritrova coinvolto in una campagna militare destinata a durare molto più del previsto e che miete quotidianamente o quasi giovani vittime. Gli ingenti costi poi aggravano il deficit già profondo dei conti dello stato. I commentatori politici in questa fase iniziale cercano soprattutto di delineare il profilo del candidato ideale: non deve essere troppo di sinistra, non deve essere poco religioso, deve essere un esperto di politica estera e di politica economica. Insomma, cercano la perla rara. Mentre la cercano assistono sconcertati all’ascesa di Howard Dean, perché il suo profilo non conferma i loro schemi. «Sta vivendo il suo momento di gloria», assicuravano solo poche settimane fa i maligni, sicuri che gli altri contendenti lo avrebbero presto messo in ombra. L’ex governatore del Vermont era sino a pochi mesi fa uno sconosciuto nella scena politica nazionale, mentre molti suoi avversari hanno alle spalle una lunga esperienza parlamentare. Dean piace ai giovani. Prima di tutto perché dice spesso il contrario di quello che afferma Bush. Fin dall’inizio ha detto di no alla guerra in Iraq, garantendosi l’appoggio di molti pacifisti, che hanno scoperto o riscoperto la voglia di impegnarsi in politica. Dean contesta Bush anche sul piano economico. Punta il dito contro la disoccupazione e il deficit dello stato. Assicura di poter risanare le finanze, come ha fatto in passato quando era governatore del Vermont. Dean è un medico e conosce a fondo il sistema sanitario. Promette una protezione sanitaria a tutti, mentre adesso ci sono milioni di americani senza cassa malati. Il governatore del Vermont ha saputo attorniarsi da uno staff molto dinamico. Ha puntato molto su internet. Giovani, giovanissimi e casalinghe armati di computer e voglia di cambiare le cose investono buona parte del loro tempo libero comunicando con potenziali elettori, informandoli e invitandoli a sostenere finanziariamente la campagna. Il successo è stato superiore a qualsiasi previsione. La stampa ha cominciato ad occuparsi seriamente di Dean e il suo viso è apparso sulle copertine dei periodici più diffusi quando è stato chiaro a tutti che le sue casse si stavano riempivano più di quelle dei contendenti. I concorrenti hanno dovuto rivedere i loro piani e cercare di adattarsi, anche perché i sondaggi parlano sempre più chiaramente in favore di Dean. È lui, per esempio, che viene dato vincente nell’Iowa, lo stato dove lunedì ci sarà la prima consultazione mediante assemblee locali. È comunque tallonato da Richard Gephardt, l’uomo più vicino ai sindacati e a i temi dei lavoratori. Per anni ha criticato l’idea del Nafta, l’accordo di libero mercato nel nord-America. L’apertura dei mercati è diventato un tema importante della campagna, come pure quella della disoccupazione che non riesce a trovare la via della discesa. Gephardt difende l’idea di aumentare il salario minimo e di garantire giuste condizioni di lavoro ai lavoratori dei paesi emergenti, dove sempre più imprese americane trasferiscono la produzione di beni e servizi. Sono temi che interessano i lavoratori e le organizzazioni sindacali, che anche quest’anno sono molto attive in difesa di candidati democratici, perché Bush sta rendendo loro la vita molto difficile. Alcuni sindacati si sono già schierati. Hanno favorito soprattutto Gephardt e Dean. Quest’ultimo ha ottenuto anche i favori di Al Gore, lo sconfitto delle ultime elezioni presidenziali. È comunque chiaro che i temi dei dibattiti della campagna saranno la guerra in Iraq e la sicurezza nazionale. Molti elettori ascoltano con attenzioni l’opinione di Wesley Clark, il generale in pensione con una lunga esperienza di guerra, che adesso aspira a diventare presidente, ma anche di John Kerry, un senatore bostoniano che ha combattuto in Vietnam. Lunedì gli elettori dell’Iowa cominceranno a fare le prime scelte. Dopo sarà la volta del New Hampshire. Vincere questi stati non è determinante, ma dopo si capirà meglio chi sono i papabili e se la stella Dean è vera o solo una stella cadente.

Pubblicato

Venerdì 16 Gennaio 2004

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