«Ero convinta che mi avessero sparato alle gambe, perché ho sentito un gran botto e un dolore allucinante. Ma ho pensato ad una sola cosa: devo andare subito via di qua». Sabrina era a Losanna il primo giugno scorso: fa parte del network di informazione Indymedia Svizzera italiana (www.indymedia.ch) e aveva deciso di documentare con la sua macchina fotografica il blocco stradale del “pink block”, il gruppo di affinità tutto lustrini, samba e colori sgargianti. Ma qualcosa è andato storto, la polizia ha caricato il corteo e Sabrina è stata colpita in pieno da una granata detonante, una bomba a mano che provoca un forte rumore e dovrebbe solo spaventare: a lei ha procurato una lesione al tendine d’Achille, la rottura di due vene e ustioni di terzo grado. Sabrina ha ripreso a camminare da pochi giorni, ma ne avrà ancora per un po’ con la fisioterapia. E soprattutto con la denuncia contro la polizia, che si appresta a depositare con l’aiuto del gruppo anti-repressione. «Erano le nove e mezzo del mattino», racconta, «e mi trovavo nei pressi di Ouchy. Quando hanno cominciato a sparare lacrimogeni sono subito tornata indietro, verso la fine del corteo, ma non è servito a molto: dopo pochi minuti sono stata colpita». Un amico ticinese l’ha presa in braccio e a fatica sono arrivati a bussare alla porta di una clinica privata, ma: «Non mi hanno fatto neanche entrare: sembrava avessero paura, eppure ero evidentemente ferita in maniera abbastanza grave. Per fortuna c’erano i volontari del gruppo legale e di quello medico, che mi sono rimasti vicino fin dal primo momento. Fra loro c’era anche una ragazza, che poi abbiamo capito essere una poliziotta. Dopo poco che ero stata colpita, infatti, è arrivata un’ambulanza militare, scortata da una macchina di agenti in borghese: un ispettore, sventolandomi il tesserino sotto il naso, ha preso ad insultarmi, dicendomi che era tutta colpa nostra se succedevano cose del genere. Volevano portarmi via ma io mi sono rifiutata di andare con loro: non mi ispiravano una gran fiducia. E quando se ne sono andati, la ragazza è salita con loro in macchina». «Solo in seguito», continua, «è arrivata un’ambulanza normale e dopo un’ora e mezza che ero stata colpita, sono finalmente giunta all’ospedale di Losanna». Al Chuv l’aspettava la polizia giudiziaria, ma il direttore sanitario si è rifiutato di consegnare loro Sabrina, che anzitutto doveva essere curata: «La polizia ha insistito a lungo con il personale dell’ospedale e fuori c’erano agenti in borghese che aspettavano. Ma quando una persona del legal team ha chiesto loro se fossero venuti per avviare l’inchiesta, per stabilire quale poliziotto mi avesse ferito, se ne sono andati senza dare spiegazioni». Da allora per Sabrina sono state settimane di gesso, stampelle e riflessioni amare: «alla fine ho deciso di sporgere denuncia: è importante che non siano lasciate cadere nel silenzio violenze come questa». Sabrina si ricorda di Carlo Giuliani, ammazzato a colpi d’arma da fuoco a Genova nel 2001, ma si chiede: «Cosa succede se una granata detonante ti esplode in faccia?». Prima feriti e poi picchiati Durante le proteste contro il G8, almeno sei persone sono state ferite da quest’arma, che la polizia romanda ha usato con generosità a Losanna e Ginevra. Il gruppo anti-repressione ha registrato fra gli incidenti l’esplosione di una granata detonante sotto una carrozzina ma finora solo due persone, oltre Sabrina, hanno deciso di denunciare la polizia. Uno è Guy Stallman, un reporter indipendente inglese che ha avuto un polpaccio spappolato e dovrà affrontare una lunga riabilitazione. La sequenza del suo ferimento è stata fotografata e sono immagini surreali: un uomo solo e disarmato scappa, inseguito da decine di granate che lo avvolgono in una nuvola di fumo bianco. L’altro è un giovane attivista svizzero che dopo essere rimasto stordito da una granata detonante esplosa molto vicina, è stato picchiato dalla polizia e tenuto in cella dieci giorni. Quando è uscito dal carcere era sordo al 40 per cento; a un mese dai fatti lo è ancora al 10 per cento. Le granate detonanti fanno parte della categoria delle “armi meno che letali”, che sono pane quotidiano dei reparti anti-sommossa in tutto il mondo. Armi che non sono state progettate per uccidere, ma che possono essere molto pericolose se usate in maniera impropria, oppure contro persone deboli o che soffrano di malattie croniche, o non diagnosticate: un’elevata concentrazione di lacrimogeno Cs, per esempio, causa difficoltà respiratorie e un innalzamento dei battiti che possono essere letali per una persona che soffra di asma o di cuore. In Svizzera le “armi meno che letali” sono arrivate negli anni settanta ed in pochi decenni dagli agenti in cravatta alla Globuskravalle siamo arrivati ai Robocop: uomini e donne che sprofondano in un’armatura di plastica dura, realizzata per proteggere ogni parte del corpo. Una Commissione tecnica intercantonale (Sptk) ha il compito di sperimentare le armi che i corpi anti-sommossa utilizzano, ma ha funzione solo consultiva e le polizie cantonali godono di grande autonomia. Ancora una volta la palma per la pericolosità la vince la polizia di Zurigo, dove almeno una decina di persone sono state ferite gravemente agli occhi da pallottole di gomma. (in tedesco ed inglese: www.ssi-media.com/pigbrother). Ad Evian la polizia ha usato tutte le armi a sua disposizione e anche qualcuna di più, come i manganelli telescopici per il raid nel centro culturale Usine di Ginevra (area n. 23, 6 giugno 2003). Si tratta di aste di acciaio sottile, certo assai efficaci come si vede bene nel video dell’irruzione, che è stato realizzato da Indymedia e trasmesso da Falò, alla Tsi il 5 giugno scorso. Armi comode da nascondere e dunque l’ideale per un reparto speciale come quello, che andava in giro nei giorni di Evian mascherato con caschi da motociclista, le bombolette di spray urticante alla mano, e vestito di tutto punto con felpe, passamontagna e cappucci neri, che fanno tanto “black block” televisivo. All’Usine con i manganelli telescopici hanno spaccato due teste e almeno una delle vittime, il giornalista italiano Pulika Calzini, sporgerà denuncia per l’aggressione: ha avuto cinque punti di sutura alla testa e racconta che in ospedale: «prima di cucirmi mi hanno chiesto: paga in contanti o con carta di credito?». Armi “sperimentate” sul corpo di chi protesta Testimoni raccontano anche di avere avuto un serio dubbio a Losanna e Ginevra: sotto il tiro di gas lacrimogeni e granate detonanti, si sono ritrovati non solo gasati e spaventati, ma pure con gli abiti macchiati di vernice colorata. A molti è tornato in mente l’episodio di Ginevra Cornavin, quando la sindacalista di Comedia Denise Chervet è stata colpita in pieno volto da un colpo di fucile Fn 303, un’arma meno che letale che spara proiettili riempiti di vernice. (area n. 15-16, 11 aprile 2003). Secondo il comandante della polizia di Ginevra, l’episodio di Cornavin avrebbe esacerbato gli animi dei poliziotti, sottoponendoli ad una pressione insostenibile nei giorni di Evian. Di fatto, un’inchiesta della magistratura dovrà stabilire la dinamica dell’episodio e speriamo fare luce sulla storia di quest’arma. Che secondo la Commissione tecnica della polizia svizzera è ancora in fase di sperimentazione e dunque non poteva essere a Cornavin il 20 marzo. Il comitato anti-repressione per Evian sta raccogliendo testimonianze di persone ferite o testimoni dell’uso di armi da parte della polizia: mandate resoconti dettagliati via mail all’indirizzo gar@no-log.org.

Pubblicato il 

11.07.03

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