Il titolo è scherzoso, come lo era la conclusione di un articolo di area (11.10.02) che commentava uno studio, voluto da Couchepin, sulla possibile introduzione di un’“imposta negativa sul reddito”: al contribuente che lavora ma che non dispone del minimo vitale non verrebbe prelevata alcuna imposta e l’Amministrazione delle contribuzioni gli verserebbe un assegno che integra il suo reddito. Area chiedeva allora alla signora Masoni se non fosse tentata da un quinto pacchetto di sgravi fiscali che contemplasse l’imposta negativa. Diavolo d’una Marina! Ad un anno da allora leggiamo nelle nuove Linee direttive del Consiglio di Stato (pag. 70) che esso intende studiare una riforma della fiscalità dove, con l’imposta negativa, si possa coordinare meglio la fiscalità e la socialità! Teoricamente, l’imposta negativa non è un’idea peregrina. Praticamente serve a non decidere su proposte ben più semplici di questo marchingegno, avanzate quasi dieci anni fa in Ticino nei lavori preparatori della Legge sull’armonizzazione e il coordinamento delle prestazioni sociali (Laps), e rilanciate poi dalla Conferenza dei direttori delle opere sociali: azzerare le imposte sui redditi che non superano il minimo vitale e detassare i trasferimenti sociali che mirano a colmare la lacuna fra il reddito guadagnato e il minimo vitale (per esempio, gli assegni per i figli integrativi e l’assegno di prima infanzia). L’imposta negativa è concettualmente interessante, ma la sua attuazione è molto problematica: perché abbiamo tre livelli d’imposta (federale, cantonale e comunale); perché il fisco conosce il reddito del contribuente solo dopo un anno (e chi rimane senza un reddito sufficiente abbisogna subito di un reddito di compensazione); perché il reddito imponibile per il calcolo delle imposte è diverso dal “reddito disponibile residuale” per il calcolo delle prestazioni sociali coordinate dalla Laps. L’introduzione in Ticino dell’imposta negativa potrebbe dunque avere effetti paradossali: non un migliore coordinamento fra fiscalità e socialità, bensì uno scardinamento di quel meccanismo di coordinamento e armonizzazione dei trasferimenti sociali che il Gran Consiglio ha voluto votando la Laps all’unanimità. Scardinamento per altro già iniziato ad opera del Dipartimento dell’educazione: che ha indotto il Governo a non mettere in vigore la Laps per due dei tre assegni di formazione e che ha annunciato per il 2004 la sospensione della Laps anche per l’“assegno complementare di riqualifica professionale” per il quale è già in vigore! Eppure a noi risulta che, in uno Stato di diritto, una norma legale vigente possa essere revocata solo dal Parlamento. Ma forse anche lo smantellamento dello Stato di diritto fa parte del “nuovo che avanza”…

Pubblicato il 

23.01.04

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