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Arbeit macht nicht frei

di

Tommaso Pedicini
"Working poor": un nome inglese per un fenomeno sempre più tedesco.
Con questo termine si indica la categoria di lavoratori che, pur in possesso di un regolare contratto d'impiego e lavorando anche 40 ore settimanali e più, guadagnano così poco da rimanere al di sotto della soglia di povertà. Si tratta di un fenomeno in costante crescita e che, secondo i sindacati, riguarda ormai oltre il 10 per cento della popolazione attiva.

L'introduzione del principio della flessibilità nel mondo del lavoro, con le riforme volute dai governi rosso-verdi di Gerhard Schröder, la presenza sempre più massiccia di agenzie di lavoro interinale e la contemporanea diminuzione dei posti di lavoro regolari, la diffusione di "Mini-Job" e, infine, l'obbligo per i disoccupati di lavorare per salari simbolici (i famigerati "1Euro Job") sono tutti elementi che hanno contribuito all'esplosione di un precariato diffuso che la Germania non conosceva fino a sei, sette anni fa.
Ormai i lavoratori pagati anche solo 4 o 5 euro all'ora, nonostante svolgano, magari, mansioni altamente usuranti, sono centinaia di migliaia e non fanno più notizia. Si tratta di un nuovo proletariato, concentrato soprattutto nelle aree urbane e che, proprio a causa, dell'alto costo della vita delle grandi città, fa i salti mortali per pagare l'affitto e mettere insieme il necessario per far mangiare e vestire le proprie famiglie.
I "working poor" sono, per lo più, lavoratori scarsamente qualificati e quindi facilmente ricattabili dai datori di lavoro con lo spettro della disoccupazione. Se rifiutano di lavorare per la miseria che viene loro offerta, ci sono sempre altri 5 milioni di tedeschi, quelli che le statistiche indicano come disoccupati, cui rivolgersi. Il paradosso, però, è che, pur lavorando, e tanto, i "working poor", in molti casi prendono solo qualche spicciolo in più di quello che il welfare assicura ai disoccupati. Ma esistono anche casi limiti in cui il salario dei "working poor" è talmente basso che lo Stato deve integrarlo col sussidio sociale.
Una situazione, insomma, che chiama direttamente in causa proprio quella parte di mondo politico che chiede a gran voce misure più severe per i disoccupati che "non si impegnano attivamente nella ricerca di un lavoro". Se, infatti, l'attuale situazione del mondo del lavoro è questa, c'è da avere comprensione per chi si tiene stretto il proprio sussidio di disoccupazione e non mostra particolare zelo nella ricerca di un'occupazione.
A sentire Josef Falbisoner, dirigente del sindacato Verdi in Baviera, «l'unica possibilità per fermare l'americanizzazione della società tedesca è l'introduzione del salario minimo generalizzato». Nel settore edile, spiega il sindacalista, il salario minimo esiste già e sembra aver frenato sia il processo di impoverimento dei lavoratori che il dumping salariale causato dalle imprese edili provenienti dall'Est europeo. Si tratterebbe di introdurlo anche negli altri settori, a partire da quelli che ne hanno più bisogno, come la ristorazione e il commercio. Il Dgb, il sindacato unitario tedesco, ha già avanzato una proposta concreta: 7,50 euro all'ora. La Linke di Lafontaine e Gysi nel suo programma propone l'introduzione di un salario minimo di 8 euro. Finora, però, queste sono le uniche proposte sul tappeto. Le associazioni imprenditoriali, chiaramente, rifiutano a priori un simile "arnese statalista" e i due partiti che compongono la "Grosse Koalition", fino ad ora non si sono distinti per attivismo su questo terreno. La Spd per voce del suo nuovo presidente, Kurt Beck, ha segnalato timide simpatie per l'introduzione del salario minimo, mentre la Cdu di Angela Merkel propone, se mai, il ricorso ai cosiddetti "Kombilohn", l'integrazione dei salari più bassi con dei contributi statali.
Intanto un paio di milioni di "working poor" attendono di essere liberati dalla loro modernissima forma di sfruttamento.

Donne e stranieri i più colpiti

Secondo quanto reso noto da uno studio commissionato dal sindacato del terziario Verdi, il fenomeno dei "working poor" riguarda attualmente il 10,5 per cento dei lavoratori tedeschi. Una cifra più che triplicata rispetto al 1998, quando i lavoratori toccati dal problema erano appena il 3 per cento.
Sempre dall'indagine emerge come alla categoria dei "working poor" appartengono soprattutto donne, stranieri e lavoratori scarsamente qualificati: insomma, gli anelli più deboli, e più facilmente ricattabili, della società tedesca. I settori maggiormente interessati dal fenomeno sono il commercio, la ristorazione e quello delle imprese di pulizia e di sorveglianza.
Interessante il riferimento al dato del 1998, anno in cui, con il primo governo Schröder, ha preso il via il processo di flessibilizzazione del mercato del lavoro e una lunghissima serie di tagli al welfare che continua fino ad oggi. Lo studio di Verdi dimostra, ancora una volta, come otto anni di riforme economiche e sociali, oltre a fallire nell'obiettivo di ridurre la disoccupazione, hanno creato povertà diffusa.

Tre storie di ordinario sfruttamento

Klaus B. ha quasi sessant'anni ma fa turni di lavoro che stroncherebbero un ventenne. Nonostante le notti passate a sorvegliare un impianto della Siemens, spesso per un totale di oltre 50 ore settimanali, la società di sorveglianza per cui lavora da oltre dieci anni lo paga appena sei euro all'ora. A fine mese, tolte tasse e contributi, sul conto gli rimangono meno di mille euro. «Troppo per morire di fame, troppo poco per vivere dignitosamente», come spiega lui. Come Klaus e centinaia di migliaia di lavoratori nelle sue condizioni riescano a tirare avanti è un mistero. «Con il tempo rinunciare al superfluo diventa un'arte», ci spiega. «Da anni mia moglie ed io non andiamo più in vacanza e lo stesso discorso vale anche per cinema e ristoranti. Per fortuna me la cavo coi motori e riesco a riparare di volta in volta la mia vecchia Golf del '91, evitando di comprare un'automobile nuova. Solo di benzina se ne vanno almeno cento euro al mese, ma non ho alternative: il lavoro dista una ventina di chilometri da casa e non ci sono mezzi pubblici». Fra un paio d'anni Klaus potrà andarsene in pensione. Da una parte è contento, così potrà tornare a vivere di giorno e dormire di notte, d'altra parte, però, non potrà fare più straordinari e il suo timore è che la pensione si riveli ancora più misera del suo attuale salario.

Nicole R. lavora come cassiera in un supermercato. «Il lavoro non mi piace – racconta – ma come ragazza madre non hai molta scelta: prendere o lasciare». A fine mese, nonostante le 40 ore settimanali passate alla cassa, in tasca le rimangono circa 1'100 euro netti, decisamente poco per sopravvivere in una città cara come Monaco. Tolti i costi dell'affitto, la retta per l'asilo della bambina e le altre spese fisse, le rimangono poco più di 300 euro «per vivere». Nicole ha anche provato a fare richiesta del sussidio sociale ma, ci spiega ridendo amaramente, le è stato rifiutato perché, a detta delle autorità, non ne avrebbe i requisiti. Da qualche mese Nicole ha iniziato a frequentare la "Münchner Tafel", un appuntamento settimanale organizzato dalla Caritas, dove i poveri ricevono gratuitamente i generi alimentari che altrimenti non riuscirebbero ad acquistare. «All'inizio mi vergognavo – racconta – poi però ho visto che non sono l'unica lavoratrice ad accettare questa forma d'aiuto, anzi». Nicole non ha neanche 30 anni e il futuro lo vede nerissimo: «Nel supermercato dove lavoro non esiste una commissione interna che si batta per un aumento di salario. I proprietari non la vogliono e, ogni volta che qualcuno ha provato a organizzarsi o a protestare, è stato messo alla porta. L'unica speranza potrebbe venire dall'introduzione del salario minimo per il nostro settore».

Antonio G. è originario di Reggio Calabria, ma vive in Germania da 4 anni. In questo periodo ha lavorato sempre in ristoranti, gelaterie e bar italiani, prima come lavapiatti e poi come cameriere e barista. In realtà Antonio, che in Italia aveva iniziato a studiare giurisprudenza, avrebbe altre aspirazioni lavorative, ma la sua scarsa conoscenza del tedesco non gli permette di lasciare il settore della ristorazione, dove, a suo avviso, «lo sfruttamento è ancora più scandaloso che altrove». Lui, ad esempio, lavora dalle 50 alle 60 ore settimanali, a volte senza giorno di riposo, ma la sua retribuzione non ha mai superato i 5,50 euro all'ora. Se paragona la sua situazione con quella di tanti altri suoi colleghi, Antonio si ritiene quasi fortunato. Almeno lui ha un contratto regolare, contributi sanitari e pensionistici pagati dal suo datore di lavoro e la possibilità di tornare una volta all'anno in Italia, nel mese di novembre, quando il ristorante chiude. Il problema, però, è quello di far quadrare i conti, specie ora che sua moglie è disoccupata ed è in arrivo un secondo figlio. Antonio sarebbe anche disposto a cercarsi un secondo lavoro, il problema è però: quando? Già ora, infatti, il tempo libero lo passa a dormire, in vista di una nuova giornata di lavoro. «L'unica soluzione – spiega Antonio – è il salario minimo. Se venissi pagato 7-8 euro l'ora, come propone il sindacato, starei bene e potrei guardare con più ottimismo al futuro».

Chissà se Angela Merkel e i suoi ministri ascolteranno l'appello di Antonio, Nicole, Klaus e di tantissimi altri "working poor".

Pubblicato

Venerdì 23 Giugno 2006

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