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Giovani

Apprendisti in difficoltà

I tassi d’insuccesso agli esami di fine tirocinio, soprattutto in alcuni settori, preoccupano da anni. Manca però la volontà di capirne le cause

di

Veronica Galster

Un altro anno scolastico è volto al termine e finiti gli esami sarà tempo per molti giovani di imboccare nuove strade o entrare a pieno titolo nel mondo del lavoro con alla mano il proprio attestato di fine formazione. Non per tutti però sarà così, ogni anno c’è anche chi boccia gli esami finali e deve affrontare, oltre allo smacco, la preoccupazione di cosa fare in seguito e decidere che strada intraprendere. Per gli apprendisti il tasso di bocciature è piuttosto alto, soprattutto in alcuni settori professionali, e varia da regione a regione. Con un esperto abbiamo cercato di capirne le possibili cause.

In Svizzera, mediamente, nel 2021 ha bocciato gli esami finali di apprendistato l’8,2 per cento dei giovani (per un totale di 5.889 apprendisti/e), una percentuale che varia parecchio da professione a professione, ma anche da un cantone all’altro. Un tasso che, se paragonato a quello delle bocciature agli esami di maturità (media del 4 per cento) appare piuttosto alto. Come mai? Colpa degli allievi che non si applicano abbastanza? O dei datori di lavoro che non li seguono in modo adeguato? O forse è il sistema degli esami che non funziona? Si dovrebbero modificare gli obiettivi finali o magari abbassare l’asticella? Difficile dare una spiegazione univoca e certa, le variabili in gioco sono molte, ma si può provare a formulare delle ipotesi analizzando la situazione.


Sicuramente una delle spiegazioni per questa differenza tra esami di maturità ed esami di tirocinio è che nelle scuole medie superiori le conoscenze degli studenti vengono testate regolarmente, fermando di anno in anno chi non raggiunge gli obiettivi previsti, cosa che invece non avviene nella formazione professionale, che prevede di testare il raggiungimento delle competenze solo a fine formazione.
Come spiegare però i tassi molto alti in alcune professioni, soprattutto quelle legate al mondo dell’edilizia e artigianato, e le differenze, in alcuni casi marcate, tra le varie regioni del Paese? Nella Svizzera romanda e in Ticino infatti la media di apprendisti bocciati è più alta rispetto al resto della Svizzera (eccezion fatta per il Giura), passando dal 13,6 per cento del Canton Ginevra al 2,2 di Nidvaldo (vedi grafico).


Secondo Giacomo Viviani, presidente della Commissione cantonale per la formazione professionale (Ccfp Ticino) le ragioni possono essere molte e di varia natura: «Anche se non si può generalizzare, certamente il fatto che in Ticino e nei cantoni romandi ci sia una percentuale più alta, rispetto al resto della Svizzera, di giovani che scelgono di andare al liceo dopo la scuola dell’obbligo può giocare un ruolo nelle differenze regionali e spiegare una parte delle bocciature nelle materie scolastiche, ma non quelle degli esami pratici, dove solitamente riesce bene anche chi a scuola fa un po’ più fatica», spiega Viviani. Non ci sono però dati riguardanti la differenza di bocciature tra gli esami pratici e quelli teorici.


A livello svizzero, le professioni più colpite, cioè quelle che hanno visto oltre un quarto dei giovani bocciare l’esame finale, sono legate al settore edilizia e artigianato (vedi grafico), dove le percentuali di fallimento salgono fino al 34,4 per cento per gli Operatori edili con Attestato federale di capacità (Afc), non molto meglio per i parchettisti con Certificato federale di formazione pratica (Cfp, 33,6 per cento), per i gessatori-costruttori a secco Cfp (29,4 per cento), gli installatori di riscaldamenti Cfp (28,3 per cento), gli aiuto-piastrellisti Afc (26,7 per cento) e piastrellisti Cfp (25,4 per cento).


Secondo Viviani, questo in parte si spiega con il fatto che ci sono mestieri nei quali il divario tra quello che la ragazza o il ragazzo possono effettivamente apprendere durante la formazione e quello che prevede l’esame è alto. I fattori che entrano in gioco sono anche qui molti: dalla pressione che c’è sui cantieri all’impossibilità in alcune ditte di far provare all’apprendista a fare determinate attività, passando per alcuni datori di lavoro che utilizzano gli apprendisti come manodopera a basso costo invece di insegnar loro il mestiere. «Faccio un esempio pratico: se un apprendista falegname lavora in una ditta dove tutto vien fatto con i macchinari, impara a programmare le macchine per fare il lavoro, ma se poi all’esame pratico gli viene chiesto di costruire un mobiletto manualmente non sarà in grado di farlo», prosegue il presidente della Ccfp ticinese, che suggerisce una maggiore collaborazione tra aziende per colmare questa lacuna in aggiunta a quanto già si fa con i corsi interaziendali. Se le apprendiste e gli apprendisti girassero in più ditte durante la loro formazione, infatti, avrebbero modo di imparare più cose che stando sempre nella stessa ditta: un’opzione che la Divisione della formazione professionale in Ticino promuove ma che non è molto praticata.


La problematica degli elevati tassi di bocciatura agli esami finali di tirocinio, soprattutto in alcune professioni, è qualcosa che preoccupa già da alcuni anni. Nel 2014, ad esempio, un postulato della consigliera nazionale Martina Munz (Ps) chiedeva al Consiglio federale di redigere un rapporto che illustrasse, per ogni cantone, quali erano le professioni con il maggior numero di apprendisti bocciati all’esame finale, indagare le cause e formulare proposte per risolvere il problema. Ma il postulato venne respinto. Iniziative analoghe sono emerse negli anni anche nei vari Cantoni, ma sempre senza successo e il problema resta.


Se secondo alcuni il problema va relativizzato perché la maggior parte dei bocciati riesce poi a passare l’esame al secondo tentativo, secondo altri è sintomo preoccupante della deriva verso la quale sta andando il mondo del lavoro, in particolare in alcuni settori dove la pressione sui tempi di consegna lascia poco spazio a un’adeguata formazione dei/delle giovani, a scapito della qualità futura di queste professioni. Che fare dunque? Secondo Martina Munz, ex insegnante in una scuola professionale, la quantità di materie da conoscere è troppo grande per alcune professioni e potrebbe essere utile fare degli esami intermedi, come d’altronde avviene per le scuole medie superiori e le università. In questo modo si potrebbe agire in anticipo sulle difficoltà e le lacune, eventualmente indirizzando chi fa più fatica verso apprendistati meno esigenti, senza far loro investire tre anni della propria vita per sentirsi dire che non sono in grado di fare quel mestiere.

Pubblicato

Giovedì 30 Giugno 2022

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