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Apartheid, in barba all'embargo

di

Silvano De Pietro
«Un serio disturbo». Così lo storico basilese Georg Kreis ha definito l’embargo imposto nell’aprile del 2003 dal Consiglio federale su alcuni dossier relativi alle relazioni tra la Svizzera ed il Sudafrica. Il governo intendeva evitare che imprese svizzere, sulla base di informazioni eventualmente uscite dai loro stessi archivi, venissero attaccate con denunce collettive negli Stati Uniti e quindi svantaggiate a livello internazionale. Ma così facendo ha creato un notevole ostacolo al gruppo di quaranta ricercatori, diretto da Kreis, intento a portare avanti il programma nazionale di ricerca “Relazioni Svizzera-Sudafrica” voluto proprio dal Consiglio federale. Tuttavia, anche se con un anno e mezzo di ritardo, il rapporto di sintesi finale di tale ricerca, presentato il mese scorso, ha cominciato a far luce su una delle pagine più buie della recente storia elvetica: la Svizzera ha appoggiato il regime dell’apartheid in Sudafrica ed ha attribuito più importanza agli interessi economici che al rispetto dei diritti umani. I ricercatori hanno in effetti superato quel “serio disturbo” ricorrendo ai corrispondenti dossier sudafricani, e sono ugualmente riusciti a mostrare quanto profondi fossero i legami economici, militari e personali tra i due paesi. Legami divenuti più intensi proprio negli anni Ottanta, quando la politica sudafricana della separazione delle razze (l’apartheid) era maggiormente segnata da gravi violazioni dei diritti dell’uomo e dall’uso della violenza. Le ricerche hanno dato luogo a una decina di studi, alcuni già pubblicati ed altri che lo saranno in seguito. Tra quest’ultimi c’è il lavoro dello storico bernese Peter Hug sulle relazioni militari e dell’industria degli armamenti e nucleare tra i due Stati. Hug ne ha presentato una sintesi, nella quale si leggono giudizi netti come questo: «L’industria svizzera ha allegramente aggirato l’embargo sulle armi che l’Onu aveva decretato nei confronti del Sudafrica. Ed ha violato anche le regole svizzere in materia di esportazione di armi, per quanto fossero molto più blande di quelle emanate dall’Onu. L’Amministrazione era informata dei numerosi commerci illegali e semillegali. Li tollerava senza dir nulla, li sosteneva in modo parzialmente attivo o li criticava in modo non molto convinto. Il Consiglio federale non era tuttavia informato della maggior parte di questi commerci ed in pratica non ha svolto il suo compito di alta sorveglianza». Peter Hug è riuscito a ricostruire diverse transazioni illecite riguardanti forniture illegali di armi da parte di aziende elvetiche al paese africano; e sottolinea anche l’importanza dei trasferimenti tecnologici al Sudafrica per l’arricchimento di uranio destinato alle armi atomiche di Pretoria. Tali scambi furono giustificati con l’anticomunismo diffuso nelle élites politiche ed economiche svizzere dell’epoca, che consideravano il Sudafrica un bastione contro l’espansione sovietica. Ed i legami della Svizzera col regime dell’apartheid divennero più intensi proprio negli anni Ottanta, all’apice della repressione dei movimenti di protesta. Secondo Georg Kreis, questo è successo perché la politica di Berna nei confronti del Sudafrica è caduta nella contraddizione di condannare l’apartheid e di rifiutarsi di agire. Il motivo era l’adesione della politica estera elvetica al “principio d’universalità”, secondo il quale la Svizzera può mantenere le stesse relazioni diplomatiche con paesi dai sistemi politici, economici e sociali diversi, senza dover necessariamente approvare tali sistemi. «La maggioranza politica della Svizzera – ha detto Kreis – ha sempre respinto le sanzioni. La politica “sudafricana” del Consiglio federale e dell’Amministrazione è stata costantemente condivisa da una chiara maggioranza parlamentare. Le autorità hanno sempre fatto una politica del doppio occultamento, verso i propri cittadini quale opinione pubblica interna, e verso l’opinione pubblica internazionale. Nell’Amministrazione, i Dipartimenti dell’economia e delle finanze hanno sempre potuto dire la loro, mentre il Dipartimento degli esteri, che più volte ha difeso una politica più attenta ai diritti umani, non ha potuto imporsi». box Le relazioni tra Berna e Pretoria – nella ricostruzione che ne fa il ricercatore bernese Peter Hug – risalgono alla metà del secolo scorso, quando il Sudafrica divenne pienamente indipendente. All’inizio degli anni Sessanta il bisogno di armamenti del regime sudafricano divenne molto forte, ma dopo il massacro di Sharpeville del 1963, la Svizzera decretò l’embargo di armi verso il Sudafrica. Tuttavia, le autorità non fecero nulla per far rispettare tale disposizione. Anzi, gli ambienti economici si adoperarono affinché Pretoria potesse sviluppare le sue forze terrestri e la sue industrie d’armamento. Il primo scandalo fu, nel 1968, quello delle forniture segrete di cannoni antiaerei della ditta Bührle. I traffici della Bührle però continuarono ugualmente, anche perché vi erano coinvolte altre società. Tutto era facilitato dalle lacune legislative che permettevano l’esportazione di componenti di armi e dei diritti di licenza per la produzione in loco. L’Onu aveva condannato tali pratiche nel ‘63; Berna modificò la sua legislazione solo nel ‘96. Anche la vendita di armi da parte di filiali o partner di aziende elvetiche all’estero veniva favorita dal fatto che la Svizzera non pretendesse alcun certificato di utilizzazione finale. In ambito nucleare, Sulzer e Vat de Haag (con imprese tedesche) procurarono alle autorità sudafricane importanti componenti per l’arricchimento di uranio, contribuendo così indirettamente alla fabbricazione di sei bombe atomiche. Preoccupante, poi, la collaborazione dal profilo politico tra i due paesi, se si considerano gli stretti legami intrecciati a livello di personalità e di servizi segreti. Lo storico Hug motiva questo fenomeno essenzialmente con l’anticomunismo «viscerale» che in Svizzera, a partire dalla fine degli anni Settanta, prese il posto di «una inclinazione a rappresentazioni razziste» dovuta alla distanza dall’Onu sin dal 1945. Si spiega così perché «l’attaché militare sudafricano ed altre persone di contatto strinsero relazioni con personaggi talvolta ambigui situati all’estrema destra dell’arco politico», tra i quali Hug cita l’allora presidente dell’Asa (Gruppo di lavoro Sudafrica) ed oggi consigliere federale Christoph Blocher. Mascha Madörin è un’economista, impegnata sin dagli anni Settanta nel movimento antiapartheid. È tra i migliori conoscitori dell’intreccio di rapporti tra la piazza finanziaria svizzera ed il regime razzista di Pretoria. area le ha chiesto un suo giudizio sul rapporto conclusivo della ricerca Svizzera-Sudafrica. «A mio avviso», ha risposto, «contiene risultati molto istruttivi sulla politica statale ed economica rispetto al Sudafrica durante il regime dell’apartheid, e mostra quanto incredibilmente reazionaria era allora la politica. Vi sono poi i risultati relativi all’esportazione di armi e di capitali, che mostrano come le autorità ed il Consiglio federale abbiano sempre cercato di aggirare i limiti imposti dalla legislazione in materia, aiutando l’economia a mantenere le sue attività ed occultandone gli affari davanti all’opinione pubblica. Infine, il rapporto è molto insufficiente e fuorviante rispetto alla questione delle sanzioni, le grandi banche vengono appena accennate, e questo è molto grave». Quanto al perché l’economia svizzera si sia tanto impegnata in Sudafrica, Madörin cita lo studio degli storici losannesi Bott, Guex e Etemad, che mostra come «l’industria d’esportazione svizzera estendesse i suoi affari al Sudafrica seguendo immediatamente le banche. Nel dopoguerra dominavano soprattutto le grandi banche, che dagli anni Cinquanta hanno coltivato un grande interesse per il commercio dell’oro. Credo che questa fosse la spiegazione di fondo. L’altra riguardava certe tecnologie, come quelle degli armamenti. La ditta Bührle alla fine degli anni Settanta era in grave crisi, ed il Sudafrica rappresentava una possibilità per le sue esportazioni». Sui contatti che Blocher ebbe con rappresentanti del regime dell’apartheid, Madörin ritiene che fossero spiegabili col fatto che l’imprenditore ed uomo politico era presidente del «reazionario» Gruppo di lavoro Sudafrica, che «difendeva energicamente il regime dell’apartheid». Se poi Blocher personalmente avesse avuto contatti con i servizi segreti sudafricani, «non lo sappiamo. Ciò che invece emerge chiaramente dallo studio è che quei servizi segreti erano molto attivi anche in Svizzera e raccoglievano informazioni anche sugli oppositori dell’apartheid».

Pubblicato

Venerdì 11 Novembre 2005

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