< Ritorna

Stampa

 

Antonio, operaio edile immigrato, Schlieren

di

Silvano De Pietro
«Da noi il Natale è una festa della famiglia. Si passa tutto in casa con i parenti. A Capodanno, invece, si va dove si vuole, con gli amici». Antonio G., operaio dell’edilizia, vive a Schlieren, cantone di Zurigo. È pugliese, sposato con una siciliana e padre di due bambini. Tra poco il cantiere chiude per le feste; e Antonio quest’anno ha deciso di passarle al Sud. Non ci va tutti gli anni, ma ogni tanto deve farlo. «È per i bambini» – dice – «devono sapere come sono le nostre tradizioni, devono impararle e ricordarsele nella vita. E poi i bambini devono vedere i parenti, conoscerli, oltre ai nonni materni e a mio padre che conoscono bene ed ai quali sono molto affezionati». Le tradizioni, dunque. Ma come sono, che cos’hanno di tanto speciale? «Tante cose. Ma soprattutto l’atmosfera, l’ambiente di famiglia. Anche in Sicilia è così: solo che là ci tengono che a Natale si va a mangiare tutti a casa dei genitori del marito, e a Capodanno a casa dei genitori della moglie. Facciamo delle tavolate che tra zii, cugini, cognati e nipoti arrivano pure fino a trenta persone». Allora non è cambiato niente, rispetto a tanti anni fa? «No, qualche cosa è cambiato. Gli zampognari, per esempio. Una volta se ne vedevano tanti e suonavano in piazza, davanti alla chiesa, oggi non ce ne sono quasi più. E poi il presepio. Noi da ragazzi lo facevamo sempre, si faceva in ogni casa. Ora lo fanno di meno. Tutti mettono in casa l’albero di Natale, quasi sempre di plastica, che costa di meno». I regali? «Una volta si facevano soprattutto per i bambini. Ed erano cose semplici, che servivano, quasi sempre un paio di scarpe, o un bel maglione, oppure dolci. Ora sono giochi e giocattoli, che costano molto di più, specialmente se sono telefonini o giochi per il computer. E poi adesso i regali se li fanno anche i grandi, e pure quelli costano caro. Ma noi da piccoli il regalo ce lo dovevamo guadagnare: si scriveva la letterina di Natale al papà e alla mamma, ma anche a qualche zia che per noi era ricca. Si metteva la letterina sotto il piatto e loro facevano finta di non saperlo e di scoprirla a sorpresa». Il pranzo di Natale? «Anche quello è cambiato. Una volta si facevano i piatti tradizionali. Adesso sempre meno. La sera della vigilia, chissà perché, tutti devono mangiare pesce, pesce costoso. Nella famiglia di mia moglie, in un paese vicino a Caltanissetta, c’è più tradizione. Ma per loro la tradizione a tavola sono soprattutto i dolci: i cannoli, la cassata, i dolci secchi. E poi i mandarini e le arance siciliane, che sono una cosa speciale». Insomma, anche se non è più al cento per cento il Natale di una volta, passare le feste al paese è però sempre un tuffo nel passato. O no? «Sì e no. È soprattutto un tuffo nella parentela e nel vicinato: visite, baci e saluti, come stai bene, come sei cresciuto, fatti vedere, e così via. E regali. Poi si va in chiesa: e anche quello è un tornare al passato, almeno per me». Alla fine, che impressione ti porti di ritorno in Svizzera? «Il freddo. Al Sud le case non sono quasi mai riscaldate. E noi non ci siamo più abituati. Il Natale al paese può costare un raffreddore, specie ai bambini».

Pubblicato

Venerdì 20 Dicembre 2002

Edizione cartacea

Leggi altri articoli di

< Ritorna

Stampa

Abbonati ora!

Abbonarsi alla versione cartacea di AREA costa soltanto CHF 60.—

VAI ALLA PAGINA

L’ultima edizione

Quindicinale di critica sociale e del lavoro

Pubblicata

Venerdì 4 Giugno 2021