Vincere a Sion e sperare in un pareggio o in una sconfitta del Grasshoppers a San Gallo: ebbene sì, è oramai stranoto che con questa congiunzione di risultati il Lugano domani sera diventerebbe campione svizzero. Sarebbe fantastico riconquistare il titolo nazionale a 52 anni di distanza dall’ultima volta (nel 1948/49); sarebbe splendido soprattutto per una città che, dopo aver già vinto con pieno merito il campionato di pallacanestro e dopo aver sfiorato il successo in quello di hockey su ghiaccio, si ritroverebbe a festeggiare anche la sua squadra calcistica. Il recente precedente cestistico ci conforta: il Lugano si è aggiudicato lo scudetto fuori casa, a Losanna, che si trova nella Svizzera romanda proprio come Sion…! Decisamente meno incoraggiante, invece, il confronto con l’hockey: anche in quell’occasione i destini luganesi si incrociavano con quelli zurighesi. Il meritato riconoscimento allo straordinario cammino del Lugano lo si è avuto sabato scorso con gli oltre diecimila spettatori giunti a Cornaredo. "A lungo si è pensato che questo Cantone costituisse un’eccezione nel panorama internazionale e dietro una palla che rotola non riuscisse a far vibrare le corde delle emozioni della gente. Questo Lugano che lotta per il titolo svizzero, come non accadeva più dagli anni Settanta, ha risvegliato passioni sopite e rammenta apertamente a tutti che l’universalità del gioco del calcio, sicuramente lo sport più popolare al mondo, non è casuale" annotava Tarcisio Bullo lunedì scorso sul Corriere del Ticino, ricordando che "quando lo stadio è popolato da così tanta gente colorata e festante, il football riscopre per incanto tutta la sua magia, della quale in Ticino si erano perse le tracce da tempo. E la partita di pallone non teme il confronto con altri sport". È vero, erano diversi anni che i bianconeri erano accompagnati e seguiti, nel bene e nel male, dai "soliti" tifosi; per muoverne degli altri, quel substrato di appassionati che sappiamo che potenzialmente esiste, il Lugano deve riuscire a creare l’evento, ossia la partita-spareggio che conta per qualcosa. Lo abbiamo constatato in occasione delle due ultime finali di Coppa Svizzera, lo si è verificato in Coppa Uefa, in Coppa delle Coppe e lo si è nuovamente riscontrato sabato scorso: tra il Lugano ed il San Gallo c’era in palio non solo il secondo posto, ma pure — per la formazione di Morinini — un prezioso biglietto per l’Europa e l’opportunità di giocarsi il titolo domani sera al Tourbillon. Ed eccola allora la carica dei diecimila che scendeva da Canobbio e da Via Torricelli e che imboccava Via Ciani e Via Trevano; c’era l’evento da vivere in diretta, bisognava esserci. Giusta, giustissima, anzi doverosa la presenza sugli spalti di Cornaredo; peccato però che non sia sempre così, cioè che il prodotto calcio non sia oramai più in grado di attirare costantemente una quantità ragguardevole di pubblico. Ma il problema è universale, non solo luganese: lo sport di alto livello è diventato uno spettacolo, con le sue leggi e i suoi ritmi. Che prevedono delle "recite-evento" forti e totalmente coinvolgenti.

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25.05.01..

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