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L'editoriale

Anche la polizia rispetti i diritti dell’uomo

di

Claudio Carrer

“Sono solo poche mele marce in un sistema sano”. Di solito gli episodi incresciosi (anche della peggior specie) che coinvolgono agenti di polizia vengono “liquidati” con troppa faciloneria dai loro superiori e dai politici responsabili della sicurezza pubblica. Pensiamo in particolare al «numero considerevole di casi di soprusi commessi dalla polizia» che hanno una connotazione razzista o xenofoba e che oltretutto «spesso rimangono impuniti», come denunciava già una decina di anni fa l’allora relatore speciale dell’Onu sulle forme contemporanee di razzismo, raccomandando alla Svizzera un’«educazione più esaustiva» dei poliziotti «nel campo dei diritti dell’uomo, così da permettere loro di applicare le norme universalmente riconosciute in materia di diritti dell’uomo nel loro lavoro quotidiano».


Pur senza voler fare di ogni erba un fascio, osserviamo che nel frattempo non sono stati fatti grandi progressi da questo punto di vista: le cronache degli ultimi anni e alcuni episodi recenti dimostrano che le “mele marce” non sono poi così poche e ormai emanano un fetore insopportabile. Eppure le autorità e la società in generale si mostrano pressoché indifferenti.   


Certo, in Svizzera non viviamo (ancora) una situazione estrema come quella degli stati Uniti dove può succedere che la polizia uccida a colpi di rivoltella un afro-americano disarmato e disabile, ma anche da noi si registrano (troppi e troppo spesso) episodi indegni di un paese civile. Episodi allarmanti!


Nel solo cantone Ticino, negli ultimi anni, diversi agenti di polizia sono balzati all’onore delle cronache per comportamenti mossi da odio razziale e/o politico, che solo in parte sono stati  sanzionati dalla giustizia e oltretutto con pene tutto sommato lievi. Si pensi ai due agenti della Comunale di Lugano – riconosciuti colpevoli di sequestro di persona, rapimento, abusi di autorità, lesioni con arma e omissioni di soccorso a danno di un rumeno pestato e abbandonato in un bosco al freddo – che se la sono cavata con 18 mesi di carcere sospesi condizionalmente e che continuano a fare i poliziotti.     
 


Di reati simili si sono macchiati pure due agenti di Locarno (uno dei quali recidivo) che hanno malmenato e abbandonato un asilante tunisino. Due loro colleghi hanno invece colpito, ammanettato e prelevato un 45enne di origine turca mentre si stava recando al parco giochi con il figlio disabile di 7 anni. Vi sono poi il caso dei sei agenti della polizia comunale di Lugano che (assieme a quattro colleghi della Polcantonale) hanno prima immobilizzato e poi picchiato un uomo coinvolto in un diverbio, quello di un altro agente della Comunale di Locarno che ha maltrattato e picchiato un ragazzo colombiano, quello dei tre di Lugano che hanno preso a calci e a sberle alcuni liceali di Coira in gita in città oppure quello dei due colleghi che rubavano i soldi agli asilanti  fermati durante i controlli.


Nelle ultime settimane tiene invece banco il caso (rivelato dal portale “Gas”) del poliziotto della Cantonale sul cui profilo Facebook campeggiavano immagini di Hitler e di Mussolini, saluti nazisti, foto della Germania del Terzo Reich, svastiche e porcherie simili, frasi contro gli immigrati, soluzioni finali ed estreme da adottare sui modelli nazisti. Eppure questo individuo non è nemmeno stato sospeso dal servizio e continua a operare in seno al corpo di polizia.


Inquietanti anche alcune testimonianze di pochi giorni fa che riferiscono di botte, minacce e insulti da parte di poliziotti della città di Lugano contro i frequentatori del Centro sociale Il Molino. Particolarmente grave la denuncia di due artisti fermati a bordo della loro auto mentre rincasavano dopo la loro esibizione e che si sarebbero visti addirittura puntare la pistola in faccia senza alcun motivo, forse “solo” per odio politico: strappati fuori dall’abitacolo, ammanettati, scaraventati dentro l’automobile della polizia, insultati, malmenati, minacciati e portati in centrale dove si sarebbero sentiti domandare “perché andate a mettere musica in quel posto di froci?”.


Sempre nelle scorse settimane ha avuto una certa eco nella Svizzera tedesca la denuncia di un uomo di origine keniana, un laureato alle università di Berna e Friburgo che lavora presso il Politecnico federale di Zurigo, che subisce ripetutamente controlli di polizia: una volta in stazione mentre sta andando a prendere suo figlio, un'altra in biblioteca, un’altra ancora mentre si reca a un concerto, un’altra sul tram eccetera. Ovviamente non per caso, ma perché la polizia utilizza il cosiddetto “profiling etnico”, cioè il controllo mirato di una persona fondato sulla sua appartenenza a una razza, a un’etnia o al colore della sua pelle. Una pratica discriminatoria e vietata, ma molto diffusa anche in Svizzera: un esperto ha calcolato che un nero ha circa 10 volte più probabilità di subire controlli rispetto a un bianco.


Il quadro che ne esce non è insomma certamente rallegrante e dovrebbe suggerire una serie di contromisure tese a eliminare le “mele marce” (tante o poche che siano),  a partire da severi criteri di selezione dei candidati alle scuole di polizia. Ma anche migliorando la formazione, disciplinando in modo chiaro e inequivocabile l’attività degli agenti e anche documentando quest’ultima, così da consentire a eventuali vittime di abusi di denunciare il tipo di trattamento ricevuto.

Pubblicato

Giovedì 4 Febbraio 2016

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