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L'editoriale

Anche i vecchi hanno diritto di vivere

di

Claudio Carrer

In Svizzera la popolazione anziana non gode della necessaria considerazione e del dovuto rispetto. È l’amara constatazione che ci viene di fare guardando a come la politica sta agendo sul fronte del sistema pensionistico e su quello della pandemia. Due questioni certamente molto diverse tra loro ma che vanno entrambe a incidere sul diritto alla vita delle persone: a una vita dignitosa e in salute. L’allungamento della speranza di vita, reso possibile dagli straordinari progressi della medicina, è una conquista straordinaria ma che viene da un lato usata per far lavorare la gente più a lungo e dall’altro sacrificata sull’altare delle libertà economiche.


La logica dominante ce la sta mostrando in questi giorni il Parlamento, che ha sferrato un ennesimo scandaloso attacco all’Avs con la cosiddetta riforma Avs 21. Una riforma (o meglio, una controriforma) che innalza a 65 anni l’età pensionabile delle donne e sottrae loro 1.200 franchi all’anno di rendite di vecchiaia, già attualmente di un terzo inferiori a quelle degli uomini. Lavorare sempre più a lungo per avere sempre meno da pensionati, è il messaggio alla popolazione. Oggi tocca alle donne, poi toccherà a tutti. Bisogna esserne consapevoli in vista della votazione popolare che si terrà nell’autunno del 2022 grazie al referendum che i sindacati e la sinistra lanceranno.


Segnali dell’incapacità di affrontare i problemi del sistema pensionistico li ha dati negli scorsi giorni anche il Consiglio nazionale affrontando la riforma Lpp 21 sulla previdenza professionale: pure qui (per ora) a prevalere è un modello che si tradurrebbe in un dolorosissimo taglio fino al 12 per cento delle pensioni, già in calo costante da oltre un decennio. Il Consiglio federale, dal canto suo, ha comunicato il suo rifiuto dell’iniziativa popolare dell’Unione sindacale che chiede il versamento annuale di una rendita supplementare Avs, di una tredicesima (come avviene per i salari), che per le pensionate e i pensionati significherebbe un aumento della rendita dell’8 per cento, di 100-200 franchi al mese. Non sarebbe forse ragionevole per affrontare il problema della povertà crescente tra gli anziani? Evidentemente sì, ma, per il nostro governo e per la maggioranza di destra del Parlamento, una vita intera di lavoro non dà diritto a delle pensioni decenti.  


A volte, e qui passiamo al capitolo pandemia, si ha l’impressione che manchi il rispetto per la vita tout court, soprattutto per quella degli anziani e dei più fragili. Perché è evidente che la “prudenza” elvetica nell’affrontare la situazione (si pensi ai ritardi con cui sono sin qui state adottate le misure di contenimento dei contagi all’inadeguatezza degli interventi) ha un costo che viene messo in conto. Questo costo è rappresentato da centinaia o da migliaia di morti per Covid. Evitabili. È un film che in queste settimane di quinta ondata di contagi stiamo vedendo per la quinta volta: il Consiglio federale ci continua a raccontare che la situazione è “sotto controllo”, anche se la Svizzera ha il tasso d’incidenza peggiore rispetto ai paesi vicini (il doppio di Austria, Francia e Germania e quattro volte quello dell’Italia), dove sono state adottate e dove vigono da settimane misure ben più incisive di quelle in vigore in Svizzera e anche di quelle che verranno introdotte tra qualche giorno. Sempre badando più agli interessi economici e a presunte libertà degli individui che alla vita dei più deboli.

Pubblicato

Mercoledì 15 Dicembre 2021

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