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povertà

Anche i pezzenti hanno diritti

I divieti generali contro l’accattonaggio ledono i diritti umani: il canton Vaud costretto a rivedere la sua legge in merito. Per il sociologo Tabin si tratta di “misure repressive per criminalizzare la povertà"

di

Raffaella Brignoni

 

Caccia ai miserabili! Vietato chiedere l’elemosina: un reato punibile pure con la detenzione. La storia della lotta alla mendicità in Svizzera è stantîa: seppur vecchia di secolicontinua imperterrita a perpetuarsi con Cantoni e Comuni – chi più, chi meno – che sfoggiano ordinanze per reprimere il fenomeno. Ora bisogna però fare i conti con una sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che condanna le sanzioni sproporzionate che ledono la dignità umana di persone vulnerabili. E il Canton Vaud si trova ora a rivedere la sua legge sull’accattonaggio, perché... “fuorilegge”. 

 

Ci fu un tempo in cui si poteva essere accattoni. Certo, con tutte le criticità della situazione, che faceva rotolare i singoli nelle retrovie della società, ma almeno il diritto a essere un pezzente era riconosciuto. Perché la questione è anche quella dei diritti umani. Se nel Medioevo la mendicità era accettata per una questione religioso-culturale (attraverso la carità, c’era chi pensava di comprarsi la salvezza dell’anima), dopo le epidemie di peste del XIV e XV secolo, la musica cambiò. Le epidemie avevano portato morte e difficoltà e le ripercussioni socioeconomiche portarono a nuovi modi di classificare le persone nel bisogno: gli indigeni lavoratori, ma poveri in canna, i malati e gli invalidi avevano diritto all’obolo, ma non quei furbi mendicanti stranieri, sani come pesci, imbroglioni per mestiere, infermi solo per mancanza di voglia di lavorare. E così nel periodo della Riforma, furono emanati i primi divieti generalizzati di accattonaggio con relativa discriminazione sociale. Misure e pene contro l’accattonaggio, mentre venivano creati organi di polizia per far rispettare i divieti e nelle campagne svizzere andava anche peggio con vere cacce al mendicante. Voilà: «Le persone catturate venivano ricondotte con appositi trasporti nei comuni di origine o in istituti centralizzati di lavori forzati, gli stranieri venivano bollati a fuoco ed espulsi dal Paese. I recidivi erano passibili di dure condanne corporali o della deportazione su galere spagnole e francesi» si legge sul Dizionario storico della Svizzera (Dss).

E, da allora, l’atteggiamento di diffidenza e di repressione del fenomeno, che non significa lottare contro la povertà, ma contro i poveri; e i luoghi comuni che vedrebbero la criminalità organizzata dietro a chi chiede due soldi, nella sostanza sono rimasti immutati. Tanto che nel mese di gennaio del 2021 la Corte europea dei diritti dell’uomo (Cedu) si è dovuta esprimere sul caso di una donna rom multata e incarcerata per avere chiesto l’elemosina in una via di Ginevra. Nella sentenza si parla di sanzione sproporzionata che ha «leso la dignità umana di una persona estremamente vulnerabile». La Svizzera avrebbe così violato l’articolo 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che prevede il rispetto della vita privata e familiare e il diritto di rivolgersi a terzi per chiedere aiuto. Non solo, la Cedu ha condannato il principio di un divieto generale dell’accattonaggio con risvolti penali che portano a infliggere gravi senza tener conto della situazione concreta della persona e senza «solidi motivi di interesse pubblico».

Da Ginevra a Losanna il passo è stato corto e la sentenza della Cedu è rimbalzata fin lì e ora bisogna cambiare rotta e adeguarsi alle normative europee sui diritti umani. Un passo indietro: come Ginevra, anche il canton Vaud nel 2018 aveva introdotto una legge che vietava tout court l’accattonaggio. Le istanze superiori hanno stabilito che la repressione totale del fenomeno non è conforme al principio di proporzionalità, e quindi a questo punto a essere fuorilegge è Vaud, che deve rivedendo le disposizioni legali.

 

Il sociologo Jean-Pierre Tabin, professore alla Alta scuola di lavoro sociale e salute di Losanna, conosce bene il fenomeno dell’accattonaggio essendo un suo tema di ricerca. Con René Knüsel, dell’Unil, ha condotto uno studio sfociato nel libro “Lutter contre les pauvres. Les politiques face à la mendicité dans le canton de Vaud” (ristampato nel 2016 dalle Editions d’En Bas).

 

Professor Tabin, che cosa ha stabilito la Cedu? Il canton Vaud può continuare a “punire” i mendicanti, applicando sanzioni e pene?

Sì, il canton Vaud potrà continuare a punire i poveri, ma a determinate condizioni. La sentenza Cedu rende illegale il divieto di accattonaggio in generale, ma non vieta di limitarlo. Il Consiglio di Stato sta quindi proponendo al Parlamento, che dovrà discuterne, un disegno di legge che limita la pratica dell’accattonaggio.

 

Di fatto, che cosa succede ora nel canton Vaud? Quali sono le misure che si potranno adottare e quali no?

Il disegno di legge prevede la repressione dell’accattonaggio “aggressivo o invadente” in alcuni luoghi definiti “sensibili” e dove i passanti non potranno essere sollecitati con richieste di denaro: code nei supermercati, parchi giochi, terrazze di esercizi pubblici, nelle immediate vicinanze di banche, uffici postali, bancomat, parchimetri. La multa, per chi infrange le regole, è compresa tra 50 e 100 franchi.

 

La legge ha un valore politico (scacciare i mendicanti e l’idea di povertà) oppure ha un valore di lotta alla povertà e alla criminalità?

Il disegno di legge non affronta la questione della povertà che si manifesta attraverso l’accattonaggio: è una riforma della legge penale del 19 novembre 1940 e non sono previste altre misure. Alla fine si trasforma in uno strumento per criminalizzare la povertà, perché se si punisce il mendicante, il risultato può essere solo questo.

 

Perché bisogna dare la caccia ai poveri in questo modo? Non sembra di essere indietro nel tempo? Uno Stato moderno non dovrebbe aiutare a dare un posto dove dormire e dove mangiare, invece di mandare la polizia a dare multe?

La Costituzione del canton Vaud prevede (art. 33) che: “Ogni persona bisognosa ha diritto a un alloggio di emergenza adeguato e ai mezzi necessari per condurre una vita dignitosa”. Manca però la volontà politica di dare piena attuazione a questo articolo.

 

Ci sono altri cantoni che perseguono la stessa politica di repressione del canton Vaud? Quali sono? E quali sono le ragioni storiche e culturali?

Ginevra e Basilea, ad esempio, hanno una politica di questo tipo, così come molti altri Cantoni e Comuni svizzeri. La repressione dell’accattonaggio esiste anche in altri Paesi. Le ragioni affondano le radici nella storia dell’elemosina nelle società cristiane, dove si trattava di aiutare solo alcuni poveri: i “nostri” (persone con un’appartenenza comunale/cantonale/nazionale) e i meritevoli (i poveri “buoni”). Con lo sviluppo delle politiche sociali, si è diffusa l’idea che lo Stato si prenda cura dei poveri, il che contribuisce a far sì che i politici considerino le persone che chiedono l’elemosina come persone che non dovrebbero essere aiutate.

 

Il recente studio, presentato lo scorso mese di marzo a Olten, sulla presenza dei senzatetto in Svizzera, che ha permesso di accertarne il fenomeno, non va in antitesi con queste leggi di repressione?

Il problema dei senzatetto, che è legato alla povertà, sta iniziando a entrare nell’agenda politica. È un primo passo anche se la questione non viene affrontata adeguatamente e continuano a mancare politiche di housing first.: il diritto alla casa per lottare contro l’esclusione sociale. Si potrebbe aggiungere che chi può permetterselo non può immaginare la povertà.

Pubblicato

Venerdì 17 Giugno 2022

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